Roma mia, non morirò più
Nella sezione Oceani, La nave di Teseo ha pubblicato il nuovo libro di Aurelio Picca: Roma mia, non morirò più.
Come già nelle precedenti opere dell’autore, Arsenale di Roma distrutta e Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, la realtà descritta è romanzata, come spesso accade con i ricordi d’infanzia, ma non per questo meno vera.
Picca riesce a cogliere le contraddizioni ataviche della Città eterna da una visuale privilegiata; pur non essendo romano, egli infatti, nato a nei Colli Albani, è discendente diretto dei fondatori dell’Urbe. Si sente padre di una Roma che non vuole padroni.
Con una traiettoria spericolata, l’autore affronta un viaggio che non ha limiti temporali né spaziali.
Esplora tutti i quartieri di Roma, una città drammatica in cui pur da cittadino, resti un “esule volontario”.
Capitolo dopo capitolo, si susseguono volti e nomi di una Roma delle botteghe, dei mestieri e delle arti che non c’è più, ma che sembra sul procinto di tornare in un futuro prossimo; pizzaioli, spazzini, facchini, pesciaroli, pizzicagnoli, cavallari, cinematografi, barellieri, infermieri tutti quanti caratteristi per natura, ma parallelamente attori principali nella grande opera della vita di tutti i giorni.
I quartieri di Roma, come i singoli capitoli del libro, non hanno punti di contatto l’un l’altro, perfino il cielo sulla Città eterna non è unico. A differenza dele altre città del mondo, La Capitale è sormontata da “un cielo che non è suo” composto da tanti cieli che mutano di scorcio in scorcio, salvo poi uniformarsi con il calare delle tenebre “proprio come se nelle sue viscere Roma ne possedesse un altro”.
Unico filo conduttore, la morte che aleggia sempre su Roma e che l’autore bambino scopre per la prima volta in concomitanza con la prima trasferta della sua vita nella città; “a quattro anni non sapevo ancora che un giorno Roma sarebbe morta. E non sapevo neppure che io, un giorno, sarei morto. Sentivo di essere felice di viaggiare in treno. Verso Roma”.
Picca sembra suggerire che fin quando non si conosce la morte, sia possibile rimanere ammaliati soltanto dalla bellezza di Roma; ma una volta conosciuta la si scorge in ogni angolo della città, senza che però la bellezza di ogni singolo quartiere ne venga offuscata. “Eravamo tutti giovani. Della morte sapevamo, ma era così lontana che ci faceva gioire.”
Con il suo stile crudo e a tratti animalesco, l’ultimo Dandy della letteratura italiana, disegna la mappa di Roma: un corpo ferito, che solo più vite potranno rimarginare e che al contempo si nutre della morte ma “pullula di figli vivi” e “si è allenata nel gioco dell’immortalità. Si è iniettata il calcio nelle ossa, per non morire. Anche ora sta facendo di tutto per non crepare”.
Lunga vita a Picca! Lunga vita a Roma!




