Partiti politici: teorie e storia dalle origini ai giorni nostri (parte 1)

Partiti politici: teorie e storia dalle origini ai giorni nostri (parte 1)

Elementi chiave della vita politica di un Paese, i partiti sono la rappresentazione istituzionale del volere dei cittadini, organizzazioni che – suggerisce il termine stesso – cercano di tutelare e promuovere le istanze della parte di elettorato che essi rappresentano. Con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e l’avvento di Internet, i partiti si sono in qualche modo aperti; resi cioè fruibili al grande pubblico, il quale può farsi rapidamente un’idea riguardo i punti programmatici e le intenzioni di questa o quella forza politica. Tuttavia la facilità di accesso e il cosiddetto overload informativo, possono paradossalmente consegnare all’oblìo alcuni elementi fondamentali nella formazione di una chiara idea politica nel cittadino, costretto in questo modo a rincorrere il presente senza una chiara idea riguardo il futuro e – soprattutto – privandolo del tempo necessario per indagare il passato. Essendo quest’ultimo una vera e propria fucina da cui l’oggi e il domani prendono forma, con questo scritto ripercorrerò – dalle origini – l’evoluzione dei principali partiti politici, così da offrire al lettore una panoramica che mantenga i riflettori puntati sugli aspetti che hanno dato vita alle attuali forze politiche.

Seguendo la definizione coniata da Max Weber (1922), il partito politico «è un’associazione fondata su un’adesione libera, costituita al fine di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale e ai propri militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi o per il perseguimento di vantaggi personali, o per tutti e due gli scopi». Il partito politico, dunque, mira ad influenzare il potere attraverso la partecipazione ad elezioni e all’occupazione di cariche elettive. Nel XVIII secolo e in parte anche nel XIX, i partiti erano perlopiù costituiti attorno a singole personalità, che esercitavano una certa influenza nella comunità di riferimento (Preti, giudici, signorotti e proprietari terrieri). Questo tipo di associazioni, riprendendo ancora Weber, rientrano nell’insieme dei “partiti di notabili”, fondati in prima battuta sulla deferenza e sulla potenza economica di cui godeva il vertice di tale forza politica.

Sul finire del XIX secolo e l’instaurazione delle prime democrazie, il personalismo dei notabili cominciò a decadere in favore di una professionalizzazione della politica e della formazione dei partiti di massa. Nuove spinte e bisogni provenienti dalla società crearono – secondo Stein Rokkan – alcune “fratture sociali”, dalle quali presero vita diverse tipologie di partiti. Entrando nello specifico, si tratta di quattro fratture; la prima, quella tra centro e periferia, diede origine ai partiti regionalisti. La seconda, tra Stato e Chiesa, originò quelli religiosi e liberali mentre la terza e la quarta, tra città e campagna e capitale e lavoro (nate con la rivoluzione industriale), diedero vita rispettivamente a partiti contadini-agrari e forze conservatrici e socialiste. Prima di addentrarci nel caso italiano, è bene prendere spunto da Klaus von Beyme, che ha distinto le diverse tipologie di partiti secondo “famiglie spirituali”:

Partiti liberali e radicali: questi soggetti politici sono nati per venire incontro alle esigenze della borghesia, contrapposta ai proprietari terrieri. Tra le principali istanze promosse troviamo la rimozione di barriere doganali, diritto alla proprietà privata, estensione dei diritti politici (specie per le forze radicali). Nei Paesi a forte vocazione cattolica, questi partiti assunsero posizioni anticlericali. Ancora oggi ritroviamo alcuni di quei tratti originari, come la difesa dei diritti civili e il tentativo di limitare l’intervento statale nell’economia e nella società.

Partiti conservatori: sorti in opposizione a quelli liberali, difendevano gli interessi dei proprietari terrieri e del clero. Tra le loro idee fondanti, ricorda Beyme, troviamo «la credenza nella divina provvidenza, un senso di mistero divino e la ricchezza della vita tradizionale, il sostegno per l’ordine e la stratificazione sociale, la difesa della proprietà privata e della libertà individuale». Questi partiti – oggi una rarità – hanno via via sposato dottrine sempre più liberali per quanto riguarda il livello d’intervento statale ma restano ostili all’ampliamento dei diritti civili e politici.

Partiti socialisti e socialdemocratici: nati sul finire del XIX secolo attraverso la mobilitazione operaia, chiedono diritti politici e sociali. Inizialmente si configurarono come forze extraparlamentari, spesso in contatto diretto coi sindacati. Dopo la seconda guerra mondiale, alcuni di questi partiti rinunciarono alla socializzazione dell’economia in favore di dottrine di stampo keynesiano.

Partiti democristiani: formati nel XIX secolo, esprimevano l’opposizione della Chiesa alle democrazie liberali. Tendenzialmente centristi, hanno assunto posizioni conservatrici rispecchiando – fino al 1945 – la scarsa fiducia della gerarchia ecclesiastica nei confronti dei diritti democratici. Talvolta propensi ad estendere alcuni diritti sociali attraverso l’intervento statale, spesso si sono opposti al riconoscimento di alcuni diritti civili, specialmente in tema di diritto di famiglia e controllo delle nascite.

