Recensione “Acrobati” di Daniele Silvestri

Recensione “Acrobati” di Daniele Silvestri

Lui stesso l’ha definito il suo miglior lavoro e non posso fare a meno di convenire che sì, lo è davvero. Un album allo stesso tempo omogeneo, in cui in ogni canzone è ben riconoscibile la firma di Silvestri, ma anche estremamente eterogeneo per storie e racconti. Ritornato al suo stile originale che shakera cantautorato con jazz, pop e mille altre cose, si presenta con canzoni oneste di un uomo che si avvicina a quella fase della vita in cui viene spontaneo prendere una bilancia e farsi due conti. Insieme a una band messa su per l’occasione di circa 15 elementi, ha deciso di dedicare l’intero lavoro al suo “maestro”, Lucio Dalla, che ha definito “una fonte inesauribile di stimolo.. e libertà espressiva”. Un album pieno, forse fin troppo: un’ora e un quarto, tempo alquanto anacronistico, in cui ci si immerge totalmente nella trasparenza con la quale Daniele Silvestri affronta temi come l’emigrazione, l’instabilità umana, i dolori e le piccole gioie della vita. Se non può essere considerato un album concettuale, gli si avvicina comunque tantissimo.

Ma chi sono gli “acrobati”? Be’, chiunque non si ribella alla propria creatività e la segue (e la insegue) permettendole di tenerlo in equilibrio su un filo sottilissimo, ma sincero. Tutti noi, quindi, in un certo senso siamo acrobati della vita, sempre in cerca di un modo per tenerci in piedi nel marasma della vita che ci spinge via da quel piccolo, piccolissimo spago su cui camminiamo da sempre. Lavoro ironico, schietto, pulito, conferma ancora una volta la validità del cantautore romano che afferma: “Acrobati era la necessità di guardare il mondo da lontano, ecco perché quella copertina, disegnata da Paolino De Francesco: una città vista dall’oblò di un aereo e tutti che camminano su dei fili”.

La politica entra a gamba tesa in questo CD, anche se con una chiave di lettura priva di compassione a differenza delle precedenti canzoni. Il singolo che ha preceduto l’uscita dell’album “Quali alibi”, di cui abbiamo già parlato in un articolo a parte, attraverso giochi di parole e allitterazioni, è una forte critica ai governi di seconda mano ed è collegata a “La guerra del sale” che, attraverso altri giochi di parole (“Siamo il sale della Terra, sempre sia iodato”) e l’aiuto di Caparezza, ne diventa praticamente il sequel.

Sono tante anche le collaborazioni, da Roberto Dell’Era a Diodato, da Caparezza a Diego Mancino fino ai Funky Pushertz e, appunto, Caparezza. Con la necessità di guardare “il mondo da un oblò” (ma senza annoiarsi), Silvestri scivola attraverso canzoni scherzose e serie con la stessa semplicità con cui si arriva dopo un’ora e un quarto ad aver veramente quell’idea lontana, ironica, generosa di un mondo e dei rispettivi fili di ognuno. Portandosi dietro il suo spago personale, il cantautore ci porta con lui a dare un’occhiata al nostro modo di essere acrobati, di lasciare che la creatività ci insegni l’equilibrio. Un equilibrio perso, come in “La mia casa” che ci ricorda l’importanza del modo di dire “tutto il mondo è paese”; l’equilibrio incredibilmente ritrovato di “Così vicina”, nonostante il sordido dolore delle fine note e già conosciute; un equilibrio caotico, ma presente come in “Un altro bicchiere” in cui la routine del bere il sabato sera diventa l’àncora di salvezza.

Dopo un’ora e un quarto di CD ne esci più critico, ma anche più onesto con te e con il mondo. Insomma: Daniele Silvestri ha fatto centro, per l’ennesima volta, e forse più di sempre. Ottimo lavoro!

Qui il link del CD su Spotify: https://open.spotify.com/album/4CuGSK9nFBxqG2PJdqMRPM .

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