FLEE, un’opera travolgente e una critica ben meritata
Dal 10 marzo 2022 è disponibile nelle sale d’Italia FLEE, un film documentario d’animazione drammatico che racconta la storia di Amin Nawabi, pseudonimo utilizzato per proteggere l’identità del ragazzo protagonista della vicenda, in quanto si tratta del racconto di fatti drammatici realmente accaduti. Il giovane solo dopo molti anni ha trovato la forza di parlare della sua storia al suo amico Jonas Poher Rasmussen, un regista danese che l’ha poi trasformata in un film documentario d’animazione da lui stesso scritto e diretto, realizzando un’opera sorprendente da cui è impossibile non farsi coinvolgere e rapire per tutta la sua durata. Il film, che vede tra i suoi produttori esecutivi anche Nikolaj Coster-Waldau, attore celebre per aver interpretato Jamie Lannister nella serie della HBO Il Trono Di Spade, è già stato rilasciato negli Stati Uniti nel 2021 e ha riscosso un successo straordinario, tanto da valergli una candidatura al premio oscar 2022 come miglior film internazionale, miglior film d’animazione e miglior documentario, e già vincitore dei premi 2021 come miglior film europeo d’animazione, miglior documentario europeo e svariati altri premi e riconoscimenti.
FLEE è un’opera estremamente preziosa e storicamente attualissima che racconta una realtà spietata senza mascherarne gli aspetti più scomodi, ma che allo stesso tempo tocca e coinvolge profondamente lo spettatore in un’esperienza drammatica, eppure piena di vita.
La realizzazione dell’opera
Come ha raccontato in varie interviste lo stesso regista Jonas Poher Rasmussen, FLEE è un documentario d’animazione che racconta la storia di un suo amico, nel film chiamato Amin, conosciuto quando aveva 16 anni e lui 15, un ragazzo venuto dall’Afghanistan in Danimarca da solo e che non voleva parlare del suo passato. I due sono diventati buoni amici ma solo dopo molti anni Amin ha trovato la forza per affrontare e raccontare la sua storia. Tra le ragioni che lo hanno spinto a reprimere il suo passato, oltre all’ovvio dolore che comporta rievocare momenti traumatici e la paura di essere giudicato dal suo amico, sta la falsa identità che i trafficanti di esseri umani gli consigliarono di raccontare una volta giunto in Danimarca per non essere rimandato in Afghanistan. Il significato del titolo stesso dell’opera racchiude lo stato d’animo ermetico e sofferente con cui Amin ha dovuto convivere per anni; “fuggire” sì dal suo paese e da guerra e persecuzioni, ma anche da sé stesso. Si sentì infatti costretto a reprimere un’omosessualità percepita dal protagonista fin dall’infanzia pur senza comprenderne la natura consciamente, come ogni bambino ancora estraneo alla sessualità, che in Afghanistan sarebbe stata considerata un’onta inaccettabile per tutta la famiglia; in seguito obbligato a rimanere in un appartamento con i suoi familiari per anni, cercando di uscire il meno possibile per non incontrare la corrotta e violenta polizia in Russia, e poi anche in Danimarca per quanto relativamente al sicuro costretto a fuggire dal suo passato.
Le avversità e la violenza del viaggio dall’Afghanistan all’Europa sono costate ad Amin una vita vissuta in un continuo stato di pericolo e minaccia, non potendosi fidare di nessuno e anteponendo la propria sopravvivenza alla propria felicità.
Le potenzialità dell’animazione non solo per bambini
L’animazione viene troppo spesso associata dai profani esclusivamente al mondo dell’intrattenimento infantile, FLEE rappresenta invece uno dei più efficaci esempi di come questa tecnica sia in grado di adattarsi ai più diversi generi e argomenti. Il disegno infatti si avvicina molto di più al pensiero stesso, fatto appunto di immagini, parole, memoria e idee non perfettamente corrispondenti alla realtà, ma filtrate e raffigurate dalla soggettività della mente umana. A differenza di un’immagine reale che richiede quindi un’elaborazione e un giudizio della mente e dell’occhio dello spettatore, l’animazione riesce a superare questo processo più agilmente, arrivando direttamente a comunicare uno stato d’animo, un ideale e un’emozione insieme in un tempo. Questo “super potere” comunicativo è dovuto anche al controllo pressoché totale che si può avere su una scena animata: per quanto meticolosa e scrupolosa possa essere la cura di un regista per un set non potrà mai plasmare le immagini della realtà al livello di un disegnatore, che avendo un potere sulla scena fin dal tracciamento delle prime linee della realtà che intende raffigurare ne può esaltare alcuni aspetti e tagliarne completamente altri, arrivando a comunicare allo spettatore appunto in modo molto più diretto, immediato, ideale ed emotivo.
Queste potenzialità in FLEE sono sfruttate al meglio da un’animazione che si presenta con uno stile quasi essenziale o grezzo e insieme molto realistico e dettagliato, in grado di focalizzarsi con precisione su particolari come l’espressività dei volti dei personaggi, o dettagli delle ambientazioni raffigurate che le rendono realistiche e familiari allo spettatore, che si ritrova totalmente coinvolto e colpito dalle situazioni come se lo riguardassero in prima persona. La scelta di realizzare il documentario con l’animazione è dovuta non solo alla necessità di tutelare l’identità e la privacy di Amin, ma anche alle difficoltà che avrebbe comportato ricostruire ambientazioni come l’Afghanistan o la Russia degli anni ottanta. Inoltre essendo il film una raffigurazione del racconto di fatti vecchi di anni, l’intenzione era di conferirgli uno stile che immergesse lo spettatore nei ricordi di un passato, molto vividi, traumatici e coinvolgenti, tanto che durante la visione si ha l’impressione di condividere quei ricordi, di essere lì con Amin in alla mercé degli spietati trafficanti o a subire le violenze della polizia criminale e corrotta.