Partiti comunisti: nati dopo la rivoluzione russa dalla scissione con i partiti socialisti, sono rimasti a lungo fedeli all’idea di rivoluzione sociale come strumento necessario per modificare l’assetto dello Stato. Molte di queste forze politiche, hanno compiuto un processo di revisione ideologica, fino ad accogliere il processo democratico e l’economia di tipo capitalista.

Partiti agrari: sorti in concomitanza con la rivoluzione industriale, avevano come scopo principale quello di tutelare gli interessi delle campagne. Generalmente di breve vita, erano tendenzialmente conservatori. Solo nelle regioni scandinave essi hanno assunto posizioni più progressiste e vicine alla sinistra. Oggi sono praticamente scomparsi o sono confluiti in altri partiti.

Partiti etno-regionalisti: Presentano grande varietà d’ideologie e strategie d’azione. Sono sorti per tutelare in particolar modo le minoranze linguistiche e spesso si sono contrapposti sia ai liberali (propensi alla formazione dello Stato-nazione) che ai socialisti (contrari a rivendicazioni etniche, nocive per la guerra di classe).

Partiti della destra radicale: Generalmente anti-liberali e anti-democratici, inizialmente erano rappresentati dai partiti fascisti. Oggi il termine indica partiti xenofobi e populisti, che condividono atteggiamenti illiberali, esprimendo – secondo Kitscheld – insofferenza per l’intervento statale nell’economia.

Partiti ecologisti: nascono negli anni ’80 e pongono al centro la difesa dell’ambiente dall’inquinamento. Tendenzialmente allineati a sinistra per quanto riguarda la politica di redistribuzione del reddito, in essi ritroviamo anche elementi ‘libertari’, perché si oppongono al controllo delle burocrazie pubbliche e private sulle condotte individuali e collettive. Auspicano una democrazia partecipatoria e sostengono il diritto dei singoli/gruppi a definire con autonomia le istituzioni politiche, culturali ed economiche.

Dopo l’unità d’Italia e la morte di Cavour, alcuni gravi problemi funestavano il Paese, su tutti prevalevano decentramento, brigantaggio e sistemazione della questione fiscale. Per quanto riguarda i primi due aspetti, sia i democratici che i moderati erano concordi nel voler trovare una soluzione rapida (fucilazioni e chiusura a ogni possibile forma di autonomie) mentre per il terzo punto, destra e sinistra avevano visioni contrastanti. Per la destra era opportuno applicare un sistema d’imposte indirette da distribuire su tutti i cittadini, alleviando quindi il carico tributario sugli agricoltori mentre la sinistra, mirava a un sistema di imposte dirette che gravasse soprattutto sulla proprietà fondiaria. Il predominio della destra tra il 1860 e il 1870 fece sì che ad avere la meglio fosse il sistema promosso da questa parte politica, la quale riuscì a ottenere il pareggio di bilancio grazie anche all’imposta sul macinato varata da Sella nel 1868. Secondo la destra, inoltre, lo Stato doveva astenersi dall’intervenire nella vita dei cittadini mentre la sinistra prediligeva un’impostazione che vedesse lo Stato come acceleratore del moto attraverso cui la società avrebbe potuto raggiungere i propri traguardi, non ultimo il completamento dell’unità d’Italia. Tuttavia, la polarità tra destra e sinistra, sembrava dissolversi nel nulla all’interno del Parlamento. Come osservato da De Sanctis, infatti, all’interno dell’emiciclo lo scontro si riduceva a «misere gare d’influenza, di gelosia, di divisioni personali»: compromessi ed espedienti che, chiuse le questioni di Roma e Venezia (1870), fecero aumentare il malcontento generale dei cittadini, già vessati da un pesante carico fiscale. Queste condizioni, assieme al programma di redistribuzione e partecipazione alla vita pubblica promosso della nascente Sinistra giovane (assieme alla Sinistra storica), portarono – nel 1876 – alla caduta del governo di destra.

