La voce degli emergenti | Willie Peyote: “Scrivo canzoni come se fossi al pub con amici”

La voce degli emergenti | Willie Peyote: “Scrivo canzoni come se fossi al pub con amici”

Willie Peyote è una garanzia: immaginatevi un giovane che si affaccia sulla scena rap torinese e che non sa come autodefinirsi- e si chiede anche se ce ne sia davvero bisogno.

In realtà è un “disoccupato, perché dire cantautore fa subito festa dell’unità e dire rapper fa subito bimbominkia” e comincia a fare le sue canzoni naturalmente, come se scrivere musica intelligente e in rime fosse la cosa più semplice del mondo. Ecco: con lui si apre la seconda “puntata” della nostra rubrica “La voce degli emergenti”. Anche se lui, probabilmente, avrebbe preferito non chiamarla intervista, ma una chiacchierata serale in un bel pub.

Ciao Willie! Inziamo dalle basi: come ti sei avvicinato alla musica e al rap in particolare?
Alla musica mi ci sono avvicinato perché vengo da una famiglia in cui suonavano tutti e c’è stato un momento in cui ero l’unico stronzo dei cinque della famiglia a non suonare niente, quindi sono stato incentivato. Per quanto riguarda il rap… mi è sempre piaciuto, fin da quando ero molto piccolo scrivevo rime o provavo a tradurre i testi di Eminem in italiano. Diciamo che, sciolto il gruppo punk in cui avevo iniziato a suonare il basso alla fine delle superiori, ho incontrato un ragazzo che faceva beat e insieme a lui ho cominciato poi a fare direttamente rap, si parla del 2004, più o meno.

Come ti è venuto in mente il nome Willie Peyote?
Be’… io mi chiamo Guglielmo. Che in inglese, tradotto, è William. E il primo Willie che mi è venuto in mente è il Coyote e io ho solo aggiunto della droga, mettendoci il peyote (pianta del Sud America dagli effetti allucinogeni n.d.r.). Insomma, volevo fare il bad boy ecco.
Sei molto legato a Torino e quanto delle tue origini ci sono nella tua musica?
Sono legatissimo a Torino, spesso uso il paragone di Totti, nel senso che mi sento come Totti a Roma, non mi vedrei mai lontano da qui. Certo, nell’ultimo disco c’è tanto delle mie radici, sentendo proprio “Educazione Sabauda” ci si accorge che parla anche della mia torinesità, quindi assolutamente il mio essere di qui impregna le mie canzoni e il mio modo di approcciarmi alla vita e alla musica stessa, come la tendenza a non prendersi troppo sul serio che fa tipicamente parte dell’educazione sabauda, per così dire.

Nel mondo dei discorsi “cuore spezzato-amore disperato” non ti senti un po’ fuori luogo a volte nel parlare di temi sociali?
Mah, sinceramente mi sento più fuori luogo a parlare di cuori spezzati e amori disperati per quanto poi in fondo lo faccia anche io, perché mio malgrado mi sono trovato a gestire il mio stesso cuore spezzato. Non mi sento affatto fuori luogo a parlar di nulla, nel senso: io la musica la prendo come una comunicazione -la musica, ma il rap soprattutto in fondo è proprio questo- e sono dell’idea che si possa parlare di tutto con chiunque. Il punto è solo come rendere interessante il proprio discorso. Quindi, no. Non mi sento fuori luogo… io parlo di quello che vedo, quindi passo dal mio cuore spezzato ad un tema sociale con la stessa facilità con cui lo si fa una sera al pub con gli amici. Cerco di fare questo: scrivo canzoni come se fossi al pub con gli amici.
Ma hai un metodo per scrivere le tue canzoni?
No. Una volta scrivevo senza scrivere, cioè solo con la mente mentre consegnavo le pizze in macchine quando avevo una ventina d’anni, ora la droga mi ha peggiorato l’uso del cervello quindi… no, comunque non ho un metodo. Certe volte parto dall’argomento, altre volte mi lascio ispirare dalla base. Non è un metodo univoco, anche perché non sono molto metodico nelle cose.
Passiamo un attimo ai tuoi brani. In “Etichette” dici che “il più grande torto che puoi fare a qualcuno talvolta è essere onesto”. Tu con te stesso lo sei sempre?
Purtroppo no. Ci provo sempre, quantomeno, ma non riesco ad esserlo sempre e totalmente. E anche quando non è facile o fa male, anzi soprattutto in quei casi lì, essere onesti con se stessi aiuta a migliorarsi. Ci ho provato e ci provo quotidianamente. E ci proverò, ad essere sincero con me stesso – più con me stesso che con gli altri, quello non è così importante: la sincerità non sempre paga e non sempre gli altri sono interessati alla nostra sincerità, quindi ‘sti cazzi. Però con se stessi bisognerebbe esserlo sempre. Ti ripeto, ci provo. Non posso dirti di esserlo sempre, ma quanto meno ci provo.

