Reach out and Touch Faith, ovvero cosa resta del trascendente?
Indipendentemente dal momento storico-simbolico scelto per decretare l’avvento dell’era digitale, la sua trasformazione o – in termini più pragmatici – il permeare del digitale nel quotidiano, l’invenzione del termine onlife, che appare per la prima volta in un volume di Floridi del 2014, fu in ogni senso sorprendente. Nato per spiegare l’ibridazione ontologica tra il regno umano e quello dei media, per cui si perde il senso di commisurare il rapporto tra digitale e reale in tempo umano di connessione, il neologismo aveva il merito di mettere in parole, e così in essere, un fenomeno che si iniziava a sperimentare.
A partire da quel momento, l’ibridazione digitale-analogica, più che mero oggetto di problematizzazione, si sostanzia in un tessuto reale e sociale: se è vero che l’impiego di un social riflette un’esigenza antropologica di connessione che non implica una comprensione del linguaggio tecnologico, è altrettanto vero che l’arco temporale giornaliero con cui ChatGPT – Intelligenza Artificiale ad apprendimento automatico – e Instagram Threads hanno raggiunto il primo milione di utenti, dimostra l’affidamento operativo e sociale che rivolgiamo alle tecnologie, mostrando la copertura che la tecnologia garantisce e di cui dispone; garanzia e disposizione, ossia, di tutto ciò che è umano.
Algoritmi e preghiere
All’interno di questo flusso di realtà, tra le tante linee interpretative possibili, due hanno prevalso: la prima, di heideggeriana memoria, ha voluto mettere in guardia l’umano dal sopravvento della tecnica, insistendo su un sospetto che include in sé i viaggi spaziali come i vaccini; la seconda, di moderato progressismo, ha desiderato misurarsi con il mezzo, di cui la tecnologia è la specifica, suggerendo – per reinterpretare Anders – di colmare il “dislivello prometeico”, sorvegliando eticamente la distanza tra il sentire dell’anima e l’agire della prassi. Algoritmi e preghiere, di Guerino Nuccio Bovalino, edito da Luiss University Press, si colloca entro questa cornice teorica, eppure – con il suo ripensamento della tecnica come sola sfumatura di una riflessione più ampia sulla ricerca di senso dell’umano – se ne distanzia in linea prospettica, e lo fa fortunatamente.
In direzione contraria alla nostra attualità, infatti, le parole dell’autore vanno a delineare una sostanziale (e inesauribile) traversata nell’umanità materica, di cui algoritmi e/o preghiere rappresentano gli accidenti, riproponendo l’interrogativo di senso in più forme: cos’è rimasto, nella piena cultura digitale, del trascendente verso cui tendiamo, aneliamo, evadiamo, in quanto esseri umani? E, più sottilmente, ha ancora senso la delimitazione (da limes, “limite”), il tracciamento di un confine umano di fronte allo svanire del suo opposto, il trascendente? È possibile che il desiderio di specismo della contemporaneità abbia rivolto un’attenzione spropositata al quid da cui evade l’umanità – tra altezze e miserie contingenti – a scapito del verso ciò cui si trascende, con la sua piena ineffabilità?
Homo technologicus
In questo senso, corposo è l’arcipelago di pensatori impiegata da Bovalino per dettagliare il suo viaggio nella storia dell’uomo che è, insieme, storia dei sistemi di pensiero: Zuboff, Haraway, Sloterdijk, Han vanno a rimpolpare la fenomenologia dell’homo technologicus tra potenziamenti androidi e mostruosità, laddove Simmel, Benjamin, De Martino, Pasolini vanno a costituire l’intelaiatura di senso dell’azione umana, in cui il dispositivo è schema interpretativo-costruttivo della realtà e il potere è il risultato relazionale di uno spostamento di poli tensivi.
Prendendo un autore caro a Bovalino, viene da pensare allora che la riflessione di Foucault degli anni Ottanta sull’etica di sé – testimonianza di un forma vitae inesauribilmente ricercata, nonché risultante di un esodo politico – sia la vera chiave di lettura di questa rassegna e catalogazione del capitale semantico umano che Algoritmi e preghiere costituisce. Quando Foucault, nei seminari tenutisi negli Stati Uniti, definisce le tecnologie del sé come quell’insieme di tecnologie specifiche volte alla trasformazione del sé, non si limita a isolare la ripetitività di uno schema antropologico soggetto a eterogenee finalità pragmatiche (estetiche, religiose, spirituali etc), ma ha il merito di individuare nella coincidenza di conoscenza e volontà la potenzialità di direzionamento autonomo dell’esistenza. E Bovalino, raccogliendo questa intuizione, la estende al mondo circostante l’esistenza.
Dialogando con Seneca, che già nel 49 d.C. additava la distanza tra volontà e potenza dell’umanità, nella misura in cui vuole come stirpe immortale e teme come stirpe mortale, il sociologo indica, in quell’unicum di sapere e potere che l’umano racchiude in sé, l’unico senso in grado di riverberarsi nell’ambiente e – aldilà o oltre qualsiasi sogno tecnologico – sa che solo l’habitus del vuoto consente di “radicarsi nell’eterno”.
Articolo a cura di Evelina Praino




