Intervista a Ketty Passa: «Mi attribuisco una bipolarità dichiarata, non patologica! Sono un po’ zarra e un po’ romantica»

Intervista a Ketty Passa: «Mi attribuisco una bipolarità dichiarata, non patologica! Sono un po’ zarra e un po’ romantica»

Il 30 gennaio all’ARCI Ohibò di Milano e il 2 febbraio al Monk di Roma l’artista Ketty Passa ha presentato i nuovi brani dell’album di prossima uscita a marzo intitolato “Era Ora”. Le due date live hanno rappresentato l’anteprima del tour in cui Ketty Passa proporrà il suo primo disco di inediti dallo stile Urban. L’album è stato anticipato lo scorso 14 ottobre dal singolo “Sogna” e il 20 gennaio dal singolo “Caterina”. Prima delle sue date live abbiamo avuto l’occasione e il piacere di intervistare l’artista dal colore di capelli di collodiana memoria, sbocciata e cresciuta nella scena musicale underground milanese. Le abbiamo chiesto di farci entrare a curiosare nel suo mondo e le abbiamo chiesto come si sarebbe preparata ad affrontare i suoi primi due live da cantante solista. Ecco la chiacchierata interessante e avvincente con Ketty Passa.

Ho letto la tua biografia e davvero ce n’è di tutti i gusti. Musicista, cantante prima nel gruppo Toxic Tuna, poi cantante solista; nel frattempo dj selecter, vj, conduttrice radiofonica e televisiva, consulente musicale per il programma Nemo su Rai 2.

Innanzitutto è con piacere che dico che la collaborazione con il programma Rai, Nemo va ancora avanti. Ci sarà infatti una seconda fase del programma, che andrà in onda da fine febbraio a fine maggio sempre su Rai 2.

C’è tanta esperienza, un grande eclettismo e competenza, ma al tempo stesso c’è una grande convinzione: il tuo essere una cantante. Leggevo appunto che questo album è il momento di maggior introspezione artistica che hai raggiunto. Cosa si prova ad essere arrivati a questo risultato e a questa soddisfazione personale?

Tardi, sono giunta tardi alla consapevolezza di essere davvero prima di tutto una cantante; ho girato molto intorno prima di raggiungere questa convinzione, anche perché il nostro Paese non aiuta, non rende la vita facile a chi sceglie di fare musica ad un livello alto. Ho sempre avuto una propensione per il mondo della comunicazione ed ero ben conscia della mia capacità di muovermi in questo ambito in maniera versatile. C’è stato però un aneddoto in particolare, un aneddoto di quelli che capitano nei film, che mi ha portato a questo album che sto presentando. Una persona a me molto cara, prima di lasciarci, mi ha detto “Canta e fallo bene”. Per me questa è stata una rivelazione. Ho pensato che se una persona che mi conosce davvero bene e che mi ha visto fare tantissime cose diverse, istintivamente mi parla così, vuol dire che a chi mi guarda in profondità appare davvero che il canto per me viene prima di ogni altra cosa. Siccome la musica fortunatamente non ha età, ho iniziato a scrivere e sono felice di aver portato a termine questo album.

In effetti l’incapacità di definire chi si è di fronte alla miriade di interessi che si possono coltivare caratterizza molti giovani e la dispersione di energia che spesso ne deriva può avere risvolti tanto positivi quanto negativi. Insomma è difficile spesso capire davvero per cosa si è portati.

Dipende. C’è già chi a 16 anni decide che da grande vuole fare l’insegnante o l’avvocato, per esempio, o proprio il cantante. C’è poi chi come me invece ha tante passioni e il centro non lo prende fino a che non ci si ritrova dentro e non ci sbatte la faccia. Io ho avuto la fortuna/sfortuna di saper fare molte cose e devo dire che la vita mi ha sempre messo su un piatto d’argento un sacco di possibilità e occasioni da quando mi sono laureata. Dopo essermi laureata ho fatto un Master in Radiofonia e mi hanno chiamata a lavorare per Radio Popolare; dopo ho fatto un altro Master per la Tv e mi hanno chiamato a lavorare su un canale di Sky. Così ho iniziato a pensare che il mio mestiere sarebbe stato in quella direzione, cioè la comunicazione in generale. Dopo di ché però ho creato il gruppo dei Toxic Tuna, ho iniziato a vedere bei risultati anche su quel fronte muovendomi nella scena musicale underground. Così ho iniziato a capire che tra tutte queste altre cose, quello che mi faceva stare meglio era in assoluto il palco, la dimensione palco, la dimensione live, il piacere di raccontare e scrivere. Da lì ho iniziato a pensare di voler provare a fare un disco e vedere come poteva andare.

