Mortacci mia: la Roma di Piero Salabè
Piero Salabè, scrittore classe 70, con il suo ultimo libro, edito per Nave di Teseo, Mortacci mia, ci trasporta in una Roma lontana dalla visione collettiva. Nostalgia, una presunta morte ed i sotterranei del Policlinico come pancia della Capitale.
Ciao Piero, partiamo dal titolo del libro: perché l’idea di un titolo così forte?
Il titolo riprende una frase che nel romanzo il padre, affetto da demenza, scrive sui muri di casa, “un saluto straziante ai propri morti tanto amati o, forse, una maledizione rivolta a sé stesso.” Questa espressione più che un insulto è una dimostrazione di affetto verso le persone scomparse. Sono “mortacci” perché mancano eppure continuano ad aleggiare, tormentosamente. Mi piace l’idea di reinterpretare positivamente questa parolaccia del romanesco: “Non conosco improperio più dolce al mondo”, si dice nel romanzo, “questa città così sozza e rozza è millenaria nella sua saggezza, nel suo rispetto di chi non c’è più. Solo chi sa che i morti esistono può inveire contro di loro. Il titolo “Mortacci mia” mi sembrava perfetto per una storia ambientata in una Roma spettrale, in cui dalle voragini che si aprono nelle strade si odono le voci dei morti.
La cornice del racconto è Roma. Romano di nascita ma da anni in Germania, quanta autobiografia c’è nel romanzo?
Di autobiografico c’è il fatto che il narratore emigrato all’estero, continua a tornare a Roma, attratto da una nostalgia fatale. È quello che capita a me, sono trent’anni che ritorno, due, tre volte l’anno, e appena arrivo a Termini mi sento indifeso, come se rientrassi nel grembo di una madre, torno “inerme, bambino”, dico nel romanzo, con un senso di perdita e tradimento. Ho visto la città trasformarsi in questi decenni, eppure per me rimane lo stesso luogo conosciuto e amato da ragazzo. Il narratore adulto temendo che la città sia cambiata, modernizzata, spera in cuor suo “di rivedere le strade sudicie come le aveva lasciate”. La sua nostalgia che ha degli aspetti grotteschi: è in primo luogo una metafora per l’impossibilità di affrancarsi dalla propria origine. In questo senso, non volevo scrivere un racconto autobiografico ma una storia che valesse per tutti, perché nessuno può scampare alla propria origine. Poi, certo, di autobiografico c’è il mondo assurdo vissuto all’Università dove vigeva un ferro patriarcato che faceva mercimonio del corpo femminile, come si racconta nel romanzo. Tutto ciò lo conosce chi è passato per quei luoghi negli anni Ottanta. Volevo raccontare cosa potesse significare per un adolescente entrare in quel mondo. Il mio, è un romanzo di formazione alla rovescia.
Come e quando è nata l’idea del libro?
È nata quando durante le mie “calate romane” nel corso degli ultimi quindici anni ho visto letteralmente scomparire il mondo della mia infanzia. Non solo le persone, ma anche certi dettagli: una fermata spostata, un bar ribattezzato, un negozio soppresso come il famoso “Schostal” di Via del Corso. Scrivendo, volevo oppormi a questo passaggio del tempo, proiettare il passato in una sorta di futuro “eterno” dell’immaginazione. Metafora centrale di questo passato che sta per scomparire è nel romanzo l’edificio del Policlinico, una struttura classicheggiante costruita all’inizio del Novecento, ormai abbandonata e chiusa al pubblico, che verrà trasformata in un complesso termale, “una lussuosa spa alberghiera che si vanta di avere preservato i materiali storici, persino l’ocra degli intonaci”. È in quel luogo fuori dal tempo, che i protagonisti si metteranno alla ricerca del padre scomparso.
Oltre a Fabio ed Aic, protagonisti alla ricerca del padre, ci sono personaggi come “il Libanese”, “il Libico” o “il Frocio di Frosinone”. C’è un personaggio al quale sei più legato e perché?
