EINAUDI-CAPOSSELA= uno a uno palla al centro

EINAUDI-CAPOSSELA= uno a uno palla al centro
Ludovico Einaudi

Due mondi diversi, due artisti diversi e due generi diversi per due spettacoli totalmente diversi. Eppure profondamente simili per molti aspetti. Stiamo parlando di due concerti ai quali abbiamo avuto l’onore di assistere durante l’estate appena trascorsa, fortunatamente molto piena di musica.

einaudi
Vinicio Capossela

Il 24 luglio, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, Ludovico Einaudi con il suo gruppo “di supporto”- che non lo è affatto, anzi a volte diventa il vero protagonista dei brani suonati- e il 18 agosto, all’arena di Soverato in provincia di Catanzaro, Vinicio Capossela con il suo tour “Polvere”.

Due artisti apparentemente molti dissimili tra loro: da un lato un Maestro, un pianista e compositore classico di musica da camera e per orchestra, direttore musicale da anni e anni, uomo distinto e pacato, senza eccessi, ponderato anche nella scelta stilistica degli arrangiamenti dei suoi brani; dall’altro un cantante innovativo che unisce la musica d’autore con la popolare (non solo italiana) e che fa del “troppo” il suo punto di forza, giocandoci e trasformandolo incredibilmente in “equilibrio”. Apparentemente, gli opposti.

Il concerto di Ludovico Einaudi è stato caratterizzato da una scenografia semplice, leggera, sobria: gli strumenti posizionati nella maniera classica, lo schermo in posteriore utilizzato ponderatamente con tutto il resto, pochissime luci a terra e sistemate strategicamente. Lui semplicemente perfetto: il centro del concerto è stato incentrato su un solo di pianoforte in cui ha magistralmente raccolto parti dei suoi brani più famosi mettendo su un mash-up classico memorabile e geniale, tutto il resto un perfetto mix di strumenti senza mai un’armonia fuori posto e l’utilizzo di strumenti a dir poco particolari (una sega suonata come un violino e uno strumento di vetro davvero difficile da spiegare). I musicisti “di supporto” tutti eccezionali, con una preparazione tale da permetter loro di suonare senza problemi molti strumenti diversi- a volte contemporaneamente. Un concerto sobrio, elegante. Un Ludovico Einaudi che dopo molti anni continua a non smentirsi mai e anzi, ad ogni nuovo lavoro sembra portare sulla sua scena personale qualcosa di profondamente nuovo pur restando fondamentalmente fedele a se stesso.

Vinicio Capossela, un altro mondo. Si presenta sul palco vestito da demone e si muove cantando su una scenografia che sembra uno strano incrocio tra la campagna calabrese e il Far West, con un gruppo che sembra essere stato messo su esattamente per quella musica, un gruppo non solo valido tecnicamente ma che esterna un profondo affiatamento personale. La sua è musica popolare, che ricava le radici dell’Italia e non solo, che scava nel profondo delle corde della nostra tradizione e la riporta in una maniera paradossalmente nuova. Impossibile stare fermi. La maggior parte dei brani suonati sono quelli che fanno parte di “Canzoni della Cupa”, ultimo capolavoro caposseliano, con uno studio di 13 anni e tanto affetto campagnolo. Un concerto in cui musica, tradizione, poesia, cultura, scaramanzia e credenze popolari vanno a finire tutte in una sola direzione: in un genere che va a toccare le corde più sincere e viscerali dell’essere umano.

Tirando le somme, volete chiederci quale sia stato il miglior concerto? Difficile scegliere. Se non impossibile. Non soltanto perché entrambi sono stati semplicemente meravigliosi in maniera differente, non solo perché sono due generi difficili da mettere a confronto razionalmente senza interferenze personali. Ma soprattutto perché entrambi si sono distinti per una cosa piccola ma efficace, una cosa che purtroppo sempre più spesso è difficile da trovare ad un concerto: la partecipazione emotiva. Sia Ludovico Einaudi sia Vinicio Capossela sentono ciò che dicono attraverso la musica, vivono le esperienze che raccontano attraverso le note. Sì, in modi diversi, ma sempre in maniera attiva. Il primo attraverso la sobrietà e il pianoforte, l’altro attraverso il ritmo popolare e l’esagerazione vivono la musica che fanno.

Per cui non chiedeteci per quale dei due concerti valga la pena spendere dei soldi: per la buona musica -e vi assicuriamo che questa lo è stata- ne vale sempre un po’ la pena.

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