Ti va di chiarirci e spiegarci un po’ cos’è lo stile Urban che caratterizza il tuo album e che si rifà all’Urban statunitense? A cosa ti ispiri musicalmente e cosa vuol dire tecnicamente per una cantante adottare uno stile Urban, qual è il suo significato?

Da sempre, cioè da quando l’Urban Style ha preso piede in America una decina d’anni fa, nel 2005 più o meno, ho iniziato a seguire questa scia pop che in realtà ha unito i suoni black, i suoni della scena R&b e hip-pop, ai suoni pop. Ho cominciato a seguire cantanti, come Beyoncé, Gwen Stefani, Mia, che si muovevano in questa direzione e ne ero assolutamente affascinata, ero affascinata più che altro dai bit e dai sound. In Italia questi bit funzionano con il rap, mentre con il pop si resta ancora molto melodici. Quando mi sono messa a scrivere ho capito perché (qui Ketty fa una risata)! Con la lingua italiana è davvero difficile stare su quei bit; infatti ho impiegato un anno e mezzo per scrivere i brani, perché la scrittura non era immediata. Ho dovuto studiare ogni tipo di linguaggio, leggere i testi di quelle cantanti dall’inglese per capire cosa dicevano e come lo dicevano, per cercare di trovare la traduzione migliore per la nostra lingua. Il disco per me quindi è stato proprio lo studio di una cosa nuova, un esperimento; mi sono ritrovata a scrivere in maniera diversa dal solito. Io amo la scrittura tradizionale, invece in questo disco ho dovuto sperimentare più la scrittura parlata al posto di quella scritta, una scrittura più di strada per intenderci. È un disco eterogeneo, dal momento che io mi attribuisco una bipolarità dichiarata, anche se non patologica (ironica), ma una bipolarità a livello di attitudine perché mi sento un po’zarra (tamarra) e un po’ romantica. Ho diviso il disco nelle mie due personalità, per cui ci sono tre/quattro brani più zarri, più arrabbiati, più ironici e più consapevoli e poi ci sono anche tre/quattro brani estremamente intimi. Sono dieci brani in cui ho raccolto me stessa, tutta me stessa e tutto quello che sono io. Ovviamente ho raccolto quello che sono non parlando esclusivamente di me, ma parlando di me attraverso situazioni di vita che potrebbero riguardare tutti, che poi è quello che si cerca di fare sempre quando si scrive. Ho parlato quindi per esempio di cosa ho provato quando una persona cara mi ha lasciato, oppure di come vivo la diversità, il mio essere una persona particolare con tutte le mie contraddizioni. In fin dei conti tutti siamo diversi da tutti, tutti siamo particolari, c’è solo chi lo dà più a vedere di altri. La diversità è qualcosa che ci caratterizza. Ho parlato ancora di come vivo il concetto del sogno; per me sognare è positivo però se avessi raccontato la mia anima sognatrice a vent’anni, avrei detto cose diverse di quelle che dico ora a trent’anni. A trent’anni sei cresciuta e le esperienze inevitabilmente ti hanno insegnato che è bene sognare ma devi stare attenta che i tuoi sogni non ti uccidano. Non c’è un trentenne comunque che arrivato alla soglia dei trenta non abbia qualcosa da raccontare; ci sono delle esperienze che inevitabilmente ti cambiano la testa e ti fanno crescere. Ho raccontato situazioni di vita le più diverse, anche situazioni divertenti, per esempio quale categoria di maschio tipico non sopporto. Del resto sono una trentenne ma ho un animo ancora assolutamente giovanile e in alcuni pezzi traspare il mio lato da ragazzina. Per me il disco è stato un percorso divertente, in cui ho scoperto molte cose di me. Tutti i cantanti potranno confermarci che quando si scrive, si fa anche una seduta analitica con se stessi.

