“Un’ecologia decoloniale” traccia una possibile rotta nella tempesta rivoluzionaria
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2 Dicembre 2025

“Un’ecologia decoloniale” traccia una possibile rotta nella tempesta rivoluzionaria

di Francesco Di Filippo

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Nel panorama crescente dei testi che tentano di ripensare la crisi ambientale oltre i confini dell’ambientalismo tradizionale, “Un’ecologia decoloniale” di Malcom Ferdinand si distingue come un’opera capace di tenere insieme più livelli di analisi senza sacrificare la forza politica del suo messaggio. Edito per il nostro Paese da Tamu Edizioni e tradotto da Paolo Stella Casu, il libro si apre con l’intensa prefazione di Angela Davis, la quale afferma “mi sono ritrovata a pensare che avrei voluto poter leggere questo libro anni fa, specialmente quando stavo cercando di afferrare le relazioni tra il genere, la razza e la classe”.

Ingegnere navale e ricercatore in filosofia politica, Ferdinand costruisce un saggio che è al tempo stesso genealogia storica, critica culturale e tentativo di immaginare forme alternative di coesistenza tra popoli e natura.

L’idea cardine del libro è una potente metafora navale che descrive la continuità tra colonialismo, schiavitù e devastazione ecologica. Ferdinand infatti invita il lettore a guardare alla crisi climatica non come un incidente del capitalismo moderno, ma come il prolungamento delle stesse logiche estrattive e gerarchiche che hanno strutturato l’espansione europea nei Caraibi e nel resto del mondo. In questo senso, secondo Ferdinand, l’ecologia non può essere compresa senza interrogare gli elementi di razzializzazione, dominio territoriale e violenza sistemica, che hanno reso possibili sia il saccheggio delle risorse sia quello dei corpi.

Uno dei contributi più stimolanti del libro riguarda l’intersezione tra privilegio e sfruttamento delle fonti fossili: Ferdinand richiama infatti una tradizione che vede nelle energie estrattive non solo un modello economico, ma una struttura simbolica che privilegia controllo, penetrazione e appropriazione, opponendosi a forme di cura e reciprocità. Qui il saggio apre prospettive interessanti ma non sempre del tutto sviluppate: se da un lato è convincente l’idea che il dominio sulle risorse naturali sia intrecciato a un dominio sociologico e antropologico, dall’altro le connessioni tra patriarcato e fossili appaiono talvolta affidate più a parallelismi suggestivi che a una dimostrazione rigorosa.

Nonostante ciò, “Un’ecologia decoloniale” rimane un testo fondamentale per comprendere come la transizione ecologica non possa essere solo questione di tecnologie o di politiche ambientali, ma debba passare attraverso un ripensamento radicale dei rapporti di potere che hanno organizzato il mondo moderno.

Ferdinand non propone soluzioni semplicistiche, al contrario offre un invito a riconoscere la complessità delle ferite coloniali e la necessità di immaginare una ecologia delle riparazioni, capace di tenere insieme giustizia climatica, sociale e storica. Si tratta perciò di un libro esigente, ma proprio per questo necessario: un contributo prezioso al dibattito su cosa significhi oggi una rivoluzione verde veramente globale e, soprattutto, veramente giusta.