Il visconte avventuriero di de Poncins
Immaginate un’esistenza in cui, giorno per giorno, gli esseri umani lasciano il noto per l’ignoto, lasciano ciò che è sicuro per ciò che è vago, ciò che è saldo per ciò che è friabile, ciò che ha forma per l’informe. Mettersi in cammino è un’avventura, vuol dire gettarsi in mare. Questa è la vita degli eschimesi – questo è “Kabloona. L’uomo bianco” di Gontran de Poncins (edito da Adelphi) – comunemente definiti Netsilikmiut (eschimesi delle foche), con cui il nostro protagonista si interfaccia in un lungo, folle, stancante e meraviglioso viaggio. Un pellegrinaggio compiuto da un visconte francese in cerca sia di avventura e conoscenza ma soprattutto di sé stesso. Partito da Ottawa, Canada, per arrivare, dopo mesi di viaggio, nel gelido e infinito Artico Canadese. Abbandonato il bagaglio di uomo abituato alla cultura occidentale e ai vizi europei per accogliere, con il tempo, un nuovo modello culturale, totalmente differente, che pone l’uomo in un continuo scontro con la natura circostante. Non un manuale di sopravvivenza, ma un percorso di vita che mostra le abitudini, le regole e i costumi di una popolazione nomade e spesso considerata “primitiva” ma che in realtà possiede un’anima e uno spirito inimmaginabile. L’estenuante caccia alle foche, la divertente messa in scena proposta dal popolo eschimese con l’avamposto per la vendita delle volpi, la costruzione degli igloo in condizioni di estrema difficoltà, l’affrontare tempeste di ghiaccio maestose, il rispetto reciproco tra i vari villaggi, il concetto di morte e l’enigmatico contatto con il cosiddetto “Kabloona” (uomo bianco). Una serie di episodi difficili da immaginare per un lettore inesperto che, proprio come il protagonista del libro, ha bisogno di tempo per iniziare ad entrare in un contesto dominato da concetti totalmente differenti. “Non ci sono parole, non ci sono idee per spiegare all’uomo bianco come vivere con gli eschimesi”. Eppure, il descrivere e il raccontare, con estrema precisione, episodi della vita quotidiana degli eschimesi rimane uno dei punti di forza di questa “ricerca antropologica”, capace di travolgere il lettore con immagini, suoni, racconti e scene di maestosa caratura. Avere la possibilità di osservare, comprendere e imparare da delle righe è un privilegio che poche narrazioni possono vantare come caratteristica e se il contesto è ricco di fascino, come in questo caso, ricco di emozioni, controversie e avventure, diventa ancora più soddisfacente. “Mi hanno insegnato soprattutto ad accantonare le cose: la fretta, l’inquietudine, la ribellione, l’egoismo. Il mio anno al Nord non è stato, come pensavo, un anno di conquista degli elementi, ma di conquista di me stesso.