In un’intervista di qualche anno fa dicevi che i talent non costruiscono la musica, danno certamente una grande visibilità in un arco di tempo concentrato, ma non aiutano alla scrittura dell’inedito. I ragazzi dei talent sono un po’ condizionati dal dover semplicemente interpretare, senza avere troppo spazio per la loro creatività. Sei ancora convinta di questa opinione e pensi ancora che l’esperienza della ricerca personale e faticosa nella musica, a partire anche dall’underground, sia la scelta più autentica per arrivare a farsi conoscere e apprezzare per quello che si è?

Sono convinta, sì, che sia la più vera, però nel montaggio dell’intervista a cui ti riferisci è stata tagliata una parte in cui davo anche un parere che faceva da contrappeso a questo, nel senso che io non mi metto nella categoria di quelli che odiano i talent. Per me il talent è divertente, è televisione ed è una cosa che aiuta. Io conosco ragazze e ragazzi che arrivano a 25 anni, non hanno mai fatto niente nel mondo della musica, però sanno cantare bene e decidono di andare a fare il provino di X Factor. Poi passano il provino, arrivano in televisione, vivono il loro momento di gloria e per loro quello è un valore aggiunto, è tutto bellissimo. Il talent può regalare grandi cose a chi prima partiva da zero. Io dico solo che nel mio caso specifico, un po’conoscendo il mio carattere molto paranoico e malinconico, io non avrei potuto fare un talent. Sono una persona che odia la fine delle cose; sto lavorando per accettare che le cose finiscano. Pensare di trascorrere tre mesi sotto i riflettori, bombardata dai flash, con grandi artisti che ti accompagnano e gente che ti segue e poi pensare che dopo tre mesi tutto finisce…diciamo che avrei fatto molta difficoltà ad accettare tutto ciò. Poi c’è da dire che io vivo la musica più come un percorso che come un piedistallo. I talent ti fanno vivere la musica su un piedistallo; partire dal basso vuol dire che la musica la vivi dentro di te, come percorso tuo personale. Io mi sarei sentita ridicola ad andare a fare un talent, ma parlo per me conoscendo me stessa; non direi mai che chi va a fare un talent è ridicolo. Poi a me piace scrivere, sono una persona molto particolare caratterialmente, amo le cose fatte bene, preferisco la qualità al posto della quantità sempre. Ho preferito arrivare e superare i trent’anni, scrivermi il disco da sola, piuttosto che avere un disco pronto cinque anni fa come mi era stato proposto partecipando ad un talent, cantando cose che magari non mi piacevano.

È comunque un dato di fatto che spesso i cantanti che escono dai talent siano un po’ standardizzati; è molto difficile far emergere grandi personalità, grandi cantanti, che riescano a durare oltre il tempo fissato per il talent, a parte alcune eccezioni.

Io stimo molto, per esempio, Emma Marrone. Secondo me Emma ha una grande personalità, anche se i testi delle canzoni probabilmente non li scrive lei, ma le vengono scritti. Secondo me però è una grande performer. Stessa cosa dicasi per Alessandra Amoroso. Io però non ho quella personalità e quel carattere. Quindi non farei mai un talent; è questo che dicevo anche nell’altra intervista di tre anni fa. I talent non costruiscono un percorso musicale, anche perché quando sei in televisione in un talent, al pubblico spesso non importa quello che tu hai fatto prima. Ho fatto queste considerazione e quindi ho sempre rifiutato il talent, anche se è una scelta con cui poi devi fare i conti ogni giorno e di cui a volte ti penti. Non è una scelta facile, però allo stesso tempo oggi parlando con te io sono estremamente soddisfatta di me e del mio percorso, di quello che ho fatto e delle scelte che ho preso.

