Caparezza prigioniero: la sua musica paga la cauzione

Caparezza prigioniero: la sua musica paga la cauzione
Ph: Silvia Colombo

Ci speravamo tutti. Ci speravamo tutti che quest’estate finisse il più in fretta possibile e con sè si portasse via oltre alle spiagge superaffollate e al caldo asfissiante, anche quelle maledettissime hits che ti si piantano in testa e non ne escono più. Perché sì, volendo o no ancora ce la cantiamo un po’ in testa “Despacito” , non mentiamo.

Ma il 15 settembre, la svolta: il ritorno di Caparezza, dopo tre anni da Museica, con il nuovo album Prisoner 709. Ci aspettavamo tutti un gran lavoro, anche se con qualche riserva: eguagliare il successo del precedente album, targa Tenco del 2014, sembrava un’impresa titanica.

Bene: lui ci è riuscito. Con dei testi che definire geniali sembra estremamente riduttivo e sonorità che incarnano la reale cultura hip hop innestata a quella più propriamente rock/heavy rock, ha messo in piedi un monumento del mondo rap italiano.

Ma vediamo adesso nel dettaglio come mai questo concept album può essere annoverato senza troppi dubbi tra i migliori di questo 2017.

Innanzitutto, proprio perché è un concept album vero. Termine che è stato estremamente abusato negli ultimi anni e che identifica un album in cui tutte le canzoni ruotano attorno a un tema solo e che vanno complessivamente a formare una storia. Ecco: Prisoner 709 non lo è solo in quel senso, ma addirittura affianca ad ogni brano un sottotitolo per facilitarne la compresione, come se fosse la divisione in puntate di una serie tv o quella in capitoli di un libro.

Per semplificare, prendiamo in esame la prima traccia dell’album, probabilmente una delle migliori: Prosopagnosia (Il reato- Michele o Caparezza). La prima parola dà il titolo al brano: per chi non lo sapesse la prosopagnosia è una malattia nervosa che impedisce il riconoscimento dei volti, e in fondo la canzone parla proprio di questo.

Ce lo spiega il sottotitolo: Michele o Caparezza? La domanda fondamentale, la nascita dell’album: una crisi interiore che ha portato il nostro rapper non solo a formare un album di tale spessore, ma anche e soprattutto forse a rimettersi totalmente in discussione come persona e come artista.

Il reato sta poi per “titolo del capitolo”: coi tempi che corrono, infatti, è un vero reato chiedersi chi siamo, sia a livello umano che professionale, perché di tempo per stare con se stessi e provare a capirsi davvero purtroppo non ce n’è mai.

Soltanto questo complesso indicatore di letture di un solo brano può già di suo dare un’idea di quanto lavoro e quanta fatica ci siano dietro ad ogni singolo pezzo. E se non bastasse, un analisi nemmeno troppo approfondita dei testi sarà un incentivo ad ascoltare tutto l’album.

Tanto a titolo di esempio, vi accompagnamo allo scoperta del testo del brano sovracitato “Prosopagnosia”, il riconoscimento di sè e di ciò che si è fatto nella vita. Strettamente legato al titolo dell’album e dell’omonimo brano, uscito come singolo il 7 settembre, da cui 709, ma anche presente, come numero, nella domanda in cui lo zero sta per oppure: seven o nine?, nel senso: bisogna considerare nella sua carriera solo i 7 album studio sotto il nome di Caparezza o anche gli altri due usciti sotto lo pseudonimo di Mikimix tra il 1995 e il 1998?

Tornando al primo brano della tracklist, Caparezza si presenta al pubblico in veste nuova, cupa, diretta e sfrontata. Affrontando, come già abbondantemente anticipato, il tema dell’identità, l’artista ci presenta una riflessione rinchiuso in una sua “prigione mentale”: quando una crisi interiore può portare una persona a mettere in discussione tutto il suo vissuto?

Giocando su parole dallo stesso suono distorcendole e su doppi sensi come nel caso di “(…) un video di chirurgia ricorda a me stesso che può essere sgradevole guardarsi dentro”, costruisce ad arte un pezzo rap in ogni particella, un rap puro, quello dei grandi, quello  tanto distante da ciò che ci viene spacciato dalle radio. Dura anche la critica al mondo della cultura, con  vari riferimenti a film come “8 e mezzo” e “La vita di Adele” e al romanzo russo “Oblomov” di Goncarov.

Insomma: Caparezza ci ripresenta un nuovo se stesso dalle note più cupe e reali, meno canzonatorie e più introspettive. Un uomo che dopo una seria autoanalisi è giunto a creare questa opera (perché di ciò si tratta) che nulla ha da invidiare ai precedenti lavori e che è senz’altro almeno tre o quattro spanne sopra gli album di moltissimi dei suoi colleghi.

Coraggiosa la scelta dei singoli, coraggiosa la scelta del concept e l’utilizzo di determinate forme stilistiche. Coraggioso lui che dopo tutto questo tempo rimane coerente a se stesso nonostante tutto e tutti, nonostante quel fastidioso acufene che lo ha accompagnato nella creazione di questo capolavoro.

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