M5S: da cambiamento a revival del peggior passato

M5S: da cambiamento a revival del peggior passato

Il M5S comincia a perdere pezzi tra il proprio elettorato, come dimostrano i sondaggi. Le giravolte intraprese fanno girare la testa persino a coloro che li attaccano dall’opposizione e questo per colpa dei continui ripensamenti che i pentastellati fanno sui temi che hanno presentato in campagna elettorale. Tuttavia bisogna effettivamente valutare che ci stiamo da tempo abituando a non prendere per certo quanto esce dalle loro comunicazioni e almeno su questo mostrano una coerenza pressoché totale, poiché non c’è tema su cui all’interno del movimento ci sia una coerenza assoluta.

Quanto è accaduto a Melendugno è una delle più lampanti dimostrazioni del fatto che la propaganda ed il governo sono due cose ben distinte, a volte praticamente opposte, eppure per fare una serve prima l’altra. Detto questo, in soldoni, una cosa è urlare di tutti e di più contro il governo attualmente in carica, altra cosa è prendere il suo posto e fare finalmente quanto promesso in campagna elettorale. Il Movimento, a tal proposito, si è sempre distinto poiché è stato in grado, e di questo gli va dato atto, di unire in unico corpo elettorale tutti quei comitati ed associazioni di cittadini contrari alle grandi opere (NoTav e NoTap, ad esempio), promettendo ai cittadini che una volta saliti al governo queste sarebbero state fermate. Ora, però, si sarebbero accorti dopo circa sette mesi dalle elezioni che la TAP, il Gasdotto Trans-Adriatico, non è più eliminabile come affermavano in campagna elettorale. Alessandro Di Battista, il carismatico leader dei cinque stelle che ha rinunciato alla candidatura per questa legislatura per fuggire, con famiglia al seguito, nelle Americhe, tempo fa annunciava che con loro al governo la TAP si sarebbe fermata, semplicemente, in quindici giorni, 15!

L’altro cavallo di battaglia del Movimento è stato sempre quello della libertà di stampa in Italia, secondo loro limitata da anni di mal governo e portando a sostegno delle loro tesi il rapporto di RSF, per il quale il nostro paese è solamente al 46esimo posto a livello globale, persino dopo Gambia e Burkina Faso. Sarebbe tutto coerente se non fosse che proprio RSF cita tra i problemi che gravano sulla libertà di stampa italiana il Movimento 5 Stelle, accusato in questo caso di fare i nomi dei giornalisti che gli risultano “scomodi”: «Spesso i giornalisti italiani subiscono pressioni da parte dei politici e optano sempre più di frequente per l’autocensura». Eppure i grillini sono riusciti ad andare ben oltre: prima Di Maio, ministro del lavoro per chi se lo fosse dimenticato, ha mostrato una macabra gioia nell’annunciare la crisi del giornale L’Espresso ed il suo conseguente piano di esuberi, poi l’account Facebook del Movimento ha pubblicato un post in cui afferma di non comprare La Repubblica perché equivale a dare i soldi al Partito Democratico (meglio darli in beneficienza scrivono nel post).

La stampa italiana ha fatto da subito fronte unito in difesa ed in solidarietà dei due organi attaccati, da La Stampa a Il Fatto Quotidiano, questo il comunicato del cdr del giornale diretto da Marco Travaglio: «Quando giornali e siti di informazione chiudono, dichiarano esuberi o sono costretti a contratti di solidarietà, a rimetterci non sono solo i giornalisti e quindi la democrazia. Il mercato editoriale e quello pubblicitario vivono situazioni di difficoltà, connesse anche alle trasformazioni tecnologiche (…). È inaccettabile che Luigi Di Maio liquidi i problemi di un importante gruppo come Gedi che edita Repubblica, l’Espresso, la Stampa e altre testate (…) con offensivi riferimenti a ‘bufale’ e ‘fake news’, cioè a una linea editoriale che non gli piace. Un’informazione libera e di qualità risponde al primario interesse di un Paese al quale non può certo bastare la propaganda di chi sta al governo».

Sarebbero dovuti essere il governo del cambiamento, avrebbero dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e invece si sono ritrovati a fare la parte dell’olio che fa da contorno al pezzettino di tonno. Senza considerare le assunzioni quanto meno ambigue che sono state fatte nelle istituzioni italiane di molte figure vicine al Movimento che non erano riuscite a superare la scrematura delle elezioni; sorvolando sui ruoli al vertice di questo paese ricoperti da persone che probabilmente solamente 5 o 6 anni si sarebbero aspettati di fare tutt’altro nella vita (vedi Casalino, Castelli); tralasciando anche le promesse della campagna elettorale non mantenute come quelle di cui sopra, ciò che veramente mette in dubbio la capacità politica, o quantomeno la diversità, del Movimento 5 Stelle è, a mio parere, il rapporto perennemente ostile nei confronti della stampa che non si schiera con il governo. Per il Movimento, praticamente, o sei dalla loro parte, quindi non facendo informazione, ma un po’ di sana propaganda, oppure sei un organo di informazione comandato da altri poteri. Il fatto che la redazione di Repubblica non la pensi come loro e non gli faccia “pubblicità”, per gli esponenti del M5S non significa che il quotidiano romano ha una linea editoriale o un’idea complessiva diversa dalla loro, bensì che sia, utilizzando parole già sentite da Alessandro Di Battista, “stampa di regime”.

Sia gli attacchi alla libera informazione che la difficoltà a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, probabilmente dovuta al fatto che tali promesse siano state fatte senza una corretta cognizione di causa, più che ad un governo del cambiamento fanno pensare ad un governo revival del recente passato berlusconiano di cui, in tutta sincerità, speravamo di esserci (politicamente parlando) liberati.

P.S. Questo giornale e chi lo scrive non è finanziato da alcun partito politico

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