La canzone Caterina è stata apprezzata durante le selezioni di Sanremo Giovani per la 67° edizione del Festival di Sanremo. Ti vedresti a Sanremo? È un obiettivo, un sogno, un traguardo, un trampolino di lancio che coltivi e vuoi raggiungere?

Sanremo è l’unica trasmissione televisiva a cui parteciperei come cantante, mi piacerebbe perché è la classicità della musica e della canzone italiana. Allo stesso tempo però è pur vero che io ho scelto un percorso artistico, musicale e di scrittura ben diverso; i sound che suono in Italia molto banalmente non sono ancora arrivati. Quando la gente mi chiede: “Cosa ti aspetti da questo disco?”, io rispondo che in realtà non mi aspetto niente se non che la gente inizi ad ascoltare, a farsi entrare nelle orecchie il tipo di musica che faccio. Mi piacerebbe pensare per esempio che anche solo con il mio disco altre persone, donne, uomini, giovani si avvicinino a questo genere e inizino magari a scrivere musica in questa modalità più ritmica. Sarebbe bello! Quindi per tornare al discorso Sanremo, mi piace Sanremo ma è normale che la mia canzone non sia passata sul palco dell’Ariston. Per certo so che non presenterei mai a Sanremo pezzi canonici. Ho presentato “Caterina” perché lo ritengo il pezzo più intenso del disco, non dico il più bello ma il più intenso. Era l’unico pezzo che avrei potuto presentare a Sanremo e sono sicura che, arrivata da indipendente, se avessi portato un brano canonico non mi avrebbero preso in considerazione. Per me è importante sapere che il pezzo è stato considerato interessante, che è stato scelto da Carlo Conti; queste cose sono belle e fanno aumentare l’autostima e la convinzione in quello che stai facendo. Sì, riproverò il provino a Sanremo, ma avendo fatto una scelta precisa in termini di percorso artistico, continuerò a non nutrire troppe aspettative. Sarebbe incoerente per me presentarmi ad un provino per Sanremo con una canzone canonica, incorniciata ad hoc per il Festival, quando da indipendente, senza etichette, sono arrivata tra i 60 giovani con uno stile tutto mio e tutto originale. Un modo di fare del genere non rappresenterebbe la mia decisione artistica di fare la cantautrice in un certo mio modo. Purtroppo va detto che in Italia facciamo fatica a svecchiarci e a svecchiare anche le proposte musicali, soprattutto quelle che arrivano all’Ariston.

Per produrre il tuo disco hai avviato un crowdfunding e la campagna è andata bene e ha raggiunto l’obiettivo che ti eri prefissata. Come è nata l’idea e come ti sei sentita nel vederti così sostenuta e appoggiata dai tuoi fan?

È stata una delle esperienze più belle della mia vita. Se ho mandato “Caterina” a Sanremo con un po’ di cinismo e senza aspettative, questa campagna del crowdfunding l’ho presa ancora più senza nessun pensiero di successo, nel senso che i ragazzi di Musicraiser mi hanno quasi costretta a porre quell’obiettivo perché erano convinti che ce l’avrei fatta. Io invece non pensavo di poter raggiungere l’obiettivo di 10.000 euro e quindi mi sono affidata a loro. In effetti produrre un disco costa tantissimo, con 10.000 euro copri a malapena la metà delle spese, perciò i ragazzi di Musicraiser mi hanno fatto capire che se avessi avviato il crowdfunding per un obiettivo di soli 3.000 euro, non ne sarebbe valsa la pena. Ho avuto fiducia in loro e nella gente e sono rimasta davvero contenta del successo. Ho addirittura superato l’obiettivo di 350 euro!! La cosa più bella è stata non solo sentire il calore della gente che ha seguito la mia campagna, ma soprattutto sapere che aveva compreso la fatica e il lavoro nascosti dietro la realizzazione di questo album. Il pubblico ha sentito l’autenticità del mio lavoro e ha percepito quanto io ci credessi davvero fino in fondo. Insomma tutto questo è stato davvero bellissimo. Mi sono scoperta più sostenuta di quello che credessi. Questo è importante per un cantante, lo è ancor di più per me che non avevo ancora una vera dimensione da cantante solista. Mi sono appoggiata a Rezophonic, sono stata la vocalist dei Toxic Tuna, ora invece sono da sola, sono Ketty Passa e basta. È tutto diverso.

