Da Occhetto a Renzi: 29 anni di scissioni a sinistra

Da Occhetto a Renzi: 29 anni di scissioni a sinistra

La sinistra ed il centrosinistra sono usciti decisamente bastonati dalle ultime elezioni. Questo è chiaramente il punto di arrivo di un insieme di dinamiche e di scelte che si sono susseguite negli anni. Proviamo dunque a ripercorrerle per provare a capire cosa sia diventata oggi la sinistra in Italia partendo dalla famosa Svolta della Bolognina.

Bolognina 1989 – 1991

Già sul finire degli anni 70 ci si interroga in Italia, più che nel PCI stesso, se questo debba o meno abbandonare le tesi marxiste – leniniste per abbracciare un orientamento più “democratico” al fine di raccogliere un maggior numero di voti. La questione non passa inosservata, significherebbe infatti ripudiare in un certo senso la scissione avvenuta nel 1921 al congresso di Livorno tra riformisti e rivoluzionari che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia. In una celebre intervista del 1978 Berlinguer, in quel momento leader del partito, risponde così a Scalfari: «I nostri critici pretendono che noi buttiamo a mare non solo la ricca lezione di Marx e di Lenin, ma anche le innovazioni ideali e politiche di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. E poi, di passo in passo, dovremmo giungere fino a proclamare che tutta la nostra storia – che ha anche le sue ombre – è stata solo una sequela di errori», rifiutando quindi l’ipotesi di un ripensamento delle basi ideologiche su cui si fonda il partito.

Nonostante siano più o meno tutti d’accordo con Berlinguer negli anni 80 il partito entra in crisi: il PSI, fino a qualche anno prima dato per “scomparso”, riesce addirittura a conquistare la presidenza del consiglio nel 1983; muore inoltre lo storico leader del PCI, Enrico Berlinguer, che fu capace di portare il partito ai massimi storici. Come se ciò non bastasse questi sono gli anni in cui nell’URSS domina il riformismo sostenuto da Gorbaciov che porterà allo sfacelo dell’Unione Sovietica, punto di riferimento, seppur non più come un tempo, per tutti i partiti comunisti, europei in particolare.

Si arriva così al 1989 in cui cade il muro di Berlino ed inizia il processo che porterà alla fine definitiva dell’Unione Sovietica. In Italia la svolta si ha nello stesso anno: il 12 novembre un gruppo di partigiani si era riunito in via Tribaldi 17 a Bologna per commemorare il 45esimo anniversario della battaglia di Porta Lame, al quale partecipò anche l’attuale segretario del PCI, Achille Occhetto, che in un discorso che doveva essere solamente celebrativo annunciò invece la necessità del proprio partito di rinnovarsi. Da qui inizia il processo che si concluderà solamente due anni dopo nel 1991 con la scissione del Partito Comunista Italiano in Partito Democratico della Sinistra, in cui confluirono la maggior parte dei membri del partito originario, i riformisti, ed in Rifondazione Comunista, fondato da coloro i quali non condividevano la necessità di riforme, tra cui Cossutta.

L’Unità annuncia il cambiamento

Da PDS a DS, addio falce e martello 1991 – 1998  

Il rinnovamento si vede già dal simbolo: la falce ed il martello sono molto piccoli ed alla base di un grande albero, il marxismo – leninismo è ormai lontano e non a caso aderirono praticamente subito all’Internazionale Socialista. Alle elezioni del 1992 però il partito raggiunge solamente il 16% dei voti. Due anni dopo il PDS si unì all’Alleanza Progressista, ma fu comunque sconfitto dalla coalizione di centrodestra e Occhetto si dimise. Nel 1996, dopo che nell’anno precedente fu eletto segretario del partito Massimo D’Alema, il PDS entrò nell’alleanza denominata L’Ulivo, di cui facevano parte, per la prima volta insieme, ex democristiani ed ex comunisti. Alle politiche del 1996 L’Ulivo vince ed il PDS è il partito più rappresentato. Questo governo, presieduto da Romano Prodi, rimarrà però alla storia come emblematico delle divisioni interne che rappresentano le scissioni della sinistra. Infatti l’esecutivo dura poco: D’Alema contesta le aspettative della sinistra deluse, secondo lui, dal governo, tanto da scendere in piazza a fianco della CGIL in una manifestazione proprio contro il governo. Nel 1998 Bertinotti annuncia il passaggio all’opposizione di Rifondazione Comunista, mentre Oliviero Diliberto, in dissenso con la decisione di Bertinotti, esce insieme ad altri parlamentari da Rifondazione e fonda il Partito dei Comunisti Italiani. In questo contesto si esaurisce anche la storia del PDS: sotto la guida di D’Alema il partito viene sciolto e rinominato Democratici di Sinistra, dal cui simbolo scompaiono definitivamente la falce ed il martello, ed al loro posto, alla base dell’albero vi è una rosa, simbolo del socialismo europeo. L’innovazione sta proprio nella lontananza sempre più irrecuperabile dalle basi politiche dell’ormai scomparso PCI per una maggiore tendenza al socialismo riformista laburista.

