La nostra chiave si chiama Caparezza

La nostra chiave si chiama Caparezza
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Quando si hanno a disposizione solo dubbi ed incertezze, quella linea così sottile che sembra separarci dal baratro profondo della tristezza e dell’immobilismo, diventa sempre più sottile e si rischia di scavalcarla senza nemmeno rendersene conto. Questo può succedere a CHIUNQUE, anche alla persona con il carattere più forte e deciso che si conosca, anche al manager più affermato, alla mamma che non sa più come ritagliarsi cinque minuti per sé stessa, anche all’artista che non crede più nelle sue capacità.

Per quanto riguarda quest’ultima categoria, si è scritto e si è detto molto, soprattutto quando poi si parla di star riconosciute a livello mondiale, che sembrano solamente presi dai loro capricci e da un profondo senso di ingratitudine verso quello che la vita ha donato loro: fama, gloria, successo, soldi. Tutto questo solo per minimizzare, perché la realtà è spesso più profonda di così e come sempre prima di giudicare sarebbe necessario sciacquarsi la mente e il cuore e provare a chiudere la bocca.

Per fortuna però ci sono anche quegli artisti che sono perfettamente in grado di tenere i loro periodi più oscuri solo per sé, magari cercando di non finire nelle fake news di qualche pagina Facebook oppure senza dover finire in qualche clinica di rehab per dipendenze svariate (anche se poi a ben vedere, sono sempre le solite).

Ci sono artisti come Caparezza, che decidono di provare a sfruttare la loro arte per uscire da quel tunnel oscuro in cui la vita li ha infilati a forza, senza dargli molte vie di fuga, se non quell’unica che si basa sulla propria forza di volontà. E riescono a trasmetterti una tale energia, come è successo durante il concerto di Caparezza giovedì 7 dicembre al Pala Alpitour di Torino, che ha chiuso il suo Prisoner709 Tour. Due ore e mezza di esecuzione che sono volate (ahimè, ma indubbiamente lui per primo sarebbe riuscito ad andare avanti ancora un bel po’) e che hanno regalato agli spettatori tanta musica, tanti pensieri, tanta fiducia in sé stessi. L’album “Prisoner 709” è quello che si può definire “la pecora nera” tra tutte le pecorelle bianche degli album di questo cantante: più buio, più cupo, più auto riflessivo, più suo per certi versi. Con lui sul palco, si ride e si scherza dall’inizio alla fine: la sua è un’ironia sottile, che non sfocia mai nella volgarità, che non scade mai nelle banalità, proprio perché è una simpatia naturalmente intelligente.

Ci sono stati momenti di silenzio rispettoso: quando ha eseguito “Una chiave”, un dipinto fortissimo di lui in prima persona e di quelli che oggi sono gli adolescenti bullizzati, i diversi perché stupidamente decidono di non omologarsi alla massa e perché magari hanno qualche chilo in più o un brufolo in faccia dove mai dovrebbe essere visto. Questa è stata vissuta e sentita da tutta la platea, anche i bambini che erano presenti hanno fermate le loro danze scatenate e hanno ascoltato. Durante l’esecuzione di “Larsen”, in cui ha sfogato in parole il problema legato all’acufene all’orecchio che lo affligge da tempo, il sentimento nascente dentro ognuno di noi era di estrema tenerezza e un’insana voglia di abbracciarlo. “Non ha senso recitare la parte degli incompresi con tutti dalla mia parte, tutti così cortesi”: questo è il pensiero di un genio, di una persona che dimostra nuovamente con il suo ultimo album di avere una profonda cultura e una sensibilità fuori dal comune.

Riemerge dal buco nero del suo ultimo album, rifacendo brani storici come “Iodellavitanonhocapitouncazzo”, “Legalize”, “Io vengo dalla luna”, “La fine di Gaia”, “Fuori dal tunnell”, “Van Gogh” e tanti altri ancora, durante i quali si salta e si balla e non ci si fermerebbe più.

Quindi caro Caparezza, non ti affliggere: magari tu la chiave non l’hai ancora trovata quella giusta, ma con le tue parole hai sicuramente aperto i nostri cervelli e (forse) anche i nostri cuori.

Rebecca Cauda

 

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