Legge 194, breve storia dell’aborto in Italia

Legge 194, breve storia dell’aborto in Italia

Qualche giorno fa è stata avanzata un’ambigua proposta di legge da una cinquantina di rappresentanti firmatari della Lega. Ambigua perché mirava in maniera latente a modificare la legge 194 sull’aborto, non rimuovendola, ma presentando una “via alternativa” cioè la possibilità di mandare in adozione il nascituro. Ma forse è ancor più ambigua per il momento in cui è stata esposta e per il suo esito. La proposta è stata avanzata alcuni giorni prima del Congresso della Famiglia a Verona e, subito, è stata frenata da tutti e da Matteo Salvini, leader della stessa Lega. Questa grande macchina di consenso che è il Carroccio non sbaglia mai i tempi di comunicazione, si fa vedere vicino alla pancia italiana intollerante e tradizionale per poi prenderne le distanze dai temi più reazionari. E’ stato così anche per la partecipazione al Congresso della Famiglia, l’evento organizzato da Brian Brown e intitolato il vento del cambiamento.

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Molti politici della destra italiana, alcuni rappresentanti del governo ungherese e del Vaticano hanno preso parte all’evento mondiale per la famiglia, dove sono emersi diversi elementi di regressione e chiusura. Anni e anni di conquiste civili gettati nel dimenticatoio. Al Congresso diverse concessioni della società moderna risultano inaccettabile. Dall’omosessualità da guarire con la preghiera, all’aborto una pratica da demonizzare. Ora in questo articolo, ci si concentrerà proprio sull’aborto e sulla storia della sua legalizzazione. Parlarne così superficialmente con proposte legislative che hanno più la natura della propaganda che della realtà oppure combatterla con l’oscurantismo cristiano come è stato fatto a Verona, può essere dannoso per la nostra percezione, dell’aborto in primis e man mano di una serie di diritti civili che definiscono il carattere del Paese.

Il dibattito attraverso cui prende vita la legge 194 dura praticamente un decennio e coinvolge tutti, politici, intellettuali, associazioni. Fu nel 1971 il Partito Socialista Italiano a parlare di aborto e anticoncezionali in sede parlamentare. Da lì molteplici discussioni presero vita. Non che già in precedenza personalità di spicco o intellettuali non fossero coscienti del fatto che l’Italia aveva ancora qualche passo da fare in materia di diritti civili; ma dopo che il dibattito si politicizzò naturalmente s’ingrandì, arrivando ad essere un tema alla portata di tutti: anche se le proposte socialiste inizialmente non furono ascoltate dal parlamento.

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Nel 1975 si riaccese il discorso riguardo all’aborto, quando Loris Fortuna presentò una nuova proposta di legge. Fortuna era un parlamentare socialista ma anche con la tessera dei radicali, padre della legge sul divorzio, si legò a Marco Pannella e al suo partito durante la lotta per il referendum. Nel frattempo il dibattito diventava sempre più grande, nel clima degli anni del terrore. Tutte le forze politiche assumevano  una posizione netta rispetto alla discussione; dal canto della sua opinione particolarissima anche Pasolini esprimeva le sue opinioni. Pasolini si diceva a favore degli 8 referendum proposti dal Partito Radicale, tranne che sull’aborto. Perché sull’aborto si stava “combinando un grosso pasticcio”, in cui radicali e socialisti compivano, invece di quella che sarebbe stata una liberalizzazione legittima, una frenetica necessità della civiltà dei consumi. L’intellettuale si diceva personalmente contrario all’interruzione di gravidanza; in più aggiungeva che, in ogni caso, le nascite potevano essere bloccate attraverso gli anticoncezionali, ancora un tabù in Italia.

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Quella di Pasolini era una posizione insolita, mettere in guardia i suoi lettori dal sesso come “dovere sociale” imposto dal “Nuovo Fascismo” che stava trasformando in oggetto di consumo gli argomenti delle liberalizzazioni. Nel frattempo, mentre Pasolini scriveva che gli italiani erano profondamente cambiati e senza alcun rancore religioso sarebbero stati favorevoli all’aborto,il 18 febbraio del 1975, a seguito di un ricorso, la Corte Costituzionale dichiara parzialmente illegittimo l’art. 546 del Codice penale: veniva riconosciuta la legittimità dell’aborto terapeutico. Servono altri tre anni perché si arrivi a concordare una nuova norma, la legge 194, stabilita dalla sinistra, dai radicali e dai liberal-capitalisti. Non è finita, perché nel 1981 gli italiani verranno invitati a prendere parte al referendum abrogativo nato su iniziativa del Movimento per la Vita, un’associazione cattolica. Il responso che dell’Italia sarà negativo, il 68% degli italiani si dice contrario all’abrogazione della neonata legge 194.

La legge 194, dal 1981 è rimasta intatta. Ma cosa ha stabilito in questi anni? La norma per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, legge 194, stabilisce il diritto della donna di interrompere volontariamente la gravidanza entro i limiti all’interno dei quali è possibile fare ricorso alla pratica dell’aborto. In Italia una donna può scegliere di portare a termine la sua gravidanza entro 90 giorni; i motivi posso essere vari dipendenti dalla sua situazione fisica, psichica, economica, familiare o dalle circostanze in cui è avvenuto il concepimento. Il soggetto ha la più assoluta libertà di scelta e, in seguito, all’istituzione della norma, da decenni ormai, sono stati aperti dei consultori pubblici. La legge 194 in alcuni casi straordinari supera il limite temporale dei 90 giorni; ad esempio, qualora una gravidanza si complicasse e comportasse seri problemi per la vita della donna o la futura salute del bambino si può abortire anche oltre il tempo previsto dalla legge. L’interruzione di gravidanza fu legalizzata con il massimo rispetto degli obiettori di coscienza; un medico contrario all’aborto può rifiutarsi di metterlo in pratica.

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Il dibattito che ha accompagnato il tema dell’aborto negli anni 70 è stato così fertile da generare una legge che, senza dubbio, non offende nessuno. Lo scetticismo di Pasolini poteva essere compreso 40 anni fa, quando veniva offerta la possibilità di abortire senza che le masse popolari e il tessuto sociale più profondo fosse sensibilizzato rispetto all’utilizzo di mezzi anticoncezionali. Oggi la situazione è diversa. Tant’è che nel 1982 gli aborti superarono le 234.000 unità, mentre in questi anni si aggirano attorno alle 60.000. E’ stato importante ricordare la storia attraverso cui abbiamo ottenuto il diritto di abortire e in che maniera si può esercitare tale diritto. Scongiurata già prima qualsiasi possibilità di trattare l’argomento in modo gretto, ci si augura che non venga in mente più a nessuno di avanzare ritocchi della legge. Del resto in Italia siamo già vicini ad una situazione allarmante. Secondo il sito di RaiNews si stimano il 70% dei nostri medici come obiettori di coscienza. In gran Bretagna lo sono il 10% dei medici, in Francia il 7%, in Svezia lo 0%.

 

 

 

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