Mohammad Hossein Mokhtari ed il sostrato interreligioso
Nel suo Studio comparativo dell’invocazione nell’Islam e nel Cristianesimo, il teologo iraniano Mohammad Hossein Mokhtari affronta con lucidità e profondità un tema raramente esplorato con simile rigore: il dialogo tra l’uomo e Dio nella preghiera, osservato da due prospettive religiose storicamente contrapposte e a volte tristemente antagoniste, ma qui sorprendentemente convergenti. L’autore non si limita a mettere a confronto due dottrine, ma formula un invito a scendere in profondità, a cogliere l’intimità del rapporto col divino nel cuore di due tradizioni millenarie.
Mokhtari si propone allora di cimentarsi nella ricostruzione del significato e della funzione dell’invocazione (duʿāʾ nell’Islam e oratio nel Cristianesimo) a partire dalle fonti originarie: il Corano e i Vangeli, ma anche il pensiero dei Padri della Chiesa e dei mistici sufi. Ne emerge un quadro denso, in cui la preghiera non è solo atto rituale, ma apertura radicale, affidamento, richiesta e ascolto. Nell’Islam, l’invocazione è segno di dipendenza creaturale e, allo stesso tempo, di libertà: l’uomo si rivolge a Dio senza intermediari, con parole sue, nel cuore della notte o nel silenzio dell’anima.
Nel Cristianesimo, soprattutto nella sua tradizione monastica e contemplativa, l’invocazione è respiro dello spirito, invocazione del nome, attesa del Verbo. Ma è soprattutto nella dimensione esistenziale che il libro colpisce. Mokhtari riesce a superare la trappola dell’ecumenismo superficiale, offrendo invece un confronto autentico e rispettoso, che non elide le differenze ma le attraversa, le abita. Così facendo, dimostra che la preghiera – nel suo nucleo più profondo – non è una formula, ma un gesto umano universale, che accomuna credenti di ogni tradizione: l’urgenza di essere ascoltati, di essere visti da un Altro. La scrittura, talvolta densa, non cede mai al tecnicismo sterile.
Al contrario, è nutrita da una passione sincera per il tema, e da una fiducia quasi ingenua – e per questo disarmante – nella possibilità del dialogo interreligioso. Mokhtari non predica l’unità teologica, ma indica un terreno comune: quello dell’esperienza spirituale, dove le parole dette a Dio somigliano, più di quanto si creda, su entrambe le sponde del Mediterraneo. Uno degli aspetti più interessanti è il modo in cui l’autore mostra la dimensione performativa dell’invocazione: pregare, in entrambe le religioni, non è solo chiedere qualcosa, ma trasformarsi.
È un atto che plasma, che restituisce all’essere umano la propria finitezza e, allo stesso tempo, lo proietta oltre sé. In questo senso, l’invocazione è anche uno spazio di resistenza: al cinismo, all’apatia, all’idea che il mondo sia già tutto detto. Un libro prezioso, che sarebbe un peccato relegare agli scaffali specialistici. Perché nel tempo delle identità blindate e dei muri eretti anche tra le fedi, riscoprire la fragilità condivisa dell’invocazione è, forse, un atto profondamente politico. Un libro da leggere lentamente, lasciandosi interrogare.




