Partiti politici italiani, origini e storia (parte 2)

Partiti politici italiani, origini e storia (parte 2)

Riprendiamo la panoramica sulla storia dei partiti politici italiani, concentrandoci – in questo secondo scritto – sulle vicende che caratterizzarono il periodo che va dal 1918 al 1992.

Al termine del perimo conflitto mondiale – prima del partito fascista – fu quello socialista ad attrarre verso di sé sostanziosi consensi, tanto che la rappresentanza parlamentare passò dai 53 membri del 1913 ai 156 nelle elezioni del 1919. All’interno del partito, però, permanevano profonde divergenze tra l’ala massimalista e quella riformista. Tra le figure più interessanti della sinistra del tempo, spicca Antonio Gramsci che, in aperta polemica con il partito socialista, lo definì: «facile conquista di avventurieri (…), di ambiziosi senza serietà e capacità politica» e ancora: «un povero notaio che registra le operazioni compiute spontaneamente dalle masse». Dal Congresso di Livorno del gennaio 1921, respinte le richieste di Mosca per l’adesione dei socialisti alla Terza Internazionale, furono i comunisti che si riconoscevano nel pensiero di Gramsci a dover lasciare il partito, andando così a comporre le fila del nascente partito comunista.

Con la fine della prima guerra mondiale, anche il movimento cattolico popolare incrementò i propri consensi. Personaggio di rilievo fu certamente Luigi Sturzo che, in una lettera del 22 novembre 1918 indirizzata a Stefano Cavazzoni, affermò di avvertire la presenza di una «sottostruttura per l’esistenza reale di un grande partito cattolico». Lo stesso Sturzo, forte del suo ragionamento, lanciò nel gennaio 1919 un appello «a tutti gli uomini liberi e forti» affinché aderissero al programma del partito popolare italiano. Il nuovo soggetto politico si sarebbe dovuto collocare tra liberali e socialisti, facendo dell’interclassismo la sua forza principale. Nel partito confluirono elementi della sinistra cattolica , i clerico moderati e i democratici cristiani. Il primo Congresso si svolse a Bologna nel giugno 1919 e con 353 sezioni a favore contro 159 contrarie, venne confermata la natura centrista del partito. La presenza di correnti interne al partito, comunque, fece sì che l’atteggiamento dei popolari risultasse contraddittorio e quindi debole (così come per i socialisti). Di questa manifesta debolezza, ne approfittò il fascismo, che meglio seppe approfittare della situazione di profonda crisi di tutta la società. Con la salita al potere di Mussolini, alcuni popolari entrarono a far parte del governo, una scelta fortemente criticata da Sturzo che, al Congresso di Torino del 1923, parlò di «clericaletti senza convinzioni. Cattolici che facilmente passano alle bandiere degli altri partiti, oggi come ieri, (scindendo) nella realtà politica, la loro coscienza e la loro sintesi etica e sociale, in un momentaneo atteggiamento esteriore». Secondo Sturzo, occorreva invece riaffermare «il carattere democratico cristiano (…) la sostanza e i termini del programma, l’autonomia dell’organizzazione (…) e le alte finalità etiche, politiche ed economiche del partito». Queste parole, tuttavia, costarono le dimissioni a Sturzo: Mussolini, infatti, chiese immediati chiarimenti al gruppo parlamentare popolare ma non contento delle precisazioni, decise di imporre le dimissioni di tutti i ministri popolari. La scissione dei filofascisti dal partito e il sostanziale immobilismo della Chiesa (che temeva le violenze degli squadristi), fecero il resto e spinsero Sturzo a lasciare l’incarico.