Prodi e D’Alema alla chiusura della campagna elettorale dell’Ulivo nel 1996

Da DS a PD, dall’abbandono del comunismo al socialismo moderato 1998 – 2007

Le forze che costituirono i Democratici di Sinistra erano di diversa provenienza: PSI, PRC, PRI, ecc. Nel 1998 dopo la caduta del primo governo Prodi, Scalfaro, allora Presidente della Repubblica, affida l’incarico di formare un nuovo esecutivo a D’Alema, che lascia così la guida del partito a Walter Veltroni. Non mancò ovviamente una nuova crisi nel 1999 quando i Socialisti Democratici Italiani accusarono D’Alema di far perdere voti al partito. Allora l’ex segretario del PDS rassegnò le dimissioni al Presidente della Repubblica Massimo Azeglio Ciampi, che però gli riassegnò l’incarico di formare un governo e, ottenuta la maggioranza prima al Senato e poi alla Camera si insediò. Entrarono a far parte del governo, dopo l’astensione degli SDI, I Democratici, movimento politico fondato da Romano Prodi per favorire la formazione di un unico organo di sinistra riformista ispirato al modello americano (nel simbolo c’era infatti l’asino, emblema dei democratici statunitensi). Alle elezioni del 2001 i DS, insieme all’Ulivo, sostengono la candidatura di Francesco Rutelli alla Presidenza del Consiglio, ma vengono sconfitti dalla coalizione guidata da Berlusconi. Il malcontento cresce, tanto che si arriva nel 2002 alla celebre esclamazione di Nanni Moretti «Con questi dirigenti non vinceremo mai!», da cui si cercò di ricomporre unità a sinistra tra i DS ed i movimenti. Si giunge così alle europee del 2004 dove si ripresenta il simbolo dell’Ulivo proposto da Prodi, ma a questo punto la coalizione si scinde ancora: aderiscono DS, SDI e la Margherita, mentre si tengono fuori i Verdi, Rifondazione, CI e l’UDEUR. Al congresso del 2005 si decide nel PDS di far parte della coalizione de L’Ulivo dati i successi raccolti alle europee, il 31%, ma causando la fuoriuscita di alcuni membri a causa dello spostamento ulteriore verso il centro, tra cui Occhetto che fonda Il Cantiere. Intanto la coalizione si allarga sempre di più fino alla nascita de L’Unione, una coalizione di centrosinistra guidata da Prodi che ingloba diverse anime della politica: Ulivo, RC, CI, UDEUR, ecc. Si arriva così alle elezioni politiche del 2006 in cui tutta la coalizione riesce a vincere, seppur per una manciata di voti, sul centrodestra. Si riapre allora il dibattito, dopo questi risultati, per la fondazione di un unico grande Partito Democratico che raccolga diverse anime dal centro alla sinistra. Solo l’anno dopo il PD verrà fondato ed il suo primo segretario sarà Walter Veltroni, figura di primo piano della classe dirigente dei DS. Parallelamente, più a sinistra, nel 2006 c’è un’altra scissione: dopo l’adesione di Rifondazione di partecipare al secondo governo Prodi, Marco Ferrando esce e fonda il Partito Comunista dei Lavoratori. Inoltre ci furono altri membri dei DS che, non essendo d’accordo con la fondazione del PD, scelsero di uscire e fondare un altro partito: Mussi decide così di fondare, criticando, secondo la sua visione, l’esasperato centrismo del nuovo partito, Sinistra Democratica.

Veltroni nel 2007 durante la campagna per le primarie del PD

Il Partito Democratico e le altre divisioni 2007 – 2018

Uno dei principi del PD è proprio consentire il pluralismo nel suo interno. Questo ha portato però a parlare di vera e propria natura correntizia che non a caso, in più occasioni, ha portato a lotte interne ed ulteriori divisioni che non hanno atteso ad emergere: nel 2009 Rutelli abbandona e fonda Alleanza per l’Italia, poiché secondo lui, controcorrente con le precedenti critiche, il PD si sta sbilanciando troppo a sinistra; nel 2010 Massimo Cacciari esce e fonda Verso il Nord; nel 2015 Giuseppe Civati abbandona il PD e fonda Possibile; nel 2017 alcuni scissionisti, in conflitto con la linea politica dettata dal segretario Renzi, tra cui Bersani e D’Alema, fuoriescono e fondano Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista (alle elezioni 2018 Possibile, Articolo 1 MDP e Sinistra Italiana si presentano insieme sotto il nome di Liberi e Uguali, partito sotto la guida di Pietro Grasso).

Correnti all’interno del PD nel 2013 (Fonte: YouTrend)

“Più a sinistra” le divisioni non sono certamente minori: nel 2009 da Rifondazione si stacca Sinistra Ecologia e Libertà sotto la guida di Nichi Vendola; nel 2009 il Partito dei Comunisti Italiani di Diliberto perde Rizzo che fonda un nuovo Partito Comunista; nel 2016 Rifondazione perde ulteriore pezzi che si riuniscono sotto il nome di PCI.

Non sarebbe impensabile, dopo le ultime elezioni, dalle quali è uscito un PD in crisi, in particolar modo per alcune critiche che una parte di esso muove al segretario Renzi, attendersi una nuova scissione.

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