Prince: da oggi la pioggia sarà un po’ più viola

Prince: da oggi la pioggia sarà un po’ più viola
Prince

Questo 2016 si è presentato male fin dal primo gennaio con la morte di Primo Brown, il rapper romano frontman dei Cor Veleno, ed è continuato peggio con le scomparse di David Bowie e Glenn Frey a poca distanza uno dall’altro. E sembra non voler abbassare l’ascia oscura, anzi, continua imperterrito a falciare via la buona musica come a dirci: “no, basta, non meritate più nulla”. Ieri, 21 aprile, è venuta a mancare l’ennesima colonna portante della musica, in particolare della pop music, internazionale: Prince.

Con la sua voce inconfondibile e la capacità di fare una sintesi tra il mondo del pop e tutto il resto comprendendo rock, rock sinfonico, funk e rap, Prince è il cantante simbolo degli adolescenti degli anni ’80 e di quel mondo alle nuove generazioni un po’ sconosciuto in cui in discoteca si ballavano ancora i lenti. La sua produzione comincia nel 1978 con “For you”, in cui è lui stesso ad occuparsi di registrazione, mixaggio e strumenti. La sua poliedricità artistica è spaventosa, così come la quantità di milioni di copie vendute.

Della sua vita privata si sa pochissimo: i primi anni del suo successo sono, infatti, pieni di interviste contraddittorie. E’ risaputo quanto a Prince piacesse giocare con i giornalisti: spesso mentiva sulla sua età, sul suo nome di battesimo o sulle sue origini- pare dicesse di avere origini nostrane ma non è mai stato appurato ufficialmente.

Sei giorni fa il ricovero in ospedale. Nonostante il manager avesse parlato di “una semplice influenza” in ogni sala stampa e su ogni social, pare che la verità fosse un overdose di oppiacei. Nelle prossime settimane l’autopsia e i test tossicologici sapranno dirci di più. D’altronde, Prince è morto come è vissuto: in maniera disordinata, sregolata, difficile. Una vita, la sua, sempre in tour -da cui tornava solo per il desiderio di rivedere la sua Minneapolis, città natale da cui non si è mai trasferito realmente. Una vita solitaria, che “per capirla ci vuole una vita intera”. Forse, allora, te ne sei andato troppo presto per darle un senso compiuto. L’artista, infatti, aveva solo 57 anni.

Continua la sorprendente escalation del più inquietante fenomeno della musica americana di questi anni: un androgino nero dai tratti demoniaci e arroganti che per molti versi può essere considerato l’ esatta controparte di Michael Jackson. Inquietante, violento, destabilizzante il primo, romantico, pacifista, in fondo un bravo ragazzo, il secondo. Mentre Jackson, al pari di Stevie Wonder, può essere considerato il più alto livello della black identity capace di piacere anche al pubblico bianco, Prince è qualcosa di completamente nuovo”. Così lo ricorda La Repubblica nel 1984 quando, all’uscita della famosissima Purple Rain, Prince si ritrova primo in classifica senza alcuna difficoltà. L’innovazione del nostro principe, in ogni caso, sta nella sua estrema capacità di fare una musica precisa e diretta, una musica adatta agli anni in cui sorge ma che, ad ascoltarla oggi, sembra stata scritta non più di due mesi fa. Insomma: Micheal Jackson è l’indiscusso re del pop, ma in quegli anni ha avuto ben da lavorare per tenersi stretto il treno e non essere destituito dal suo degno erede Prince –che lo ha sempre definito a volte patetico.

Con questa ennesima perdita, se ne va un altro pezzo consistente della musica mondiale, un artista completo e sempre attuale e semplicemente fantastico. E noi cominciamo seriamente a chiederci chi altro ci rimane.

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