Il M5S sta perdendo pezzi che regala alla Lega

Il M5S sta perdendo pezzi che regala alla Lega

L’Abruzzo non è l’Italia. Ciò significa che il voto delle regionali non è lo specchio dell’andamento della nazione intera. Tuttavia a quasi un anno di distanza dalle scorse elezioni politiche del 4 marzo 2018 la situazione è cambiata moltissimo e persino all’interno del Movimento 5 Stelle si sta diffondendo una certa tensione. I numeri parlano chiaramente: il centrodestra ha vinto con il 48% dei voti, il centrosinistra è arrivato al 31%, mentre i grillini hanno raccolto un “misero” 20%. Il confronto con i risultati raccolti alle urne per ultime nazionali è obbligatorio: il Movimento ha perso la metà dei suoi voti, il centrosinistra ha raddoppiato, mentre chi ne esce vincitore è senza dubbio il centrodestra, che continua il trend positivo andando persino ad aumentare vertiginosamente il proprio consenso.

Risultati alle ultime elezioni nazionali (fonte: Repubblica)

Il Movimento 5 Stelle è in crisi

Il primo elemento che le regionali hanno fatto emergere è il momento di transizione che il Movimento sta attraversando in maniera totalmente negativa, almeno per quello che raccontano i sondaggi ed ora anche le elezioni, seppur, ricordiamolo, regionali. Un anno è un arco abbastanza lungo e determinante per fare il punto della situazione e per quanto possa apparire come un tempo lunghissimo, cinque anni sono in realtà una dilatazione temporale tutto sommato breve. Nel nostro caso, poi, lo è ancora di più: metà dell’elettorato, abruzzese per lo meno, ha già abbandonato il Movimento 5 Stelle navigando verso altri lidi. Come ben sappiamo nulla di ciò che è umano è destinato a vivere per sempre e nel campo della politica questo è ancora più evidente. Il PD, erede (parola da prendere con le pinzette) del PCI, è riuscito a morire politicamente (non me ne vogliano i suoi elettori, ma ad oggi i numeri non sono nemmeno paragonabili con la lunghissima tradizione di uno dei più grandi partiti di sinistra dell’intera Europa). Eppure il suo tracollo è apparso in un certo senso meno drammatico, poiché sviluppatosi nel corso di molti anni, nei quali peraltro ha vissuto sia fasi di governo che di opposizione. Il caso del M5S risulta invece distante anni luce sotto numerosissimi aspetti. Il passaggio da opposizione a governo è cruciale. I pentastellati lo stanno vivendo e capendo sulla loro pelle. Il Movimento è stato pensato, costruito, strutturato e generato come movimento di protesta, di opposizione e non è affatto azzardato affermare che grandissima parte del loro successo la devono alla voglia di ribellione e di cambiamento rispetto ad un determinato tipo di politica, ma soprattutto alle loro grandi doti comunicative, prima su tutte la sapiente abilità nell’utilizzo della rete, che piaccia o meno. Arriva però un momento fondamentale, una volta vinte le elezioni: governare il paese. Innanzitutto è emerso che al Movimento 5 Stelle manca una spina dorsale, una condivisione almeno ideale che possa unire tutti i membri. Abbiamo poi scoperto che non tutti al suo interno sono così puri come si dichiaravano, ma nemmeno così coerenti. A mio avviso questi elementi sono solamente la punta dell’iceberg di un partito politico che avrebbe potuto fare molto, ma molto meglio.

Tuttavia il percorso fatto fino ad ora dai grillini è stato costellato, per rimanere in tema, da una crescita continua in termini elettorali che l’ha portato, appunto, al governo del paese in una fase tutt’altro che stabile sotto diversi punti di vista. Le elezioni regionali hanno invece messo sotto gli occhi di tutto il paese come l’elettorato targato 5 stelle non sia così fedelmente attaccato al proprio partito come si era dimostrato fino ad ora: nonostante qualche scandalo interno, qualche cambio di idea e qualche tradimento – leggi alla voce, per dirne una, Tap- gli elettori continuavano ad aumentare mentre la base della prima ora rimaneva saldamente attaccata al proprio partito. In realtà tale cambio di rotta era già nell’aria da qualche mese. Innanzitutto alcune frange come i vari comitati locali (no tav, no tap, ecc) avevano già tempo fa dichiarato che mai più avrebbero votato il Movimento, il quale ha, con le sue decisioni, tradito le promesse fatte in campagna elettorale. Allo stesso modo molti elettori indecisi, moltissimi di sinistra, che avevano dato il loro voto sia per protesta verso un centrosinistra ormai fatiscente, sia poiché attratti dal grande carisma di un “figlio della sinistra italiana” come Di Battista. Anche questi sono solamente alcuni dei pezzi che stanno venendo meno all’interno dell’elettorato a cinque stelle, ma in questa sede ci limiteremo a non analizzarli tutti. Ciò che ci interessa, comunque, è la crisi che quello che è, o era solamente l’anno scorso il primo partito italiano, sta attraversando a vele spiegate.