Ora parlando proprio del tuo nuovo singolo “Caterina”: quanto c’è di te, della tua persona in “Caterina”?

Quasi tutto in realtà. Ho romanzato la figura di “Caterina” e l’ho resa una sorta di “Mercoledì Addams”, tant’è che ho allegato un fumetto a questa canzone. “Caterina” è come se fosse stata una malattia che mi è entrata nella testa. Prima sulla base ho iniziato a canticchiare qualcosa, qualche “Na na na” per intenderci, infatti nel cofanetto che si trova su Musicraiser si possono trovare anche i primi demo, le primissime prove, la primissima voce registrata sulla base. Ho pensato che chi si fosse appassionato poi al disco avrebbe potuto apprezzare anche questi primi demo, quasi come una sorta di feticcio o di cimelio. “Caterina” è venuto fuori dopo i vari “Na na na”, perché era il nome che per me stava meglio, suonava meglio e poi ho pensato che da quando sono piccola mi chiamano Ketty, che è in realtà il diminutivo di Concetta, dato che mi chiamo come mia nonna; Ketty però può essere anche diminutivo di Caterina. Lì è nata “Caterina”. La descrizione che faccio nel testo di “Caterina” è un lato spiccato di me, non è totalmente una mia descrizione perché mi reputo una persona più solare di Caterina; diciamo che Caterina è la parte più consapevole di me. In questa canzone ho voluto parlare di una sensazione che tutti hanno provato o provano nella vita almeno una volta, vale a dire la sensazione di sentirsi sbagliati. Sentirsi sbagliati in qualsiasi situazione, nel lavoro, in amore, in qualsiasi contesto. Come si evince dal video, però, nel mio caso il mio sentirmi e essere sbagliata non è altro se non ciò che io stessa sono, è ciò che è scritto nel mio Dna. Se vuoi che ti chieda scusa per come sono, lo posso fare, ma io resto così. Questo è il succo della canzone. “Caterina” è una persona diversa, non canonica, che fin da bambina si rende conto della sua diversità e crescendo si rende conto che non ci sta a determinati patti, si rende conto che rispetto al sistema vive determinate cose in modo diverso, si rende conto di essere forse sbagliata ma non può fare granché a riguardo. Il sentirsi sbagliata alla fine risulta un valore aggiunto, più che una colpa. In fondo ciò che ci rende unici è proprio il nostro essere diversi. È brutto che la nostra società, una società in cui siamo e diventiamo sempre più avidi, perché abbiamo tutto ma il nostro tutto non ci basta mai, l’uomo non sia più in grado di accontentarsi e soprattutto non sia più in grado di osservare. Poi basta guardare al mondo frenetico del Web, di Internet, dei Social…e se domani scattasse un black out? Sai quante persone si sentirebbero immediatamente perse? La cosa più bella sarebbe cercare invece di seminare qualcosa di vero e autentico.

Nel testo della canzone parli del “buco nero della mia generazione”. Ecco qual è il buco nero di questa generazione secondo te?

