La condizione della donna attraverso i tempi, fino ad oggi oggetto di violenza

La condizione della donna attraverso i tempi, fino ad oggi oggetto di violenza

la-donna-attraverso-i-tempiDa sempre la condizione della donna è stata caratterizzata da una situazione di inferiorità, spesso giustificata da una sua pretesa inferiorità fisica.

Nei tempi passati il suo destino era il matrimonio, assumendo il compito provvedere al buon andamento della vita domestica, allattare i figli e provvedere alla loro educazione nei primi anni di vita. In alcune civiltà spesso godeva di molta libertà e poteva uscire di casa senza il marito, ma solo accompagnata da una dama di compagnia.

La donna greca, di cui si hanno notizie solo dei quelle ateniesi, la donna invece viveva come reclusa e se sposata usciva di casa soltanto nelle feste religiose matrimoni o funerali. Se poi in casa arrivava un uomo qualsiasi a far visita, la donna doveva subito ritirarsi nel gineceo e non poteva neanche girare per casa.

Col passare del tempo nelle società più sviluppate sono iniziati dei processi di emancipazione delle donne: non più solo custodi del focolare domestico, ma impegnate si nella famiglia, ma anche nel lavoro, politica, ecc. che via via hanno sempre permesso che nei loro riguardi non venisse più applicato il trattamento giuridico riservato ai “soggetti incapaci”.

In Italia, fino a poco più di un secolo fa alle donne non era consentito votare, così come non erano libere di disporre del denaro guadagnato con il proprio lavoro, di cui invece disponeva il marito o il padre, nè potevano promuovere un’azione legale. Fu l’Australia il primo paese al mondo a riconoscere alle donne il diritto al voto nel 1902.

Nel periodo dei 150 anni che portarono all’Unità d’Italia furono tante le donne italiane, che con il loro impegno politico, scientifico o letterario, hanno cambiato e influenzato non solo la vita di altre donne, ma anche il sapere e la cultura dell’intera umanità, tra queste Rita Levi Montalcini, Margherita Hack , Maria Montessori e Tina Lagostena Bassi, Tina Anselmi, Nilde Jotti, Oriana Fallaci, Sonia Ghandi, Emma Bonino, Alda Merini, Elsa Morante, Grazia Deledda, ma anche Anna Magnani, Sofia Loren, Carla Fracci e tantissime altre.

Putroppo, nonostante tutti i progressi e le innovazioni delle culture nelle moderne società non si è ancora riusciti a debellare la violenza sulle donne, che resiste con tutti i suoi pregiudizi in tutti gli strati sociali, nessuno escluso.

Il concetto di violenza, tra l’altro è molto ampio e comprende una lunga casistica di abusi fisici, psicologici, economici, normativi, sociali e religiosi che impediscono alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. Ecco perchè non bisogna pensare solo ai soli delitti, come l’omicidio, ovvero “femminicidio”, come si definisce con un termine moderno, perchè questo finirebbe per far ritenere tutto il resto come fatti “non gravi” e quindi trascurabili.

Sarebbe quindi più corretto parlare di “violenza sulle donne”, termine che detiene in sé il soggetto e l’oggetto della violenza. Questo è importante perchè le parole servono a descrivere la realtà, ma possono anche distorcerla e far nascere immagini che cambiano la portata dei fatti fino a smentirli o giustificarli. Si incontrano talvolta espressioni come “delitto passionale”, violenza familiare, dramma della gelosia, raptus di follia, che fanno presa sul lettore medio che non si sofferma ad un’analisi storica, psicologica e sociologica sull’argomento e può spingersi fino a normalizzare la violenza tra uomini/presunti cacciatori e donne/inevitabili prede.

Un simile modo di comunicare semplifica la realtà dei fatti e la priva del suo vero significato, distogliendo lo sguardo sul reale focus del discorso a vantaggio dell’uomo che ha compiuto violenza, tanto da sottovalutare la sofferenza patita dalla donna vittima. Una simile comunicazione può spingersi fino a far vedere i fatti dal punto di vista del carnefice, che paradossalmente può apparire “più umano” e quindi vittima a sua volta.

D’altra parte non sono lontani i tempi in cui in Italia il delitto d’onore era previsto dal codice penale risalente al 1981, e nonostante siano passati trent’anni se ne sente ancora una subdola influenza nella società.

Non è nemmeno corretto dire che in Italia l’omicidio di donne da parte di partner o conoscenti è diventata “un’epidemia”, nè che questo fenomeno sia in aumento rispetto ai dati europei, perchè si uccidono meno donne nel nostro paese che nel resto d’Europa.

Quindi il vero problema è che va focalizzato il fatto che è grave l’omicidio di una donna per il fatto di essere donna, determinando la motivazione di genere come causa profonda della violenza. E’ questo che va studiato, affrontato e demolito, senza demonizzare il “mostro” di turno ma avendo la percezione esatta della necessità di rivedere fin dalle radici il modello educativo su cui si basa la nostra società.

Sono i paradigmi culturali che vanno abbattuti, perchè fin dalla più tenera età vengono inculcate, da parte dei genitori, scelte e comportamenti che determinano la differenziazione di genere nei figli. Più è rimarcata la distinzione di genere meno rispetto c’è nei confronti del genere ritenuto inferiore. Su questa distinzione di genere si fonda il rispetto nei confronti dell’altro sesso e si mette in gioco la futura concezione del diverso e il suo grado di tolleranza nei confronti dello stesso.

E proprio su queste considerazioni che si ha modo di constatare che gli uomini che non rispettano le donne, non rispettano neppure le altre forme di diversità, quindi esercitano varie forme di discriminazione nei confronti degli omosessuali, stranieri o adepti di altre religioni. Basterebbe questo per far capire quanto sia urgente recepire l’importanza di educare al rispetto di genere nella società, se si vuole considerare civile. Perchè senza rispetto per le donne la democrazia resta incompiuta.

Possiamo quindi concludere dicendo che la violenza sulle donne è una colpa di tutti, non soltanto di chi la commette, ma anche da chi la tollera o da chi la ignora, anche senza esercitarla direttamente.

Redazione Milano
8 giugno 2014

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