Amo tutti i miei personaggi, anche quelli spregevoli che non mancano nel romanzo. In quelli appena menzionati, c’è un rispecchiamento con il narratore: si tratta, come nel suo caso, di esclusi, persone che vivono ai margini, e si barcamenano in un mondo che appare assurdo. Li ho scelti perché possono dare consigli a chi cerca una sua strada, come dicevo, la struttura narrativa è il romanzo di formazione; il “Libico” e il “Libanese”, sono poi una citazione del “Romanzetto canaglia” di Roberto Bolaño, ambientato a Roma. C’è un altro personaggio “escluso” che mi sta a cuore, il criceto suicida di nome Gregor, che a un certo punto dice: “Roma non fa per i criceti, ci sguazzano i sorci, gli uccellacci, ma noi, così fini, soccombiamo.” In questa figura, tragica, c’è un parallelismo con l’anima fine del padre scomparso, anche lui vittima della trucidità romana. Il mio romanzo ambisce ad essere un’epopea degli “irrilevanti”, di coloro che non contano, che sono presto scordati e non hanno posto nel “Cortile degli Uomini Illustri”. Alla fine però, più dell’umiliazione conta la dignità della singola vita: “consolati adesso col fresco più grande che godrai nel Padiglione dei nostri cuori” dicono i figli al padre. Forse il personaggio che sento con più forza è il Libico, un rifugiato laureato in Biologia che lavora in nero come fotocopiatore all’Università. Il Libico coltivava il miraggio dell’Italia, ma il paese non gli offre che lo sfruttamento, e dunque la sua visione è molto nera. Questa sua particolare energia, che oscilla in un chiaroscuro di speranza e disperazione, innerverà il protagonista di uno dei miei futuri romanzi.
La struttura narrativa del libro, gli stili e la ricerca quasi maniacale anche nei particolari. Quanto tempo hai impiegato per mettere alla luce un libro del genere e, se ci sono state, che difficoltà hai incontrato nel percorso?
Perla scrittura vera e propria ho impiegato forse cinque anni, le idee però sono sorte ben prima, è oltre un decennio che pensavo a un libro del genere, in cui si mescolano registri e stili diversissimi, dall’elegiaco al grottesco. Collezionavo dettagli, mentre la storia lentamente cresceva, ma la cosa fondamentale era trovare il “tono”. Il libro vive di una prosa musicale. Non è forse la nostalgia soprattutto una tonalità? Ecco, mi sono rifiutato di scrivere una storiella tanto per scriverla, ho invece orchestrato la lingua in modo che oggi, rileggendo il romanzo, io senta la musica di quella “nostalgia”. E ci sono anche altre tonalità, la buffonesca, la fiabesca, l’invettiva eccetera. Per rimanere nel proprio tono ogni frase andava scritta con lo scalpello, le metafore dovevano essere poeticamente esatte, non “più o meno”. Come un compositore dovevo poi mettere insieme i registri senza scadere nel didascalico, nell’edificante, nel banale di una storia “vi racconto come è stato in realtà”. Sin dall’inizio doveva essere chiaro che fosse una grande metafora, una “storia mai avvenuta”, per avere valore universale, e dunque si trattava, attraverso gli elementi gotici, surreali e fantastici di aumentare il più possibile il grado di “irrealtà” di modo che la percezione di come noi viviamo la cosiddetta realtà fosse la più realistica, ossia verosimile, possibile. Mi rendo conto che questa commistione e la densità del linguaggio spaventa e allontana tanti lettori, ma per me quella è letteratura, quella che volevo scrivere e che rileggo senza vergognarmene.
Hai la fortuna di poter toccare con mano sia il mercato editoriale tedesco sia quello italiano. Che differenze noti e, secondo te, come possiamo migliorare?
La domanda implica che l’editoria italiana debba imparare qualcosa da quella tedesca, e non sono del tutto sicuro che sia proprio così. Infatti, la curiosità dell’editoria italiana credo sia imbattibile, è uno dei paesi in cui più si traduce e spesso io ripiego su edizioni italiane non trovandone tedesche. Però sulla lettura ci sono dei deficit. Soprattutto nelle presentazioni, in Italia non si ascolta il testo, ma si chiacchiera un po’ di tutto. Ecco, reimparare in questo tempo dominato dalla distrazione e superficialità ad ascoltare un testo, non mi sembra una brutta idea. Ascoltare la bella lingua, i bei testi: perché la lingua, la letteratura è educazione dell’anima, è crescita etica. E in Germania c’è, più che in Italia, quel meraviglioso silenzio delle persone che ascoltano un testo.
Ultima domanda: sei già a lavoro su un nuovo libro?
Mi considero un artigiano – un artigiano del mio proprio mondo immaginario, e dunque, finché avrò forze, continuerò a costruire le mie immaginazioni. Io lavoro sempre, anche quando guardo dalla finestra, e sono vari i libri a cui penso. Il mio prossimo libro, posso anticiparlo, porta lontano da Roma, dalle chiusura dell’amore famigliare all’amore che si dona al mondo: avrà luogo in oriente, anche se ci saranno episodi romani: un oriente che si ricollega anche a Roma, come in questo microracconto, “Per le stesse strade girerai” che sarà parte del romanzo: Per le stesse strade girerai – Le parole e le cose²
Poi verranno altri libri con temi ben differenti, ma dove tutte le strade porteranno a Roma, una volta ancora.




