Il PD l’unica opposizione la sta facendo a sé stesso

Il PD l’unica opposizione la sta facendo a sé stesso

 

Dopo il 4 marzo ci eravamo lasciati il Partito Democratico deciso a dar battaglia all’alleanza M5S Lega su tutti i fronti, «fare opposizione ci farà bene!» urlavano dal Nazareno, eppure di opposizione se ne è vista ben poca. Fino ad ora, coerentemente con il proprio passato, almeno con quello dalla Bolognina in poi, il PD l’unica opposizione la sta facendo a sé stesso, in ogni modo possibile.

Renzi non molla, PD unica squadra che non cambia allenatore

In Italia il calcio ci piace tantissimo, ammettiamolo, e allora il parallelismo con la politica non deve essere visto troppo di cattivo occhio. Renzi ha perso tutto quello che c’era da perdere nell’ultimo anno e alle ultime elezioni ha raggiunto veramente il fondo. Non deve essere visto certamente come la fonte di tutti i mali del centrosinistra italiano che, comunque, di responsabilità, prima di Renzi, ne ha accumulate ben troppe riguardo ai suoi disastri, ma l’uomo simbolo della rottamazione della vecchia classe politica ha fallito il ricambio generazionale e, come se non bastasse, è stato pienamente travolto dai veri rottamatori: Salvini e Di Maio, oltre al danno anche la beffa! Nel calcio attuale, all’allenatore viene dato pochissimo tempo, se non riesce a portare a casa almeno qualche risultato decente rispetto agli obiettivi prefissati viene mandato a casa. Matteo Renzi, a quanto pare, non segue uno degli sport più belli. Al congresso di domenica tenutosi all’Ergife, ha infatti dichiarato «Non sono l’unico responsabile ma in politica si fa così: paga uno per tutti. Non sono andato via quando conveniva e non vado via adesso. Ci rivedremo al congresso e perderete di nuovo». Non solo, ha anche elencato i dieci punti che, secondo lui, sono stati la causa della totale disfatta del 4 marzo, tra i quali: apparire “troppo establishment”, non aver rinnovato abbastanza/aver rottamato troppo poco, mancanza di leadership, divisioni interne, poca presenza sui social network. Dopo aver ascoltato il suo successore, ha abbandonato l’aula senza assistere agli interventi successivi.

Martina detta la necessità di una fase nuova

Il nuovo segretario, prima renziano di ferro, ha capito che bisogna invertire la rotta e abbandona la fedeltà al suo predecessore, delineando il bisogno di cambiare rispetto a quanto fatto fino ad ora se si vuole ripartire «Dobbiamo tutti essere consapevoli che ci tocca scrivere questa pagina nuova ben oltre le nostre divisioni. Abbiamo le energie per costruire questa ripartenza, questo riscatto. […] Forse a qualcuno di voi sembrerò nostalgico e non citerò leader del passato, purtroppo però neanche Obama basta più». Il riferimento a Obama è chiaro nella volontà di staccarsi definitivamente dalla linea politica dettata da Renzi durante la sua fase di ascesa all’interno del PD. La volontà sembra tanta, a tal punto che il nuovo segretario punta direttamente alle prossime europee per il riscatto del Partito Democratico, lanciando la fase congressuale tramite la quale costruire una nuova classe dirigente per il centrosinistra (che abbia accolto l’annuncio dell’ex collega di partito Bersani?). Inoltre, dopo che Renzi aveva fatto terra bruciata intorno a sé, anche rinnegando le intenzioni con cui il PD era nato, ovvero creare un grande partito per tutta la sinistra italiana in cui confrontare e far coesistere le diverse voci, il neosegretario sembra voler riaprire le porte anche alla sinistra tagliata fuori in passato quando afferma che bisogna andare oltre le «nostre divisioni».

Zingaretti prende posizione contro Renzi

Il primo candidato alle prossime primarie del PD e presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, attacca duramente l’ex segretario «A me quello che più mi ha colpito dell’intervento di Matteo e un po’ anche mi è dispiaciuto è che alla fine non si predispone mai all’ascolto degli altri, delle ragioni degli altri. Per un leader è un grandissimo limite». Il nome di Zingaretti continua a crescere all’interno del Partito Democratico, tanto che in un sondaggio su chi dovrebbe guidare ora il partito è secondo solamente a Gentiloni, mentre Renzi piace solo ad un elettore su dieci. La ricetta per far ripartire il PD Zingaretti l’ha lanciata poco tempo fa in un’intervista al Corriere della Sera: riaggregare l’elettorato intorno al partito partendo dalle necessità delle persone (per cui esclude un fronte “repubblicano” come era stato ipotizzato dopo il 4 marzo intorno alla figura di Calenda), puntare alle generazioni future, guardare oltre il PD (superare le inutili discussioni interne per riconquistare l’elettorato con proposte concrete), invertire le scelte recenti della sinistra riguardo ad economia e mercati per favorire invece una maggiore lotta alle disuguaglianze, abbandonare dunque la fase blairiana per tornare alle sue radici.

Riuscirà veramente il cambio di rotta?

Fino alle prossime primarie non si avranno risposte chiare su quello che sarà il futuro del partito, che comunque sta attraversando una delle fasi più oscure della propria storia. Praticamente deve ripartire da zero e riconquistare terreno in un paese in cui le politiche di Salvini fanno crescere costantemente la Lega e più in generale i sentimenti di destra. Come se non bastasse bisognerebbe anche comprendere che il mondo della politica è cambiato ormai in modo drastico e per quanto sia piacevole la nostalgia degli anni andati ci si deve adattare ai tempi moderni: non esistono più le sezioni di partito e le feste dell’unità, così come totalmente diversi sono i metodi di informazione. Quali che siano i metodi e le proposte, comunque, se le primarie diverranno i soliti scontri all’interno della stessa fazione più che una democratica discussione volta alla ricostruzione di quello che era un partito capace di aspirare al 40%, allora assisteremo ad un’ulteriore scissione che tanto piace alla sinistra italiana.

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