Nonostante il rovesciamento di fronte, entrambe le formazioni politiche, sostanzialmente, si ritrovarono a tutelare gli interessi della borghesia, portando a un decadimento delle divergenze che comportò – poco tempo dopo l’unità – alla mancanza di valide prospettive e a un conseguente incremento dei suicidi in tutta la società. In questo clima, reso ancora più ostile dalla grave crisi economica che colpì l’Europa fino al 1896, si fece strada l’idea della necessità di politiche conservatrici e orientate a destra che, per quanto riguarda l’Italia, trovarono espressione in Crispi, schierato apertamente contro i radicali. Nuove forze sociali, però, chiedevano sempre più maggior responsabilità politica, responsabilità che il ceto politico impersonato da Crispi rifiutava di concedere. La chiusura verso le nuove istanze portò, in estrema sintesi, alla caduta del governo. Nel 1901, dopo l’uccisione di Umberto I a Monza, la salita al potere di Zanardelli e di Giolitti comportò l’avvio di una nuova politica, che sancì la fine delle vecchie correnti risorgimentali. Per Giolitti, allora ministro dell’Interno e tendenzialmente liberale, era necessario garantire la libertà delle organizzazioni del lavoro, prima tra tutte la libertà al diritto di sciopero. In conseguenza delle posizioni di Giolitti, in Italia scoppiarono numerosi scioperi per richiedere migliori condizioni lavorative mentre, in Parlamento con Sonnino e in Senato con Arrivabene, i conservatori contestavano allo stesso ministro dell’Interno il mancato intervento statale nel soffocare le rivolte, spalleggiate anche dai socialisti. Secondo lo stesso Giolitti, il movimento del proletariato era «un fatto storico inevitabile; non c’è forza di governo che possa impedire alle grandi masse popolari, dopo che, con l’istruzione diffusa, hanno conosciuto i mezzi  per far valere i propri interessi, dopo che noi abbiamo dato loro il voto politico e le abbiamo avviate ad una educazione maggiore (…) che possa comprimerle in modo da impedire questo movimento risorgente. E dal momento che non si può reprimere questo movimento, non v’è altro da fare che regolarlo». La posizione assunta da Giolitti si spiega meglio analizzando il costo medio del frumento a quintale, passato da L. 21,53 (1893) a L. 26,15 nel 1901 mentre il salario medio (nello stesso periodo di riferimento) era passato da 0,25 a 0,26 Lire l’ora. Le politiche di Giolitti – e i giochi di alleanze messi in atto lungo il primo decennio del secolo scorso – portarono indubbi benefici al Paese intero ma attirarono anche numerose critiche da parte dei liberisti, contrari al protezionismo statale nel settore industriale – al nord – e in quello granario al sud.

Altro aspetto che meglio delinea l’agire delle diverse formazioni politiche del primo ‘900 è la cosiddetta impresa di Libia, appoggiata dalle destre e dai nazionalisti (che pure avevano mire – soprattutto per ragioni economiche – in Adriatico e nei Balcani) ma osteggiata – almeno in parte  – dai socialisti. Questi ultimi, costituiti come partito verso la fine dell’800, si trovavano ora a vivere un netto contrasto interno; se da un lato Bissolati e Bonomi sostennero che l’impresa di Libia non fosse motivo sufficiente per lasciare il governo Giolitti e passare all’opposizione, Turati (vicino a posizioni più riformiste) ammonì severamente i collaborazionisti durante il Congresso di Reggio Emilia del 1912: «se sentiste che questa è l’ora dell’abnegazione, l’ora di appartarsi e attendere, sareste grandi. Altrimenti a vostro dispetto, avrete tradito il proletariato e il socialismo!». Dalla votazione del Congresso, date le posizioni inconciliabili, scaturì la decisione di allontanare dal partito Bissolati e tutti i suoi seguaci. Nella fronda rivoluzionaria, invece, emerse la figura di Benito Mussolini, che dopo aver assunto la direzione dell’ “Avanti!“, disse: «Prometto di dimostrare che la vitalità del socialismo italiano è perenne». Tuttavia le parole di Mussolini furono disattese soltanto due anni più tardi quando, nel 1914, passò dal sostenere la neutralità a una decisa posizione interventista. Il 30 novembre fu espulso dal partito: «non crediate – disse – che io mi separi gaiamente da questa tessera. Strappatemela pure: ma non m’impedirete di essere in prima fila per la causa del socialismo». Quello inteso da Mussolini era però un socialismo lontano da quello inteso da riformisti e dei rivoluzionari, più legati al positivismo ottocentesco che a una trasformazione delle relazioni sociali in violente sopraffazioni.

Il tema dell’interventismo e della neutralità dell’Italia rispetto all’entrata in guerra, consente di vedere più da vicino la corrente dei cattolici (al tempo non ancora organizzata come partito). In questa corrente le divisioni più marcate risiedevano tra cattolici intransigenti, cattolici moderati e cattolici sociali. Il netto neutralismo dei primi – appoggiato anche dal Vaticano – derivava principalmente dalla simpatia nutrita dalla Chiesa verso l’Austria, considerata come “baluardo” contro l’imperialismo slavo. Al lato opposto si schieravano i cristiano-sociali, che contrastavano sia gli intransigenti per lo scarso interesse nel voler risolvere la questione romana sia i moderati/conservatori, perché contrari agli accordi stretti da questi ultimi con la classe dirigente liberale. Nonostante le prese di posizione a difesa della neutralità da parte di numerose forze politiche, alla fine furono i nazionalisti – con le loro azioni marcate, talvolta violente ma soprattutto di piazza – ad avere la meglio e a consegnare a Salandra pieni poteri (con 407 voti a favore e 74 contrari in Parlamento), spingendo l’Italia in guerra.

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