Una slide, uno striscione ed una conferenza di Fassino non necessitano l’intervento della DIGOS

Una slide, uno striscione ed una conferenza di Fassino non necessitano l’intervento della DIGOS

Salvini, piaccia o non piaccia, bisogna dargli atto che riesce a cannibalizzare l’attenzione mediatica. Giorno dopo giorno, infatti, rimane in ogni caso al centro di ogni discussione a livello nazionale. Spread, migranti, simpatie fasciste, comportamenti poco costituzionali, selfie #foodporn ed ora anche la sospensione di un’insegnante.

Una delle ultime vicende, poiché ovviamente il ministro influencer nel frattempo ha già fatto parlare di altro, vede protagonista una professoressa sospesa per due settimane con lo stipendio a metà a “causa” dei suoi studenti: questi avevano infatti accostato la figura di Salvini a quella di Mussolini, facendo un paragone tra il Decreto Sicurezza e le leggi razziali emanate durante il fascismo. La colpa della professoressa sarebbe quella di non aver vegliato adeguatamente sul lavoro dei suoi studenti.

Già da queste informazioni si capisce come il caso sia molto strano di per sé, scomodare addirittura i più alti vertici ministeriali per una semplice presentazione scolastica fatta da studenti quattordicenni, che peraltro hanno solamente reiterato un’idea proposta da diversi giornali a tirata nazionale che di certo non condividono la stessa area politica del nostro caro ministro. Le dinamiche, comunque, con cui il caso è arrivato alla sua attenzione sono altrettanto curiose: Claudio Perconte, attivista di destra legato agli ambienti di CasaPound (stranamente sempre vicini alle vicende che fanno più clamore del nostro ministro), ha inviato un tweet al Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti a fine gennaio (la presentazione dei ragazzi era stata fatta in occasione della giornata della memoria), che ha reagito “cautamente” inviando un’ispezione nella scuola palermitana, dove sono stati interrogati studenti e professoressa.

Dopo l’esplosione del caso mediatico la professoressa ha dichiarato che lei non c’entrava niente con l’elaborato degli studenti, i quali invece hanno autonomamente trovato un parallelismo tra le due cose: «Quel lavoro non aveva assolutamente alcuna finalità politica né tendeva a indottrinare gli studenti, che da sempre hanno lavorato in modo libero come essi stessi hanno dichiarato anche agli ispettori arrivati in istituto a fine gennaio. Il video è il risultato dell’elaborazione dei ragazzi, si era parlato di diritti umani e nella loro elaborazione hanno fatto l’associazione tra il decreto sicurezza e la lesione dei diritti umani». Le riflessioni più interessanti della professoressa sono le seguenti, relative al ruolo dell’insegnante e della sua funzione di educatrice: «Il mio modus operandi è cercare che i ragazzi si formino un pensiero libero, critico, che siano attenti ai fatti della realtà e che imparino a ragionare e a pensare. Che si formino delle opinioni». A loro volta anche gli studenti si sono assunti la totale responsabilità –di aver fatto cosa, poi, se non elaborare un proprio pensiero- dei fatti, commentando: «Siamo stati noi stessi a notare che in alcune parti il decreto sicurezza lede diritti fondamentali».

Non è una cosa segreta che al ministro influencer non piaccia essere contraddetto. Nelle ultime due, tre settimane infatti in molte città italiane pare essersi diffusa la protesta dei striscioni. Dopo la rimozione da parte dei pompieri di uno striscione a Bergamo che riportava la scritta “Qui non sei il benvenuto”, rivolto proprio a Salvini presente in città per un comizio, in quelli successivi in molte città sono apparsi decine di striscioni appesi ai balconi, spesso anche ironici, volti ad esprimere la contrarietà dei cittadini alle politiche del leader del Carroccio.  Non ne abbiamo la certezza, è vero, ma rimane tuttavia estremamente probabile che a chiamare i pompieri per la rimozione dello striscione incriminato sia stato proprio il ministro o le persone più vicine a lui.

Nel caso della professoressa Rosa Maria Dell’Aria il ministro si è limitato a commentare: «Non so chi sia stato a proporre, a controllare, a ordinare, a suggerire, però che qualcuno equipari il ministro dell’Interno, che può stare simpatico o antipatico, a Mussolini o addirittura a Hitler, mi sembra assolutamente demenziale».

Nei giorni appena successivi a questo fatto, però, sono avvenuti accadimenti similmente ambigui. L’ultimo caso è quello di una conferenza del Partito Democratico, tenutasi a Modena, in cui l’oggetto principale era proprio la campagna elettorale del ministro dell’interno ed i segnali preoccupanti che iniziano ad emergere a causa sua. Proprio durante la conferenza l’esponente dem Fassino ha chiesto di presentarsi a 4 giornalisti che non conosceva e tra loro è emerso anche un uomo della DIGOS che si è identificato come funzionario della procura, in evidente imbarazzo tra l’altro secondo le testimonianze. La sala del palazzo in cui si teneva l’incontro è ubicata al terzo piano, per cui pare proprio strano che tale figura sia giunta lì per caso. Non è ben chiaro come Fassino possa essere un elemento così pericoloso a tal punto da richiedere l’intervento della DIGOS, ma il caso segna un altro preoccupante segnale tra quelli che adombrano la figura di Salvini.

