La canzone di Šaljapin di Ivy Litvinov
Il giallo dimenticato risorge dopo quasi un secolo
Ivy Low Litvinov firma con “La canzone di Šaljapin” un’opera che ha dovuto attendere quasi cent’anni per trovare spazio nelle librerie italiane. Ago Edizioni ha colmato questa lacuna nel 2025, affidando a Susanna Marrelli Ricci la traduzione di un romanzo originariamente pubblicato nel 1930. La storia prende avvio con un omicidio efferato: un corpo riverso su un grammofono, trafitto da una lama, in un appartamento moscovita a ridosso del Cremlino. Siamo negli anni Venti del secolo scorso, quando la Russia tentava di ricostruirsi sulle macerie della rivoluzione attraverso la Nuova Politica Economica.
Un delitto dalle molteplici sfaccettature
Arkadij Petrovic Pavlov, questo il nome della vittima, apparentemente un uomo rispettabile e dai modi eleganti. Le indagini del commissario Nikulin scoprono però una realtà ben diversa: l’uomo nascondeva un passato da comandante dell’Aquila Bianca, formazione dell’esercito controrivoluzionario. Il caso assume così contorni più complessi, oscillando tra vendetta politica e moventi personali.
La Litvinov costruisce il suo intreccio combinando dinamiche tipiche del giallo tradizionale – questioni ereditarie, passioni, denaro – con lo sfondo storico della guerra civile tra bolscevichi e Guardie Bianche. Ne risulta un romanzo stratificato, dove ogni personaggio porta con sé le cicatrici di un’epoca violenta.
Tre protagonisti: una nazione divisa
L’investigazione procede attraverso tre punti di vista differenti. Il commissario Nikulin rappresenta il funzionario sovietico consumato dalle responsabilità, un uomo che cerca giustizia in un paese ancora alla ricerca di una propria identità definitiva. La sua indagine è metodica ma attraversata dal dubbio.
Tamara Dolidzej, ballerina del teatro Bol’šoj, si trova rapidamente al centro dei sospetti. Proveniente dai quartieri popolari, quella notte si trovava nell’appartamento della vittima, dove si recava per esibirsi in cambio di denaro. Con sé aveva persino un pugnale scenico. Ogni elemento sembra incolparla, eppure qualcosa non convince.
Il terzo vertice di questo triangolo narrativo è Julij Itkin, giornalista con un passato da ragazzo di strada. Sopravvissuto alla fame e all’abbandono del periodo rivoluzionario, ora si dedica a recuperare altri giovani rimasti ai margini. Attraverso la sua figura, il romanzo illumina una delle conseguenze più drammatiche della guerra civile: le orde di minori abbandonati che popolavano le città sovietiche, organizzati in bande e costretti alla criminalità per sopravvivere.
L’autenticità di chi ha vissuto la storia
La forza del romanzo risiede nell’esperienza biografica dell’autrice. Nata a Londra nel 1889, Ivy Low sposò Maxim Litvinov – futuro ministro degli Esteri dell’URSS – trasferendosi a Mosca. Visse quindi in prima persona le contraddizioni del regime staliniano, un’esperienza che permea ogni pagina del libro con dettagli autentici e osservazioni che solo un testimone oculare poteva cogliere.
Un recupero letterario necessario
“La canzone di Šaljapin” merita attenzione non solo come esercizio di genere, ma come documento storico-letterario. La Litvinov dimostra come il giallo possa diventare strumento per leggere un’epoca, trasformando l’indagine poliziesca in archeologia sociale.
Il titolo stesso, che rimanda al grande basso russo Fëdor Šaljapin, suggerisce come la musica – elemento ricorrente nella narrazione – diventi metafora dell’anima russa, capace di bellezza anche in tempi cupi.