Da lì a poco il fascismo e Benito Mussolini avrebbero conquistato pieni poteri. Più che analizzare il ventennio fascista, è bene focalizzarsi sul tipo di governo messo in piedi dal duce; una forma di organizzazione che – troppo genericamente – viene definita come ‘dittatura’ ma che presenta comunque sostanziali differenze rispetto ad altri tipi di regimi non democratici. Seguendo infatti la definizione proposta da Linz, un regime autoritario – come quello fascista – si caratterizza per «pluralismo politico limitato e non responsabile, senza un’elaborata ideologia guida, ma con mentalità caratteristiche, senza mobilitazione politica estesa o intensa, tranne che in alcuni momenti, e con un leader o talora un piccolo gruppo che esercita il potere entro limiti formalmente mal definiti ma in realtà abbastanza prevedibili». Nel regime autoritario resta – con un limitato raggio d’azione ed elevato grado di controllo – una ristretta cerchia di associazioni (corporative, religiose etc..) inoltre, gerarchie religiose, élites economiche e monarchie, spesso sopravvivono e appoggiano il governo autoritario, forte – rileva Huntington – anche del sostegno delle milizie, impiegate nel controllo della forza. Sempre seguendo la distinzione proposta da Linz, il regime autoritario si differenzia da quello totalitario (come quello organizzato ad esempio da Hitler, da Stalin, da Pol Pot e dal fondamentalismo islamico): questo tipo di organizzazione del potere, infatti, manca del tutto di pluralismo politico, presenta leader forti, alto livello di mobilitazione del popolo, ideologia elaborata e volta alla trasformazione totale della società, forte repressione dell’opposizione politica e dei gruppi etnici e sociali. Un terzo tipo di regime non democratico è definito come ‘tradizionale’, basato sul potere patrimonialistico del leader, scarsa mobilitazione e mancanza di ideologie elaborate. Rientrano in quest’ultima categoria alcuni sultanati, che spesso acquisiscono terre e ricchezze, impoverendo la popolazione anche attraverso la repressione. Per questo tipo di regime, è stato coniato il termine ‘cleptocrazia’.

Con la fine della seconda guerra mondiale e il ritorno dei partiti nella scena politica italiana, il Paese si trovò ad affrontare una scelta radicale, quella cioè di proseguire sotto la monarchia sabauda o se scegliere la forma di governo repubblicana. Nel 1946, anno del referendum (che vide la vittoria della forma di governo repubblicana sulla monarchia), si svolsero anche le elezioni dell’Assemblea costituente. A prevalere – tra le principali forze elette – fu la Democrazia Cristiana, contrapposta per ideali al Fronte Popolare (composto principalmente da comunisti e socialisti), al Blocco nazionale della Libertà (composto da liberali e qualunquisti) e al Movimento Sociale Italiano (formato principalmente dai reduci di Salò). La vittoria della DC di De Gasperi apparve schiacciante, forte dell’organizzazione capillare della Chiesa e del clima rassicurante che gli Stati Uniti – vincitori del conflitto – avevano portato nel Paese. L’influenza degli Stati Uniti – che temevano uno spostamento dell’Italia verso l’Unione Sovietica – ebbe come risultato (era il 1947) l’estromissione delle sinistre da parte di De Gasperi; una mossa che si rivelò decisiva anche per il via libera ai cospicui finanziamenti del cosiddetto Piano Marshall. La DC, forte della vittoria conseguita nel 1948, si rivelò comunque poco incline a sedare democraticamente gli scioperi e le proteste per la miseria dilagante di quegli anni: Mario Scelba e le sue milizie non esitarono infatti a lasciare sulle strade una lunga sequela di morti. Il crescente malcontento fece perdere consensi alla DC (in particolare nelle amministrative del 1951-52); per tentare di assicurarsi comunque una maggioranza solida in Parlamento in vista delle future elezioni politiche, il partito di De Gasperi mise a punto quella che passò alla storia come ‘legge truffa’: la coalizione che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti, avrebbe ottenuto i 2/3 dell’emiciclo, potendo così modificare anche la Costituzione senza ricorrere a referendum. La legge, nonostante fosse stata approvata dal Parlamento tra mille polemiche, non trovò comunque fattiva applicazione: la coalizione centrista (DC, Pli, Pri e Psdi) non riuscì infatti a raggiungere il traguardo, complice la campagna messa in atto dai comunisti e da alcune forze liberali e socialdemocratiche. Nonostante l’emorragia di consensi, la DC riuscì comunque a mantenere la guida del Paese; De Gasperi, ormai anziano e malato, lasciò il posto a Fanfani, con il quale la DC sposò il principio dell’intervento pubblico nell’economia e la necessità di rafforzare l’organizzazione del partito, troppo dipendente da quella dell’Azione Cattolica e dal rapporto con Confindustria. La DC, come dimostrato dai numerosi cambi di Governo tra gli anni ’50 e i primi anni ’90 (epoca della sua dissoluzione), era sì organizzata in modo capillare nel territorio ma soffriva di patologie interne che poco a poco ne decretarono la fine. Il correntismo, i continui spostamenti di asse, i franchi tiratori e – non ultimo – l’impianto clientelare che si era venuto a comporre, hanno sia contribuito alla lunga permanenza al governo che al logoramento del partito stesso, stroncato – come la maggior parte degli altri partiti – dalla vicenda tangentopoli.

