Il canto del male. L’ufficio degli affari occulti di Éric Fouassier
Quando inizi “Il canto del male” (edito Neri Pozza) ti accorgi subito che non è un semplice giallo storico. È un romanzo che ti trascina dentro un’epoca febbrile, sporca, impaurita. Parigi, maggio 1832: il colera miete vittime, la gente si chiude in casa e la città sembra trattenere il respiro. E proprio in questo clima soffocante Éric Fouassier decide di far muovere i suoi personaggi, come pedine in una partita dove la posta in gioco non è solo la verità, ma la sopravvivenza.
Valentin Verne si conferma un investigatore anticonvenzionale, capace di muoversi tanto nei salotti del potere quanto nei territori più ostili, viene spedito lontano da Parigi, in Vandea, sotto falsa identità. Lì lo aspettano omicidi inspiegabili, tesori che spariscono e una rete di cospirazioni legate a una Francia che non ha ancora digerito la fine dei Borboni. Intorno a lui si muovono personaggi ambigui, ognuno con una maschera diversa, e una minaccia che sembra quasi sovrannaturale: questo canto notturno che accompagna la morte e che dà al libro un’aura sinistra e ipnotica.
Nel frattempo, a Parigi, Aglaé Marceau non resta a guardare, emerge sempre più come figura autonoma, intelligente e determinata, lontana dagli stereotipi femminili del romanzo storico. La sua evoluzione è una delle cose più riuscite del romanzo: da ex attrice a investigatrice vera e propria, affronta un caso intricato che coinvolge un omicidio, un furto e una serie di sospetti incrociati. Fouassier la scrive con intelligenza e rispetto, senza farne una semplice spalla romantica, ma una protagonista che regge da sola il peso della narrazione. Il fatto che Verne e Aglaé siano separati per gran parte del libro non indebolisce la storia, anzi la rende più interessante, perché permette di esplorare due mondi diversi che però sembrano riflettersi l’uno nell’altro.
Uno degli elementi più affascinanti del libro è l’uso del “canto” che dà il titolo al romanzo. Questo suono notturno, associato a presagi di morte e a figure quasi sovrannaturali, introduce un’aura di mistero che sfiora il fantastico senza mai abbandonare del tutto la razionalità. Un altro aspetto caratterizzante è il modo in cui gioca con la paura. Paura del contagio, paura della rivolta, paura dell’ignoto. Fouassier prende superstizioni, voci diaboliche, culti segreti e le mescola con intrighi politici e spiegazioni scientifiche, lasciando il lettore sospeso tra ciò che sembra impossibile e ciò che è terribilmente umano. È un equilibrio sottile che funziona benissimo e che dà al romanzo un’atmosfera quasi gotica, senza mai scivolare nel fantastico puro.
La scrittura è scorrevole, cinematografica, fatta di scene brevi e colpi di scena ben piazzati. Si sente che dietro c’è una grande cura per il contesto storico, ma non diventa mai pesante: la Storia fa da sfondo vivo, non da lezione scolastica.
In definitiva, Il canto del male è un libro che si divora, ma che lascia anche qualcosa. Non resta solo l’adrenalina dell’indagine, ma anche la sensazione di aver attraversato un momento fragile e pericoloso del passato, in cui il confine tra razionalità e paura era sottilissimo. Se segui già la serie, è un capitolo solido e ricco; se non la conosci, è un ottimo punto per lasciarti catturare dal mondo oscuro e affascinante di Valentin Verne.




