L’altro lato del rap: intervista a Paola Zukar

L’altro lato del rap: intervista a Paola Zukar

Dietro ogni grande artista c’è un sottobosco di addetti ai lavori, di figure professionali che non tutti conoscono; Paola Zukar è probabilmente il nome in cima alla lista delle persone che hanno facilitato l’ascesa del genere rap in Italia.

Foto a cura di Carlo Furgeri Gilbert

Ciao Paola, benvenuta su 2duerighe; partiamo dal tuo esordio letterario, lo scorso febbraio è uscito  “Rap. Una storia italiana” pubblicato da Baldini&Castoldi, sei soddisfatta dei risultati ottenuti? C’è qualcosa che ti ha sorpreso di questa nuova esperienza?

Sono estremamente contenta di come sia stato accolto il libro e sinceramente non me l’aspettavo. Non pensavo ci fosse tutto questo interesse per un mestiere che in Italia è poco conosciuto e ancora meno raccontato, al contrario degli Stati Uniti dove i manager artistici raccontano spesso e volentieri il loro ruolo nella carriera degli artisti con cui collaborano. Mi ha sorpresa molto la quantità di articoli e di recensioni che ho ricevuto. Prima fra tutte quella di Roberto Saviano. Quella della pubblicazione del libro è stata una strada che ho deciso di intraprendere per poter raccontare nel dettaglio ciò che spesso viene dato per scontato o analizzato solo superficialmente. C’erano diversi episodi che ci tenevo a sottolineare nel cammino di questo genere musicale che adesso ha anche in Italia un enorme successo, ma che anni fa era davvero bistrattato e frainteso. C’è ancora molto da chiarire e raccontare, ma spero che il libro abbia aggiunto qualcosa al quadro generale del rap in Italia.

Sei partita da Aelle e sei arrivata a Big Picture Mgmnt dove curi gli interessi di Fibra, Clementino, Marra e Tommy Kuti; da redattrice a manager, com’è avvenuta questa “trasformazione”?

Direi in modo molto naturale. Aelle era una realtà totalmente indipendente, così come lo è la mia agenzia di management. Credo che l’esperienza con la rivista di cultura Hip Hop mi abbia dato moltissimo: innanzitutto ho conosciuto tutti gli artisti coi quali collaboro, proprio grazie al mio ruolo interno alla redazione e poi mi ha dato modo di capire molti meccanismi dell’industria musicale e della comunicazione, italiana ed internazionale. Ringrazio sempre di aver trovato sul mio cammino Claudio Brignole, il mio socio di allora, nonché l’ideatore di Aelle, con il quale ho lavorato per quasi dieci anni.

Quali sono le qualità essenziali di un buon manager e che quale consiglio daresti a chi vuole avvicinarsi a questo tipo di professione?

Credo proprio la capacità di gestione e la valutazione quasi “diplomatica” di diverse situazioni professionali: “to manage” significa “gestire”, ma ciò non significa dire agli altri ciò che devono fare, significa invece valutare sempre i pro e i contro di mille situazioni differenti con mille fattori differenti, per trovare la soluzione più giusta per le persone con le quali si collabora, nonché per la loro carriera. Non parlo quindi solo di questioni economiche, ma anche artistiche e personali.

Roma-Milano: i fatti dicono che a Milano la vetrina per mettersi in mostra goda di più riflettori mentre nelle capitale si va un po’ a rilento, è così? Qualora lo fosse come si potrebbe ridurre questo gap?

Milano è la capitale economica d’Italia, mentre Roma è rimasta impaludata in questioni politiche, burocratiche ed amministrative dalle quali sta davvero faticando ad uscire. Il suo immenso fascino e la sua energia sono bloccati in un immobilismo che non favorisce la crescita, né imprenditoriale, né artistica, dei progetti. Ciò significa solamente che a Milano è più semplice lavorare ed incontrare realtà che possono migliorare e far funzionare le idee ed il talento di molti artisti. Il rap è un genere diretto, sempre nuovo e molto “futuristico” che necessita di realtà imprenditoriali veloci ed affidabili: le case discografiche sono a Milano, come quasi tutte le radio o i distributori digitali come Apple Music, Spotify, Youtube… Tutto qui.

Ogni progetto al quale lavori credo porti la giusta carica per rinnovarti quindi per non annoiarti mai, sei riuscita a trovare il tempo di scrivere addirittura un libro, gli artisti che segui hanno raggiunto sempre grandi traguardi; c’è qualche soddisfazione che ti devi ancora togliere?

Vorrei poter viaggiare ancora negli Stati Uniti per lavoro, anche se il tempo che ho a disposizione tra lavoro e famiglia non è sufficiente. Magari tra qualche anno potrò ritornarci più spesso. La possibilità di viaggiare mi ha sempre insegnato tanto.

“Negli anni ’90, dopo i primi successi di alcuni grandi rapper che avevano introdotto il rap in Italia e ottenuto un riconoscimento di pubblico, si sono accodati dozzine di personaggi mediocri (scarsi) che imitavano e provavano a fare il rap andando per tentativi, impoverendo il panorama.”

Nel 2017 possiamo dire la stessa cosa della trap?

Direi proprio di sì. Ogni volta che un genere ha successo e i suoi protagonisti lo mostrano in giro, si aprono le porte a molti “imitatori amatoriali”, ragazzi che tentano di scimmiottare i loro beniamini senza però portare alcun ulteriore valore aggiunto. Alle volte il pubblico non avverte qual è la copia e qual è l’originale, alle volte basta un singolo azzeccato per attirare l’attenzione di un pubblico che è distratto da mille pubblicazioni, anche dalle più imbarazzanti. Oggi, tramite i social, chiunque abbia del fegato per presentarsi in maniera spregiudicata può ottenere i quindici minuti di fama profetizzati da Andy Warhol. E’ il segno dei tempi.

Io sono una maratoneta, sono sempre stata affascinata dagli artisti che hanno molto da dire e sempre in modi nuovi, sul lungo periodo. Non sono una centometrista interessata al tutto e subito, anzi non mi sono mai molto appassionata alle hit usa e getta che conquistano la classifica ammiccando al suono del momento, senza alcun contesto, cosa peraltro che adesso va per la maggiore. Mi piacciono ancora gli album, i progetti completi, gli artisti che dicono davvero qualcosa in un modo decisamente originale, sia nei loro dischi, che sul palco, che nelle interviste.

Come redattrice ti sei tolta la soddisfazione di conoscere colonne portanti del genere rap, come manager hai portato i tuoi artisti a tanti traguardi, avrai tanti bei ricordi legati a questo genere ma qual è stata la soddisfazione più grande che ti ha regalato il rap?

In cambio di molta passione e molto lavoro, il rap mi ha dato un ruolo ben preciso nella vita professionale, mi ha mostrato cosa sarei stata brava a fare e ha ripagato il mio talento; credo che questo sia il regalo più grande in assoluto. Quando ascolto la musica rap che mi piace, mi sento a posto, mi sento appagata. E’ una delle poche certezze della vita che di per sé è già bella complicata.

Grazie mille per il tempo dedicatoci ti auguriamoun grande in bocca a lupo per i progetti futuri.

Grazie a voi per l’attenzione.

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