Un piccolo passo all’indietro è necessario per sintetizzare le vicende politiche del Pci, altro grande partito di massa che dal dopoguerra fino allo scioglimento, insidiò concretamente il dominio della Democrazia cristiana. La denuncia dello stalinismo operata da Nikita Chrusčëv nel XX congresso del Pcus e l’invasione sovietica dell’Ungheria, portarono il Pci a rivedere la propria strategia e ad allontanarsi dall’Urss e dal suo modello di comunismo, accentuando in tal modo gli aspetti democratici insiti nella via italiana al socialismo promossa da Togliatti. Con Longo, successore alla segreteria del partito alla morte di Togliatti (1964), il Pci ottenne un buon 26,9% nelle elezioni del 1968. In quegli anni le lotte operaie e studentesche, unite al processo di unità sindacale, determinarono nuove aspettative verso la politica del Pci, alle quali il nuovo segretario Enrico Berlinguer rispose con la proposta di ‘compromesso storico’ (1973), una collaborazione con le forze cattoliche e socialiste per il rinnovamento del Paese e l’allontanamento dai pericoli di un ritorno della reazione e dell’estremismo di destra. La proposta, dopo le ulteriori affermazioni elettorali del Partito comunista, si concretizzò – ma solo in parte – sia nell’accordo sull’astensione al governo presieduto da G. Andreotti (1976), sia sul voto al nuovo monocolore Andreotti, inaugurato nel giorno del rapimento di Aldo Moro (marzo 1978). La fase di ‘solidarietà nazionale’ finì nel 1979, con la decisione comunista di uscire dalla maggioranza. Per quanto riguarda la politica internazionale, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la proclamazione della legge marziale in Polonia, portarono a un’ulteriore allontanamento del Pci dall’Urss, allontanamento che ritroviamo nella dichiarazione di Berlinguer in cui sottolineò l’esaurimento della «spinta propulsiva» dell’Urss che si era generata a seguito della Rivoluzione d’ottobre. Dopo il 1984, anno della morte di Berlinguer, il Pci entrò definitivamente in una spirale negativa caratterizzata da un sempre più marcato calo di consensi, dovuto anche all’irrompere sulla scena politica del rinato Partito socialista guidato da Bettino Craxi. Il crollo del comunismo nei paesi dell’Est europeo portò il Pci guidato da Occhetto a una profonda fase di trasformazione, culminata nel 1991 nello scioglimento del partito e nella contestuale costituzione del Partito democratico della sinistra (Pds). L’ala più intransigente si staccò dal partito e diede vita al Partito della rifondazione comunista, che oggi è guidato da Paolo Ferrero e conta due esperienze di governo durante gli esecutivi Prodi (1996 e 2006).

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