“Maximilian”, l’ultimo gioiello di Max Gazzè

“Maximilian”, l’ultimo gioiello di Max Gazzè

«È inquietante Maximilian. Mi si è presentato in un momento in cui stavo sperimentando suoni e forme d’onda con sintetizzatori modulari; provavo combinazioni e variazioni sulle frequenze sinusoidali, le onde quadro e triangolari e, ad un certo punto, come da un alambicco elettronico, è uscita questa persona, che si è materializzata in maniera alchemica, metafisica». È così che un eclettico Max Gazzè presenta l’uscita del suo ultimo album, “Maximilian” appunto, entità che dice di essersi palesata a lui in un momento in cui portava avanti sperimentazioni musicali differenti. Uscito lo scorso 30 ottobre, “Maximilian” è un progetto importante perché segna in qualche modo una continuità con il precedente lavoro da solista, l’album “Sotto casa” del 2013, e perché rompe col recente passato di collaborazione con Niccolò Fabi e Daniele Silvestri, validissimi cantautori e suoi grandi amici, prima ancora che colleghi. A  tal proposito, in un’intervista rilasciata al magazine “Rolling Stone”, così dichiarava: «Non so se riporteremo questo sodalizio; io spero di sì, ma il progetto era stato pensato con una scadenza. L’esperienza con loro mi ha di certo influenzato, ma non saprei dire in che misura adesso. Il passaggio dal trio al lavoro da solista è stato così rapido che non ho ancora avuto modo di capirlo». Composto da dieci brani inediti, “Maximilian” è l’undicesimo album in studio, il nono di inediti, e giunge ai nostri orecchi carico di aspettative. Dall’intenzione iniziale di sperimentare nuove timbriche votate ai sound elettronici, componente comunque presente all’interno del disco, Max ha dovuto cedere il passo al suo “aristocratico” alter-ego. «Un uomo né del passato, né del futuro, ma di un presente differente, di un’altra dimensione». Una sperimentazione la cui eco è rintracciabile in molti pezzi dell’album, “un quadro con perfetto equilibrio tra forme e colori”. D’altronde, come ammette lo stesso cantautore, questo Maximilian rappresenta la somma dei modi in cui viene descritto. La copertina è la riprova di tutto questo: quasi mantenendo l’outfit di Sanremo 2013, in cui il musicista romano mostrava un’eleganza d’altri tempi, con smalto nero e lente a contatto bianca che contribuivano a  conferirgli un’aria inquietante, “Maximilian” ora appare in un raffinato abito da gentiluomo settecentesco, con tanto di gorgiera e spada, ma in un’ambientazione post-moderna. Un album pieno, leggero, delicato, in linea con la personalità caleidoscopica e vivace del nostro caro Max. A tratti poetico e intenso, a tratti frizzante e colorato, di quei colori che rasserenano l’animo. Palpabile è il suo amore per l‘elettronica che si mescola perfettamente al rock e al pop con un retrogusto di anni ’80. Un lavoro fine e meticoloso che può far fatica ad arrivare da subito agli orecchi di tutti perché vuol’essere complesso, vuole coniugare introspezione e ironia sottile, raffinatezza musicale e versi poetici a testi che sono spesso filastrocche che racchiudono una musicalità intrinseca. Gazzè spiega come non si tratti di un concept album ma di un quadro con diversi colori in cui il filo conduttore è quello dei rapporti, dall’amore di coppia  quello per un figlio. «Tutti rapporti che oggi sembrano precari, forse perché in un tempo con tanti stimoli è più facile separarsi che stare insieme».

Se per forza di cose si dovesse ricercare la parola chiave dell’album intero, si penserebbe al verbo “ricominciare”. Ricominciare a vivere, ad amare, reagire ad un periodo di buio e annullamento della propria persona. Ricominciare una vita nuova, come ci suggerisce il brano “La vita com’è” (“Non la faccio finita ma incrocio le dita e mi bevo un caffè”), ricominciare da un percorso nuovo che si apra alla possibilità di esplorare nuovi orizzonti, musicali e non. “Maximilian” presenta elementi che non ci fanno dimenticare del vecchio Max (“La vita com’è” e “Teresa”, infatti, sono pezzi in linea con lo stile musicale del passato) ma richiama un assemblaggio di suoni e forme nuove. Diversi sono i richiami alla musica elettronica e funky: “Mille volte ancora”, “Teresa”, “Un uomo diverso” e “Ti sembra normale” giocano attorno ai bassi e alle tastiere, mentre “La vita com’è”, sul modello di “Sotto casa”, mette in risalto la personalità scanzonata e istrionica del cantautore, in cui la parte “pop” ha dominato quella introspettiva e riflessiva. Gazzè non ama spiegare i suoi dischi. «Meglio ascoltarlo e viverlo seguendo le emozioni che suscita, emancipandolo dal controllo della ragione» aveva affermato alla conferenza stampa tenuta in occasione della presentazione dell’album. Ad aprire questo gioiello artistico è la dolce traccia “Mille volte ancora”, che descrive il delicato rapporto che si instaura tra padre e figlio, un legame che sopravvive alle differenze di opinione e di visione delle cose. Parole, sguardi, silenzi che si dissolvono in un abbraccio (“Ti aspetterò, ti scriverò, ti perderò/di nuovo per ricominciare”). Sonorità innovative e ritornello incalzante per un pezzo semplice ma efficace. “Un uomo diverso” è la storia di incomprensioni di coppia, relazioni in cui i cambiamenti vengono sempre annunciati e mai portati a termine. È in questo pezzo che l’elettronica prende il sopravvento sul lato melodico del cantautore; melodie che restano e trasudano sentimenti sofferti si ritrovano in “Nulla”, in cui l’atmosfera diventa di colpo più pesante (“Nulla assedia la mente, penetra, invade, conquista come il pensiero costante di averti vista”), “Sul fiume”, ballata melancolica in cui Max abbassa i toni disinvolti e scarmigliati degli altri pezzi e torna a parlare d’amore (“Quelle lacrime al sole troveranno parole da dire, si faranno parole d’amore”). Il tema della relazione amorosa e dei suoi patemi è affrontato anche in “Ti sembra normale” in cui la divergenza caratteriale tra le due parti del rapporto dà vita ad uno scontro, e in “Teresa”, in cui il protagonista invita la compagna ad adottare comportamenti maturi, per poi annunciare di essere tornato a vivere dai genitori (“Ci sono affetti, in effetti, che affetti non sono stati mai”). Particolare è il pezzo “Disordine d’aprile” in cui Max debutta con Tommaso Di Giulio, giovane cantautore romano; potremmo definire questo pezzo come il più “sperimentale” tra tutti, un ibrido di percussioni dance e chitarra che richiama il Battiato degli anni che furono. “In breve” è, invece, un frammento fondato su arpeggi spagnoli, in cui si cerca di comprendere il dramma del suicidio. A concludere l’album il nudo pianoforte di “Verso un altro immenso cielo” che parte come una filastrocca a ritmo di valzer per poi lasciar spazio ad un’orchestra di romanticissimi archi; è qui affrontato un profondo viaggio nella psiche e un volo nell’animo umano (“Ho perso il filo di una storia che faceva nodi inverosimili”). Un album da assaporare in ogni sua piccola perla, un prezioso gioiello da vivere.

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