Senza romanticismo, ma con tanto cuore: Siniscalchi dipinge Brasillach
Recensioni
5 Dicembre 2023

Senza romanticismo, ma con tanto cuore: Siniscalchi dipinge Brasillach

Il libro di Claudio Siniscalchi per Bietti, Senza romanticismo, è (tra le tante cose) anche un'attenta analisi della Francia tra le due guerre

di Giovanni M. Zinno

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Il libro di Claudio Siniscalchi per Bietti, Senza romanticismo, è (tra le tante cose) anche un’attenta analisi della Francia tra le due guerre

Robert, l’uomo

Dedicato ad un uomo rimasto completamente da solo, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale: Robert Brasillach. Partendo dall’analisi di questo personaggio molto controverso, Siniscalchi, docente universitario e storico del cinema, dipinge un quadro multicolore dal titolo Senza romanticismo, nel quale Brasillach ne è il protagonista assoluto ma lo sfondo, molto carico di colore e di contenuti, è la controversa e inedita Francia di Vichy. Come annunciato fin dall’inizio, l’intento di Siniscalchi è quello di muoversi “a raggera”, abbracciando non solo la politica, ma anche soffermarsi su un analisi più sociologica, in cui cinema, letteratura, storia e geografia vengono costruite ad hoc attorno agli occhi del collaborazionista Brasillach, nato nel 1909 e fucilato nel 1945. Il cosiddetto modernismo reazionario brasillachiano diviene, così facendo, una scelta decisa per cercare di affrontare, in una modalità inedita e alternativa, anche il presente. Brasillach, a prescindere da tutto se “colpevole o meno”, è storia viva di un periodo in cui ai problemi sociali e politici si sommavano le opere monumentali dell’autore francese (ricordiamo, in merito, il bestseller I sette colori).

La fine della Francia

È proprio la sua condanna a morte dopo il rifiuto di De Gaulle di concedergli la grazia che risulta, praticamente tutt’oggi, un unicum nella storia giuridica francese, perché basata su crimini intellettuali (infatti, fu l’unico scrittore collaborazionista a subire la pena capitale) piuttosto che su più pragmatiche azioni militari o politiche: la pena esemplare provocò la reazione di molti intellettuali di cui anche alcuni ex resistenti, che in essa videro un atto di ingiustizia che condannava a morte uno scrittore soltanto sulla base delle proprie opinioni espresse.
“Bisogna risolvere il problema ebraico, perché l’ebreo è lo straniero, è il nemico che ci ha spinti alla guerra ed è quindi giusto che paghi. Si, noi vogliamo salvaguardare la razza francese, proteggerla dai nocivi fermenti che la ingombrano ed avviliscono, noi vogliamo che in Francia vi siano dei francesi.”, questo l’ambiente in cui si muove il reazionario Brasillach, che si divideva tra tempo politico e interesse quasi maniaco per il giornalismo. Con Je suis partout, la rivista per la quale scriveva, dal 1938 è caporedattore con funzioni dirette di gestione del giornale. Quest’ultimo, vicinissimo al potere collaborazionista francese, esercitava una notevole influenza sul pubblico giovane e colto, e ciò lo si nota dalla tiratura: dalle 46mila copie a fine anni Trenta fino a raggiungere le oltre 250mila in piena Seconda guerra mondiale. Brasillach decise, successivamente, di lasciare la rivista, pubblicando, il 27 agosto 1943, il suo ultimo articolo come caporedattore. Convinto delle sue idee fino alla fine, il collaborazionista francese fu paradossalmente allontanato a causa della sua linea che, invece, il giornale aveva supportato fino a quel momento: egli, infatti, rivendicava la nascita di un fascismo francese che fosse alleato col nazionalsocialismo tedesco, ma che non diventasse un mero e semplice clone.

Il cinema

Brasillach, però, non fu soltanto scrittore e giornalista ma rimase affascinato dal cinema molto presto. Il frutto di questa passione, oltre a numerose cronache nei giornali, è la sua Histoire du cinéma (scritta in collaborazione con il cognato Maurice Bardèche) pubblicata per la prima volta nel 1935, che fu oggetto di una nuova edizione nel 1943. Contrariamente ai critici dell’epoca (ed è quello che sottolinea anche Siniscalchi come cifra stilistica di differenziazione), Brasillach adotta per il cinema un punto di vista politicamente neutro, tranne per delle aggiunte antisemite a partire dal 1943. Benché entusiasta dei classici (Chaplin e Renoir su tutti) e dei film hollywoodiani (Ford) fece prova di gusti originali e mostrò una insaziabile curiosità per il cinema straniero. Ciò che è importante sottolineare è anche il fatto che fu il primo critico a parlare in Francia di cinema giapponese.
Siniscalchi riesce a dipingere un Brasillach novecentesco portatore di un’anti-modernità… moderna che, come scritto, più che essere un gioco di parole al limite dell’ossimorico, è un portato e un monito per comprendere la modernità senza esserne sopraffatti, evitando trionfalismi e perseguendo il cosiddetto socialismo nazionale mediante la rivoluzione conservatrice, tipicamente fascista, che ha caratterizzato l’epoca e la vita di Brasillach stesso.