Qual è l’etichetta peggiore che è stata messa su di te, invece?
Eh, guarda: a causa mia venni reputato saccente per un sacco di tempo, infatti mi spiacque molto e col tempo ho cercato di limare alcuni aspetti di me. L’etichetta però che non mi è mai piaciuto era quella religiosa, tra virgolette. Io da piccolo ho subito un’educazione religiosa molto ferrea, non cattolica. E ovviamente da tutti gli altri bambini ero etichettato come “quello di quella religione lì” e questo lo detestavo proprio e appena ho potuto in un certo senso ne sono scappato, ecco.

Capisco… invece, “Io non sono razzista ma” da dove nasce?
Be’, facile: dalla frase che ho sentito dire e che sento dire costantemente e sempre più spesso. Nasce da quel luogo comune, dal fatto che il tema dell’immigrazione e degli immigrati è diventato il primo metodo per rompere il ghiaccio. Una volta sul pullman, in attesa, in ascensore, l’argomento era il clima, adesso sono gli immigrati. E penso che questo discorso abusato ci stia sfuggendo di mano.

Ci sono stati insulti, polemiche, commenti razzisti e xenofobi. Ne sono certa. Come li hai affrontati?
Come affronto sempre i commenti: me ne sbatto. Nel senso che io faccio una cosa e la metto online, dopo di che ognuno è libero di commentare e dire quello che vuole. Poi ogni tanto ci scherzo anche sopra a quei commenti razzisti o xenofobi perché sono veramente da sbellicarsi alcuni, tanto sono folli. L’unica persona a cui ho risposto è stato un ragazzo che mi ha dato della “zecca” e ha postato il video di una canzone credo neofascista. Ecco, l’ho ringraziato dicendogli che prendere insulti da loro significava aver fatto un buon lavoro.

Immagino avrai seguito le ultime polemiche su X-Factor e sulla band che si è ritirata perché costretta a firmare un contratto in bianco dalla Sony. Tu cosa ne pensi dei talent?
Bah… a me non me ne frega dei talent. Anche lì non sono d’accordo sulla struttura del programma stesso e su come sono organizzati. Non mi metto a discutere di chi decide di partecipare o di fare il giudice in quel contesto, sono affari loro, ma in ogni caso non lo ritengo una buona cosa per lo sviluppo della musica e per incentivare i giovani o i musicisti ad affrontare questa carriera, quindi non ne vedo l’utilità, ma anzi è come una fabbrica: ogni anno butta fuori dei prodotti che verranno presto sostituiti da quelli nuovi. Ecco: il vincitore di X-Factor è il nuovo iPhone che l’anno prossimo verrà subito sostituito da uno più bello e più nuovo. Io sono ovviamente contrario, ma tutta sta polemica su questi che non hanno firmato o quell’altro che si è lamentato del montaggio sono sterili, cose inutili. Voglio dire: se tu vai a X-Factor credendo che sia un parco giochi sei un cretino; è più stupido chi si lamenta di come funziona di chi ha messo in piedi tutto il teatrino. Se ci vai devi sapere che funzionerà così, mi sembra il minimo. Le chiacchiere stanno a zero: è ovvio che ci saranno contratti in bianco e che il montaggio sarà fatto come pare a loro… è la televisione, di quello stiamo parlando.

A proposito. Il mercato discografico italiano è quel che è. Credi che valga la pena fare musica qui?
Ne vale assolutamente la pena! Un po’ perché in un certo senso sono costretto, non faccio musica in lingue alternative all’italiano e quindi non posso non farle in questo Paese. E’ vero, il mercato è quello che è, ma lo vedo cambiare in quest’ultimo anno e in prospettiva sicuramente cambierà. Basta vedere come stanno riuscendo a spuntare ed arrivare ad alti livelli artisti come Salmo, Lo Stato Sociale, Calcutta, I Cani. Non lo vedo così male il mercato discografico in Italia, quantomeno in prospettiva. Fare musica qui è sicuramente più difficile che in altri Paesi, ma io stesso che non sono nessuno dimostro che lo si può fare: ormai sono due anni che faccio il mio lavoro. In realtà, credo che la musica in questo Stato si possa fare, anzi: oggi c’è un momento in cui il pubblico stesso vuole la musica solo se fatta in un certo modo. Quindi secondo me c’è margine per farla bene.

Per concludere: cosa ti ha portato di buono quest’anno e cosa ti aspetti dall’anno prossimo?
Be’, quest’anno sono cambiate talmente tante cose… abbiamo fatto un sacco di concerti nuovi ed ho ricevuto feedback molto positivi sul mio lavoro e sul disco “Educazione Sabauda” anche da grossi nomi della musica italiana e assolutamente non me l’aspettavo. A livello lavorativo è stato un anno pieno di cose belle e nuove e inaspettate, tutte emozioni su cui lavorare e dal 2017 bisogna aspettarsi un ulteriore upgrade. Stiamo lavorando al disco nuovo e sarà pronto proprio l’anno prossimo quindi ci aspettiamo un’esplosione definitiva.

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