Altro che cambiamento, il M5S è un continuo dietrofront

Altro che cambiamento, il M5S è un continuo dietrofront

Questo governo si era presentato, e continua a farlo, come emblema del cambiamento, della novità, di quel vento che avrebbe spazzato via la cattiva politica, riassunta in sostanza con il parallelismo tra vecchia e cattiva, per cui tutto ciò che vi era prima era da buttare. Niente di nuovo nella pratica, già il precedente Renzi si era presentato come colui che, tra le altre cose, avrebbe finalmente, una volta per tutte, rottamato (per fortuna i gialloverdi hanno cambiato terminologia) la precedente classe politica e portato una grande innovazione nel nostro paese tramite le più volte citate riforme. Ovviamente non c’è riuscito e, tra le altre, una causa del suo fallimento può essere ricondotta proprio a quell’insieme di elementi e dinamiche che appartiene al passato. La pratica delle promesse rivoluzionarie è, invece, un elemento atavico che torna costantemente ad ogni tornata elettorale. Noi elettori ed elettrici ci siamo anche tutto sommato abituati a vivere in una costante promessa elettorale. Berlusconi, ad esempio, ha dimostrato come si possano riciclare costantemente le stesse, anche a distanza di vent’anni, e riuscire comunque a non scomparire definitivamente dal panorama politico. In ogni caso abbiamo capito che a lui le tasse non piacciono.

Tuttavia ci riserviamo il diritto di un po’ di spirito critico, pertanto osserviamo amareggiati come in realtà il Movimento 5 Stelle non abbia apportato questo grande cambiamento di cui parla dalla sua fondazione, nel lontano 2013, anzi, si muove in linea con la tradizione passata, in particolare con quell’antica e poco sana abitudine per la quale non si mantengono le promesse che portano un determinato partito al governo. Negli ultimi mesi, infatti, nonostante sia al governo, il Movimento ha cambiato posizione su numerose questioni.

F35

Uno dei motivi per cui il Movimento è riuscito ad attirare verso di sé gran parte dell’elettorato di sinistra nel corso del tempo è senza dubbio il carattere che da sempre ha saputo imporsi non come partito politico, ma come insieme di cittadini uniti da interesse comuni e non da idee fidelizzate verso uno specifico simbolo. Una di queste ideologie comuni era (la perenne ambiguità strutturale ed ideologica impone l’utilizzo del passato per maggiore chiarezza) il pacifismo. Durante gli anni di opposizione gli esponenti dei cinque stelle si sono più volte scagliati contro il governo PD per la decisione di continuare con le spese finalizzate all’acquisto degli arei da guerra F35. A titolo di esempio cito Di Battista nel 2015 e Spadoni nel 2013. Nell’ultima campagna elettorale il movimento ha promesso il taglio delle spese militari, in particolare negavano l’acquisto di 90 caccia dal costo di 100 milioni di euro. A dicembre, invece, il sottosegretario Tofalo, che si era distinto negli anni precedenti per un “boia chi molla presidente Boldrini”, ha rivalutato completamente il ruolo di questi strumenti di morte e di guerra, affermando che «È normale che dobbiamo fare un po’ di calcoli, sia dal punto di vista economico sia da quello tecnologico. Ma resta ovvio che non possiamo rinunciare a una grande capacità aerea per la nostra Aeronautica che, ancora oggi, ci mette avanti rispetto agli altri Paesi».

Il presidente Mattarella

Quando erano ancora in corso le consultazioni per la formazione del governo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era divenuto uno degli obiettivi principali delle campagne denigratorie dei cinque stelle. La prima carica dello Stato si era infatti opposta alla nomina di Ministro dell’Economia di Paolo Savona, bloccando di fatto il processo di formazione dell’esecutivo. Luigi Di Maio, dunque, uomo che non conosce le mezze misure e non ha di certo peli sulla lingua, aveva subito chiesto l’avvio per la procedura di impeachment «Se andiamo al voto e vinciamo poi torniamo al Quirinale e ci dicono che non possiamo andare al governo. Per questo dico che bisogna mettere in Stato di accusa il Presidente. Bisogna parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione». Solo dopo sette mesi, però, Mattarella è stato velocemente riabilitato tra le fila pentastellate, a tal punto che lo stesso Di Maio lo ha definito «L’angelo custode di questo governo, non politicamente ma nel senso di garante della Costituzione». Un plot twist degno del miglior Kubrick.

Tap e trivellazioni

Relativo al fronte pacifista, un’altra importante capacità del movimento è stata quella di portare tra le sue linee una grande fetta dell’elettorato verde, promettendo in campagna elettorale anche lo stop alla costruzione del gasdotto trans-adriatico (Tap) ed alle trivellazioni nei mari Ionio ed Adriatico per la ricerca di nuovi giacimenti petroliferi. Sul fronte tap Di Battista ce l’aveva messa proprio tutta nello sfruttare le sua abilità retoriche e carismatiche, affermando senza alcuna esitazione che con il Movimento 5 Stelle al governo la costruzione del gasdotto sarebbe stata bloccata in quindici giorni. Non a caso in Salento il movimento raccoglie infatti un grande numero di voti. Una volta al governo, però, si sono dovuti ricredere. Dopo il vertice di lunedì 15 ottobre, infatti, il Presidente del Consiglio Conte ha dichiarato che, dati gli alti costi che ne deriverebbero, qualsiasi ipotesi di stop dei lavori è praticamente inconsiderabile e quindi i lavori proseguiranno, con o senza il braccio di Di Battista che si agita frenetico in aria mentre urla eccitato davanti alla folla. Sul fronte trivellazioni la notizia è ancora più recente dato che è uscita solamente un paio di giorni fa. Il Ministero per lo Sviluppo Economico ha, infatti, concesso l’autorizzazione per nuove ricerche di giacimenti petroliferi nel mar Ionio tra puglia, calabria e basilicata. Ovviamente, come per il caso tap, le contestazioni non si sono fatte attendere ed il Ministro Di Maio si è giustificato dicendo che «Erano state autorizzate dal Governo precedente e in particolare dal Ministero dell’Ambiente del Ministro Galletti», per cui l’ulteriore autorizzazione è stata un atto dovuto.

Una (falsa) propaganda perenne

I dietrofront già citati non sono i soli, anzi, possiamo infatti aggiungere la questione Carige di cui si parla molto in questi giorni –all’interno della quale sta spuntando anche l’ipotesi di un conflitto di interessi per il presidente Conte-  i rapporti nei confronti dell’Europa ed altro ancora. Come già spiegato in precedenza non è una novità nel panorama politico italiano e pertanto il Movimento 5 Stelle non è certo da crocefiggere in sala mensa (cit.). Non entreremo nemmeno nel merito delle decisioni prese, poiché non è la sede adatta. Tuttavia giova ricordare come per cinque anni gli esponenti a cinque stelle non abbiano fatto altro che vantarsi della loro purezza, costellata da onestà, democrazia diretta (dall’alto?) e facce nuove. Il dato concretamente riscontrabile fino ad ora, però, ha messo in luce come tra governare e propagandare ci sia una differenza enorme e prima di fare determinate promesse sarebbe buona cosa informarsi in modo corretto. A pensare male degli altri si fa peccato, ma si indovina (cit.), allora viene da pensare che alcune verità fossero già chiare prima delle elezioni, ma si sia comunque voluto procedere in un’altra direzione, quella degli slogan facili e delle promesse irrealizzabili. Ancora una volta, l’ennesima, ci troviamo di fronte ad un governo che di cambiamento, fino ad ora, ne ha portato ben poco.

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