La mia generazione, quella nata nei primi anni ’80, è la generazione di persone che sono cresciute con i valori dei nati negli anni ’70, ma si ritrovano ad essere giovani e proiettati nella dimensione dei nati negli anni ’90. Noi siamo una generazione di mezzo, che deve trovare il proprio spazio. Io sono cresciuta senza cellulare, ho avuto il cellulare tardi, non sapevo cosa fosse Youtube. I ragazzi oggi a dieci anni sanno già tutto e sanno fare tutto. Io ho scritto la tesi a 23 anni e avevo il mio primo computer. Noi nati negli anni ’80 ci sentiamo un po’ persi. Paradossalmente sono più fortunati quelli che hanno quarant’anni, piuttosto che quelli che ne hanno trenta. Siamo quelli nati negli anni peggiori, ovviamente in rapporto a come velocemente si sono evoluti i tempi e la società. Dieci anni di distanza al giorno d’oggi sono come un abisso. Una persona più piccola di me di dieci anni, certe cose proprio non le conosce, non le immagina, invece io magari le ho vissute. Per esempio io mi ricordo che dovevo chiamare a casa le mie amiche di scuola a 14 anni, perché i cellulari non esistevano. Quasi spaventa la velocità in cui è cambiato il mondo del Web e ti viene da pensare che se in dieci anni le cose si sono trasformate così tanto, chissà cosa accadrà nei prossimi dieci! Siamo un po’ più spaventati, ma consapevoli. È un mondo anche finto a volte. Se oggi non mi va di fare un selfie su Instagram, posso mettere la foto di ieri, perché lo fanno tutti; non c’è una reale autenticità, non c’è verità, non si parla di te, ma della tua immagine e la tua immagine parla per te. Per questo io penso che per quanto mi riguarda l’unica via per parlare di me è tentare in questo modo la mia carriera da cantautrice. Se fossi nata dieci anni più tardi probabilmente non parlerei così, non mi sarei prodotta un disco da sola, ma avrei provato un talent e fatto successo così. Chissà!

E poi sempre rifacendomi al testo di Caterina: cos’è che non si perdona Ketty Passa?

Il mio essere diverso, il mio essere così. Questo è il succo. Quando io dico di sentirmi sbagliata o di non sentirmi a casa, mi riferisco a quella sensazione che si prova quando devi spiegare perché non hai accettato certe proposte allettanti a prima vista. A me è stato proposto, per esempio, di partecipare ad un talent; me l’hanno proposto dei discografici, ma io non ho voluto farlo. Chi mi guarda da fuori può pensare che ho fatto una scelta stupida, perché avevo una possibilità, una vetrina e l’ho sprecata. Il fatto di rifiutare o in generale il fatto di non stare a certe condizioni, per di più essendo una donna in una società che è ancora fortemente maschilista, ti porta ad essere messa dall’altra parte, dalla parte di quelli che dicono sempre no. L’essere un po’ integralista e rompiscatole mi porta a sentirmi spesso sbagliata, però non posso andare contro me stessa e il mio istinto. Io mi definisco, per dirti, l’autoboicottatrice migliore di me stessa. Quindi non mi perdono questo, non mi perdono di essere così ferma su alcuni miei principi, tra i quali il fatto di voler fare questo lavoro, ma farlo bene e senza scendere a compromessi. Uno deve capire bene quello che è e una volta compreso cosa si è, bisogna accettarsi e perdonarsi, perché se non ti perdoni, vivi male. Chi arriva davvero in alto, a qualche compromesso è dovuto scendere per forza, perché giungi ad un livello tale che non puoi farcela da solo. Questo è il succo di “Caterina”, sapersi perdonare la propria incapacità di adattarsi e di farsi andare bene scelte che potrebbero facilitarti la vita. Preciso, non sono nessuno per giudicare o criticare chi scende a compromessi, chi agisce accettando ciò che io ho rifiutato. La critica la rivolgo solo a me stessa, che a volte pago il prezzo del mio integralismo e del mio non voler assolutamente accettare certe cose. Spesso mi ritrovo a pentirmene, ma tutto sommato guardandomi indietro non rinnego nulla.

Immagino che ci sia grande attesa per queste due anteprime di tour a Roma e Milano. Come affronterai un live così importante?

Il live sarà improntato come il tour che verrà. È un live da cui non ci aspettiamo molto, non ci aspettiamo di ricavare cifre astronomiche. È un’occasione, una vetrina che abbiamo colto anche a discapito economico. Voglio far vedere la mia musica suonata dal vivo. Io amo questa cosa, sono nata musicista, ho suonato in molte band, amo la dimensione live. Sebbene il mio album è un lavoro molto prodotto in studio, voglio cimentarmi nella sfida del live. Saremo cinque musicisti, Fabrizio Dottori (tastiere, sax, synth), Manuel Moscaritolo (batteria), Marco Sergi (chitarra), Marco Pistone (basso) e Ketty Passa (voce). Presenteremo questo disco dal vivo, in una versione molto più rock, rispetto alla produzione in studio che è più pop.

KETTY PASSA – SOGNA

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