La totalità che si concretizza nel singolo: Pan o del confine tra uomo e Natura
Pan è uno dei romanzi più famosi dello scrittore e poeta norvegese Knut Hamnsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, pubblicato per la prima volta in Norvegia nel 1894, edito in Italia da Adelphi.
La breve estate del Nordland, col suo onnipresente sole, fa da spettatrice alle vicende umane nell’immaginaria città di Sirilund, movimentata dall’arrivo di un forestiero, il tenete in congedo Glahn. L’impianto delle vicissitudini sembra passare in sordina, far da scenografia, per quello che è l’elemento cardine del breve romanzo e cioè l’incontaminata Natura norvegese, straripante da ogni riga. La storia viene raccontata a ritroso, una lettera, con due penne di uccello verdi al suo interno, è il motore primo del ricordo di un’estate antica, ma mai del tutto passata.
Da qui il racconto di un viaggiatore, uno straniero, il tenente Glahn per l’appunto, che cerca di omologarsi in società, ma dalla quale non potrà che sentirsi un reietto, l’eterno escluso. Vive, perciò, in una capanna, al confine col bosco e abbastanza lontano dalla città. A portarlo incessantemente tra gli uomini, che sembrano volerlo e al contempo respingerlo, è un amore travagliato, irrealizzabile, l’attrazione verso la giovane Edvarda.
Il rifugio verso cui, deluso, tenderà sempre il protagonista per alleviare il peso soffocante che quei sentimenti hanno sul suo spirito è la Natura, con la quale formerà un tutt’uno, lì dove non si traccia più il confine tra psiche e paesaggio. Ed è proprio qui, lontano da ogni ombra umana, che sente suonar tra le fronde degli alberi il flauto del dio Pan, il dio greco, il satiro e musico che vagabonda pascolando per le campagne dell’Arcadia, lasciando dietro di sé la scia della sensualità; perché, tanto Pan quanto il tenente, sono seduttori, e la qualità che più produce attrazione è questa loro natura selvaggia, aliena ai costruiti e faziosi obblighi della società, che, ipocritamente, rimane ammaliata dalla trasgressività che tanto ripugna.
Ma pan in greco vuol dire anche “tutto”, proprio a sottolineare quel tentativo da parte del protagonista di superare continuamente i limiti della materia per annullarsi in quella totalità che non lo giudica affatto, la Natura, ma di cui comunque sente di non poter mai far parte totalmente. Così, nel limbo tra due realtà apparentemente incompatibili tra loro, troppo abituato ad entrambe per rinunciare totalmente ad una delle due, il tenente Glahn ci dà conto del continuo paradosso interno che provoca l’essere fondamentalmente umani;
Ed è proprio attraverso questo libro che prende vita il panteismo foraggiato da Hamsun, nella visione panica del mondo e della stessa vita. Pan tra tutto e niente, è uno di quei libri che non si nasconde nei piccoli dettagli, anzi nasconde all’interno di questi, anche nel meno eclatante, la sua essenza, trasportando il lettore in un mondo che sembra così lontano forse proprio per fargli ricordare quanto in realtà vicino possa essere.
Articolo a cura di Pierluigi Formichella




