Dalle consultazioni emerge solo l’incoerenza

Dalle consultazioni emerge solo l’incoerenza

Tra circa una settimana saranno passati due mesi dalle elezioni e l’Italia è ancora senza un governo. I risultati delle urne hanno consegnato nient’altro che ingovernabilità. Eppure c’è un ma: se si decidesse di fare un accordo, o un inciucio (la scelta è libera), il governo potrebbe nascere, ma proprio qui sorgono i problemi.

Il Movimento ha cambiato idea

Dopo un mese di flirt tra Lega e 5 Stelle i risultati sono stati tutt’altro che positivi. Pochi giorni fa si è arrivati allo strappo definitivo quando Luigi Di Maio ha affermato che il Movimento si sente pronto, dopo l’apertura del segretario reggente Dem Martina, ad un accordo con il Partito Democratico, accusando la Lega di aver rifiutato qualsiasi proposta non avendo voluto lasciare fuori Silvio Berlusconi: «La Lega ha deciso di condannarsi all’irrilevanza per il bene del suo alleato, invece che andare al Governo per il bene degli Italiani. […] Tra noi e il Pd ci sono profonde differenze e una storia molto difficile alle spalle. Ma se riusciremo a mettere al centro i cittadini e il bene della Nazione, a definire gli obiettivi che tirano fuori dal pantano le famiglie e le imprese, noi ci siamo. Sui temi noi ci siamo. Quindi chiedo al Pd di venire al tavolo per iniziare a capire se ci siano convergenze sui temi, per poi eventualmente passare alla stesura del contratto di Governo».

I tempi dello streaming in cui i grillini si presentavano spavaldi e prima ancora di iniziare qualsiasi discorso insultavano gli esponenti del PD -celebre l’invettiva di Grillo nei confronti di Renzi- sembrano passati. Ora si dichiarano addirittura pronti a formarci un governo insieme. È dunque lontano il sorriso fiero di Di Maio al fianco di Beppe che spavaldo non lascia parlare il proprio interlocutore.

Il PD è nuovamente spaccato, nulla di nuovo sul fronte occidentale

Il Partito Democratico ha dimostrato coerenza, invece, e infatti si è spaccato all’interno sull’ipotesi di un governo con i pentastellati. La linea scelta subito dopo il 4 marzo era quella di abbandonare Movimento e Lega alle loro incomprensioni e far sì che mostrassero l’irresponsabilità di partiti, a detta loro, inadatti a governare. Era addirittura partito un hashtag #senzadime, quasi al livello di sfottò con le conseguenti reazioni dell’elettorato cinque stelle che esultava anche rispondendo con altri hashtag altrettanto simpatici.

Negli ultimi giorni però l’aria è decisamente cambiata: dopo il no del Movimento alla Lega, il segretario reggente Martina si è detto disponibile ad un dialogo. È uscita allora la vera anima del PD: litigio interno. Si sono subito create due ali: quella “trattativista”, a cui hanno aderito l’ex ministro Orlando, il sindaco di Milano Sala, Gianni Cuperlo, mentre più intransigenti si sono dimostrati i renziani, che non a caso hanno subito rispolverato l’hashtag e tra i quali troviamo Anna Ascani, Ernesto Magorno, Sandro Gozi.

Ieri Matteo Renzi ha addirittura colto l’occasione di qualche saluto informale in giro per Firenze per fare un sondaggio informale e sondare le posizione del proprio elettorato direttamente a voce. Ogni decisione è comunque rimandata alla direzione e non si può dare nulla per scontato.

E a destra?

Qui le spaccature c’erano dall’inizio: Salvini e Berlusconi durante la campagna elettorale hanno discusso praticamente su qualsiasi punto di programma, dai vaccini all’Europa, eppure sono riusciti a presentarsi uniti alle elezioni. Nonostante le divergenze passate, comunque, il loro rapporto sembra all’apice storico: il leader della Lega ha infatti rinunciato al governo insieme ai pentastellati perché non voleva abbandonare il proprio alleato di Forza Italia, con il quale invece i pentastellati si dicono contrari all’inizio di qualsiasi dialogo.

Ora la Lega rischia, se dovessero andare in porto le trattative tra PD e M5S, di rimanere fuori da qualsiasi gioco di governo, anche se le possibilità sono effettivamente basse. Che sia una mossa azzardata? Solo il tempo saprà dircelo. Secondo qualche indiscrezione, però, Salvini e Di Maio pare che si stiano ancora sentendo privatamente per trovare un accordo.

L’incoerenza unico dato comune

Purtroppo l’unico elemento che lega saldamente i tre poli politici è l’incoerenza. Dovremmo in fondo esserci abituati: il Movimento 5 Stelle ha cambiato più volte idea su diversi argomenti nel corso della loro esistenza (un mio articolo sul M5S che tratta proprio di questo); Salvini ora non può più fare a meno di Silvio Berlusconi, quasi rievocano la struggente vicenda di Tristano e Isotta, eppure solo 5 anni fa l’ex presidente del Consiglio era per l’attuale leader del Carroccio nient’altro che un condannato con cui il PD addirittura governava; il Partito Democratico ha cambiato idea e, come se non bastasse, ma per questo si rispecchia con una tradizione tutta di sinistra, si è nuovamente spaccato al suo interno.

Possiamo comunque anche azzardare a pensare che queste siano mosse politiche volte ad indebolire l’avversario. Di Maio potrebbe aver provato a dimostrare, forse, che Salvini oltre alle belle parole in realtà non ha il coraggio di governare e, addirittura, di staccarsi da Berlusconi, al quale ha preso molti voti nell’ultima tornata elettorale.

Parallelamente, seppur rischiando di passare per incoerente dati i vari insulti ai democratici (mafiosi, ladri, criminali, …), di cui emblematica è Paola Taverna con le sue urla in romanaccio, potrebbe comunque passare come il partito che è disposto a fare l’accordo, o l’inciucio, per responsabilità nei confronti di un paese ancora privo di governo, tra l’altro utilizzando le stesse giustificazioni scelte da Renzi quando fece l’accordo con Berlusconi.

Salvini, dal canto suo, pensa probabilmente di far passare i cinque stelle come non in grado di mantener fede alle proprie parole e, nella speranza di un ritorno alle urne, poter far suoi i voti dei grillini. Il Partito Democratico, dopo la grande débâcle del 4 marzo non si è ancora ripreso e l’ulteriore divisione interna sul da farsi lo dimostra alla perfezione.

Probabilmente la sconfitta non è stata analizzata e all’interno del partito le idee sono tutto fuorché chiare. Ovviamente un ipotetico accordo con coloro che gli si sono da sempre dichiarati opposti e nemici potrebbe far perdere ulteriore consenso ad un partito già fin troppo lontano dal decantato 40%.

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