Per quanto riguarda la scuola di Palermo il ruolo dei centri di educazione, di qualunque tipo e livello siano, è proprio quello di favorire la nascita e lo sviluppo negli alunni della facoltà di pensiero. Negli ultimi tempi si è assistito ad un trend, invece, caratterizzato da un insegnamento di tipo nozionistico e in questi casi bisognerebbe incoraggiarlo piuttosto che limitarlo tramite addirittura l’utilizzo di figure legate alla procura. Altro elemento sbalorditivo è proprio il tipo di figura pubblica utilizzato per intervenire, come se una scuola fosse un luogo di criminali. Tali metodi di repressioni sono prediletti da una certa area politica, non a caso quella a cui appartiene il segnalatore delle incriminate slide, poco abituata al dialogo ed all’interazione pacifica solitamente promossa dalla cultura nei luoghi ad essa adibiti.

Quanto successo a Modena è altrettanto allarmante, soprattutto per il significato veicolato al funzionario DIGOS presente in sala. Perché si trovava lì esattamente? Cosa voleva dire la sua presenza all’interno di un liberissimo dibattito politico che non necessitava di certo l’intervento di figure simili per questioni di ordine pubblico? Si voleva forse dare un segnale a chi si oppone, in modo peraltro totalmente legale e permesso in una libera democrazia, ad una determinata linea politica?

Risposte esatte e definitive non ne abbiamo, poiché chiaramente il legame diretto del ministro e del suo partito con questi due accadimenti non è esplicito. Così come ovviamente nessuno può risalire ad un suo diretto intervento per quanto riguarda la rimozione degli striscioni, che comunque non è nuova: già in passato, prima ancora che fosse eletto, alcuni attivisti che mostravano striscioni in modo educato e totalmente pacifico contro quello che sarebbe poi diventato il vicepremier, furono costretti a ritirare le proprie scritte, ma soprattutto furono persino schedati dalle forze dell’ordine presenti. Anche in queste situazioni non si può risalire ad un reato, poiché fino a prova contraria manifestare liberamente la propria idea è ancora garantito in questo paese, tuttavia le forze dell’ordine si comportano come si stesse infrangendo la legge. Tuttavia la preoccupazione maggiore è legata a tale clima oppressivo che si sta instaurando con sempre maggiore capillarità e facilità nelle manifestazioni legate a Salvini. Che sia un segnale di qualcosa? Non lo sappiamo, ma speriamo seriamente di no.

Vorrei concludere con chi è già riuscito a trovare delle parole a mio avviso perfette per descrivere tutta la situazione. L’attore Vinicio Marchioni ha così commentato la vicenda della scuola palermitana con un post su Facebook: «Ciao, mi chiamo Vinicio, ho 44 anni e vengo da una famiglia ignorante, non colta. Mio padre non ricordo se avesse finito le superiori, mia madre si, poi ha fatto tutti i mestieri, fino a qualche anno fa si diceva operaia. A casa nostra però non sono mai mancati i libri. Pochi, ma c’erano. Ricordo l’enciclopedia dei 15, il romanzo da cui è stato tratto Serpico, La pelle di Malaparte, 20.000 leghe sotto i mari e i ragazzi della via Pal. Poi alle superiori ho incontrato un Professore di Lettere (facevo il Tecnico industriale..!) Alberto Averini si chiamava. A 16 anni mi ha regalato 1984 di Orwell, poi La fattoria degli animali, poi Edgar Lee Masters. Molte sere ci invitava a casa sua, con sua moglie e i figli a giocare a Risiko, il primo goccio di whisky l’ho bevuto da lui, leggevamo Leopardi, ci sentivamo la setta dei poeti estinti de L’attimo fuggente. Il professor Averini non era comunista come si potrebbe pensare ragionando per clichè, anzi era un convinto anticomunista, si definiva liberale. Quelle sere discutevamo, crescevamo, litigavamo, noi adolescenti e lui poco più che 50enne credo. Ecco, dopo i fatti di Palermo, in questo clima di boia (chi molla) e ghigliottine del pensiero; io ringrazio ufficialmente il Professor Alberto Averini e tutti gli insegnanti che spendono il loro tempo (poco remunerato e malissimo organizzato da un sistema scolastico che dovrebbe essere al primo posto di qualsiasi programma di governo senziente) perché hanno una responsabilità enorme, formare le menti di domani. “La cultura e la libertà saranno le cose che ti mancheranno quando crederai di avere tutto; e le uniche cose che ti resteranno quando avrai perso tutto”. Ad Alberto Averini – Paolo Minasi, Antonio Palma, Luciano Pietropaolo- e a tutti gli insegnanti (appassionati) delle scuole italiane, semi abbandonati, come le strutture in cui insegnano. Viviamo tempi di resistenza culturale, civile, umana. Grazie a chi combatte questa battaglia ogni giorno silenziosamente».

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