34 anni fa esplodeva Černobyl’. Che cosa è accaduto, che cosa rimane

34 anni fa esplodeva Černobyl’. Che cosa è accaduto, che cosa rimane
Fonte immagine: g2r

Oggi ricorrono trentaquattro anni dalla terribile esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Černobyl’, trentaquattro anni dalla nube radioattiva che in poco tempo raggiunse tutta l’Europa e il Nord America. Era l’1:23 del 26 aprile 1986: durante un test tecnico, che fu definito di sicurezza, si verificò un aumento della potenza del nocciolo del reattore numero 4 che provocò un’esplosione: la più grande e grave tragedia causata da un incidente nucleare.

L’esplosione

A seguito dell’esplosione si generò una nube di polveri radioattive che in un primo momento si tentò di fissare a terra grazie all’uso di azoto liquido, sabbia e boro. Molto probabilmente questo causò il crollo della struttura, già precaria, che avvenne nei giorni seguenti e che causò un ulteriore sprigionamento di materiale radioattivo.

La raccolta del materiale e la bonifica del territorio intorno alla centrale erano gestite da gruppi di riservisti militari chiamati liquidatori o anche «macchine verdi» poiché coperti da maschere e tute rivestite di piombo, ma completamente inadatte a garantire la sicurezza di chi le indossava. Si stima infatti che tra i 4mila morti (nei tempi brevi) i liquidatori furono tra i più colpiti.

Attualmente ciò che rimane del nocciolo si trova all’interno di un sarcofago di cemento che è stato rinforzato nel 2016 poiché dentro di esso qualcosa «vive» ancora emettendo radioattività.

Più di trecentomila persone furono evacuate 36 ore dopo l’incidente pensando di poter tornare nelle loro case qualche giorno dopo, invece da quel momento nessuno vi farà più ritorno. Molti contadini si rifiutarono di lasciare definitivamente la zona, alcuni di loro vivono abusivamente nelle zone limitrofe a quella che era la centrale nucleare Lenin.

Le conseguenze, prima ed ora 

Il numero delle vittime a lungo termine è difficile da stimare e probabilmente non sapremo mai il bilancio effettivo dei morti. Molti studi hanno messo in evidenza l’aumento di casi di malattie tumorali. Ma un altro rischio sanitario da non sottovalutare è il trauma e l’impatto psicologico che i 336 mila evacuati hanno subito: depressione, ansia e stress post-traumatico hanno colpito molti di coloro che in quella notte assistevano inconsapevolmente ad un disastro che si presentava, almeno visibilmente, come uno spettacolo insolito di stelle luminose e infuocate.

A distanza di anni la «foresta rossa», che è attualmente ritenuta l’area naturale più altamente contaminata, è abitata solo da lupi, alci e orsi che vivono indisturbati tra la vegetazione che sembra essersi riappropriata del proprio spazio. Un luogo che più di altri sembra rappresentare un monito dei disastri causati dall’uomo, ma allo stesso tempo la forza e la fiducia di chi si è aggrappato alla speranza e con perseveranza vive ancora quegli spazi.

Rispetto al numero di persone evacuate, una comunità di circa 130 persone, perlopiù composta da donne tra i 70 e gli 80 anni chiamate бабушка (babushkas, «nonne» in russo) oggi sono ancora lì, e con incredibile forza, dopo aver superato la carestia che colpì l’Ucraina negli anni 30 e i difficili anni di guerra, non si arrendono di fronte ad un male «non visibile».

Oggi a Černobyl’ sembra che il tempo si sia fermato, eppure non è così; se pensiamo che tutta l’area colpita per tornare ad essere completamente abitabile dovrà attendere ancora decine di migliaia di anni, dovremmo forse comprendere che l’impronta più grande che i nostri danni lasciano è soprattutto e innanzitutto sulle nostre vite.

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