La critica, una verità imbarazzante
Come anticipato, uno degli aspetti più interessanti di FLEE è sicuramente la sua critica inserita con finezza attraverso piccoli dettagli, conservando quindi si un focus sugli aspetti emotivi e drammatici della vicenda, ma esponendo anche molto chiaramente un giudizio preciso che interessa l’intera società contemporanea europea, e non solo.
L’immigrazione è un fenomeno caratteristico dell’essere umano e della sua storia, un topos proprio della sua natura che, senza farsi illusioni, ha raramente comportato un beneficio sia per chi arriva che per chi accoglie. Questo perché solitamente gli esodi avvengono da un’area più povera del mondo verso una più ricca per infinite ragioni, dalla guerra alla povertà, alla mancanza di prospettive o di mobilità sociale, e solitamente l’area più ricca rimane tale finché deve badare solo a sé stessa, ma con una nuova popolazione in gioco inizia inevitabilmente una contesa delle limitate risorse. Di esempi nella storia che hanno trasformato intelligentemente l’immigrazione in un vantaggio ce ne sono, ad esempio nell’antica Roma l’accoglienza e integrazione di interi popoli che chiedevano di essere accolti ha alimentato e fatto prosperare l’impero addirittura per secoli, ma appunto gli esempi non sono molti in quanto si tratta di eventi estremamente complicati e difficili da organizzare e gestire.
Dal 1800 e 1900 la parola “nazionalismo” ha poi cambiato profondamente il modo in cui gli umani marcano i loro confini. Oggi noi diamo per scontato che sia normale essere affezionati ad un territorio, a una bandiera e a un’idea di stato sovrano ma non è sempre stato così; per tutto il resto della storia umana certo si era affezionati alla propria terra, al proprio popolo, a cultura e tradizioni, ma terra e popolo non erano necessariamente legati, e non c’era un’idea di stato verso il quale provare dei sentimenti come fosse un essere reale e non una semplice convenzione, con delle eccezioni come Roma o Sparta.
FLEE è un documentario che si concentra sui danni e le sofferenze molto reali che l’immigrazione comporta per chi deve affrontarla, sulle cicatrici che rimangono per tutta la vita segnanti e che ostacolano poi il relazionarsi e la salute di chi ne è stato protagonista. Senza pretendere o proporre un’utopia, il film non ha alcuna incertezza nel mettere il pubblico, soprattutto europeo, di fronte a delle responsabilità che fattualmente ha.
Negli ultimi decenni infatti gli europei hanno chiuso occhi e orecchie verso il resto del mondo, vivendo l’immigrazione spesso come un fastidio, una seccatura risolvibile semplicemente chiudendo i confini e aspettando che finisca, come se col tempo quelle persone in difficoltà potessero svanire nell’aria. La politica in molti stati membri ha fatto di questa accanita guerra a ultimi e disperati del nostro mondo la sua fortuna, foraggiando e alimentando una visione estremamente negativa ed esageratamente difensiva nei confronti del fenomeno per puro egoistico interesse elettorale, distruggendo ogni possibilità di ragionevole organizzazione, confronto e discussione dello stesso, e quindi annientando ogni speranza per un’organizzazione intelligente e umanitaria.
In questo contesto l’opera di Jonas Poher Rasmussen risuona quasi umiliante nella sua semplicissima realisticità, stabilendo con il pubblico un contatto non giudicante, accusatore e sprezzante, ma spingendolo sinceramente ad usare le proprie emozioni e ad aprire un dibattito interiore empatico; un vero richiamo pacifico ma deciso alla realtà, e non a un’idea che ci si è voluti fare di essa.
Mostrando vividamente che nel 2022 fame, freddo, mancanza d’igiene per giorni interi, e anche morte, non sono scomparsi e non sono nemmeno limitati ai paesi del terzo mondo, così distanti che “nessuno può farci niente se lì è così”, come per comodità spesso si finisce per convincersi. Tali sofferenze avvengono qui, ora, nelle strade di fianco al nostro ufficio con l’aria condizionata, nelle nostre città, a pochi passi dai ristoranti dove ci sediamo comodi per gustare cibo e divertirci, di fianco alle poste dove si ritirano i risparmi e ci si lamenta se la fila fa perdere 30 minuti. A tutta questa, spesso innocente e manipolata in realtà, inconsapevolezza viene contrapposto il venire chiusi in un container per 48 ore in mezzo all’oceano, il freddo delle notti nelle foreste dei confini con la Russia da attraversare a piedi, il dover superare giorni interi chiusi sotto una botola su una barca nel buio più totale, in venti incastrati in pochi metri, il tutto accompagnato da urina, escrementi, vomito, terrore e alienazione più totale.
FLEE racconta tutto questo e molto di più, e lo fa con uno stile distinto e brillante e con un’emotività sconvolgente; un’opera bellissima e travolgente, fortemente educativa e intensa, un film coraggioso che non alcuna paura di parlare con l’anima anche del più freddo e insensibile degli spettatori.