Salvini esulta

Il vero vincitore delle elezioni abruzzesi, ma anche colui che ha saputo far convergere sulla propria persona e quindi sul proprio partito tutte le attenzioni è solamente uno: Matteo Salvini. Riesce ad esprimere il parere su tutti gli argomenti, in particolar modo su quelli che esulano dalle sue strette competenze territoriali. Uscito dalle elezioni con nemmeno la metà dei voti dei suoi “partner” di governo, attualmente la sua figura pubblica è pari praticamente a quella del Presidente della Repubblica. Persino sui social network, la casa del Movimento 5 Stelle, riesce a farla da padrone, seppur con tecniche e strumenti più vicini ad un influencer che ad un Ministro. Allora bisogna ammettere che Claudio Amendola aveva pienamente ragione quando definì Salvini il politico più bravo (a fare il suo mestiere, ideologicamente sono diametralmente opposti, nonostante le solite critiche superficiali) degli ultimi trent’anni. Il flusso dei voti persi malamente dai pentastellati converge tutto nel partito del “capitano”. In questa fase è l’unico che politicamente può esultare.

E adesso?

Il dilemma più grande rimane ovviamente sul futuro del Movimento 5 Stelle. L’attrazione ideologica sta scomparendo, così come il carisma dei propri leader. Di Battista, rintanato nell’America del sud per quasi un anno ormai non fa più che rilanciare vecchi tormentoni, primo su tutti quello contro i giornali. Celebre infatti il misero, grottesco, offensivo, dispregiativo e chi più ne ha più ne metta, “pennivendoli e puttane” utilizzato dall’ex deputato cinque stelle per descrivere i giornalisti italiani. Paradossalmente, però, per anni lui stesso ha cavalcato l’onda della poca libertà di stampa italiana e, come se non bastasse, egli stesso è pagato dal giornale di Marco Travaglio per scrivere alcuni reportage. Dall’altro lato, il giovane rampollo Di Maio non sta raccogliendo proprio dei successi, piuttosto cerca di smorzare i toni delle polemiche continuamente foraggiate dal suo collega vice premier Salvini e dai suoi elettori che, pentiti, gli rinfacciano un tradimento ormai fin troppo palese. Che il Movimento abbia solamente questa legislatura per rimanere a galla? Sarebbe comunque un peccato. Nonostante i vari limiti e le numerose incoerenze strutturali, peraltro spesso evidenziate da chi scrive (precisazione dovuta per non far pensar male chi legge, mi si conceda), sarebbe veramente uno spreco ridurre una tale forza politica ad un semplice esperimento antropologico e non ad una forza politica nazionale in grado di durare nel tempo. Il Movimento 5 Stelle è stato in grado di apportare una vera rivoluzione politica all’interno del nostro paese, in particolar modo nella concezione stessa di comunicazione politica, così come per quello che riguarda il rapporto tra politici e cittadini. Hanno evidenziato e portato alla luce una rabbia, un malcontento così diffusi da raggiungere la maggioranza del paese e quindi puntare dritti al governo dello stesso e tutto ciò nel brevissimo lasso di tempo di soli 9 anni. Per ora, però, pare non ci sia chiarezza nemmeno sul futuro più immediato, tant’è che il primo post di Luigi Di Maio su Facebook riguardo ai risultati abruzzesi è arrivato solamente tre giorni dopo il voto. Fino a qualche ora fa sul suo profilo rimaneva in evidenza solamente un commento a Sanremo, tra l’altro di pari passo per altezza di contenuti con quello del suo collega della Lega che si dice preoccupato per il problema delle sette sataniche in Italia.

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