Sommario del Jazz, le regole per amarlo – N° 1: segui il mood

Sommario del Jazz, le regole per amarlo – N° 1: segui il mood

Stanchi della solita routine, siamo andati per strada ad importunare le persone. Degni eredi dei migliori gionalisti-stalker in circolazione, posizionati all’angolo tra Viale dell’Università e l’Aernoautica Militare a Roma, abbiamo fermato una dozzina di persone, conducendo un piccolo esperimento socio-musicale e ponendo loro sempre la stessa domanda: “Se ti dico jazz a cosa pensi?”.

Il riassunto delle risposte:
a) musicisti che suonano ognuno cose diverse dagli altri, ma tutti nello stesso momento;
b) “quella specie di violino grande”, che penso si riferisse al contrabasso;
c) la musica dei ristoranti chic;
d) un genere per pochi eletti;
e) una cosa che non capisci nemmeno se la studi.

Insomma, tanto di cappello, volendo essere ironici ci hanno indovinato un po’ tutti quanti.
Ma, messo da parte l’umorismo, ci siamo resi conto di quanto, in realtà, un genere nato dal basso sia ormai diventato un fenomeno di nicchia, davvero per “pochi eletti”. Il jazz, quel mondo sconosciuto e alquanto incomprensibile che, in realtà, affolla le nostre vite più di quanto pensiamo, ma che il nostro orecchio –allenato alle rime sole-cuore-amore e stupidissime melodie sempre uguali- non è più abituato a riconoscere.

Nato come un grande calderone di cose diverse, il jazz affonda le sue radici in particolare nel blues e nei canti spiritual degli africani deportati in America che lavoravano nei campi di cotone nei primissimi anni del ‘900. Pochi anni dopo, quando le big band cominciano a prendere sempre più piede, vediamo come anche un accompagnamento ragtime pianistico e l’aggiunta di strumenti quale ottoni e batteria cominci a rendere molto più organici i brani. Esiste una quantità infinita di sottogeneri jazzistici. Quello più conosciuto- forse perché l’essere umano si diverte fondamentalmente a criticare- è proprio quello più “incomprensibile”. E lo è diventato non per natura propria, ma perché negli ultimi anni purtroppo spesso i musicisti hanno perso di vista il vero scopo con cui era nato e si concentrano esclusivamente su una tecnica portata all’eccesso.
Di nomi potremmo farne una marea: dai più celebri come Duke Ellington, Frank Sinatra, Etta James, Benny Goodman, ai più sconosciuti come Peggy Lee, Don Ellis, Marcus Miller e Vernon Reid; così come potremmo consigliarvi di ascoltare swing, bebop o fusion. Ma servirebbe a ben poco. Quello che possiamo fare è raccontarvi una storia e sperare almeno che la rispettiva colonna sonora vi faccia innamorare, perché è questo che fa il jazz, innamorare.

Questa è la storia di un viaggio, un viaggio di una giovanissima me che, a 15 anni, corona il sogno di raggiungere finalmente la città che più ama al mondo: Londra. Per me, che ho una pessima memoria, ricordare praticamente tutto è un miracolo: come ho fatto? Attraverso la musica, collegando ad ogni canzone un posto preciso. Be’, non l’ho fatto volontariamente, piuttosto era in ogni luogo che mi si presentava all’ascolto un brano: ci ho messo anni a ritrovarli tutti e a ricostruire tutto il percorso, ma ce l’ho fatta e finalmente sono qui a raccontarlo. E’ così che mi sono avvicinata al jazz che, venendo da uno stampo totalmente classico, non era solo sconosciuto ma anche stonato.

Londra è una città dalle mille facce, ma quella predominante è uno spiccato conservatorismo della cultura inglese ed è per questo che spesso gli anglosassoni passano per spocchiosi e puzzoni. Poi lo sono eh, questo è certo, ma il loro potrebbe anche essere considerato come un profondo senso di appartenenza che, per esempio, a noi italiani manca. E’ anche per questo motivo che la maggior parte dei locali londinesi decide di far girare almeno due o tre dischi jazz durante una serata (intervallati da Adele e Green Day praticamente onnipresenti). Perfino da Starbucks non è così strano sentire Amy Winehouse che canta il suo ex, o una Aretha che pretende R.E.S.P.E.C.T. Insomma: per chi si vuole avvicinare a questo strano genere, Londra è il posto giusto.

Infatti è qui che ho sentito per la prima volta quella che oggi è ancora la mia canzone preferita: la caldissima voce di Michael Bublè che intonava “Fever”. Niente, puntualmente quando la ascolto è come tornare indietro in quel locale e ricordare la sensazione precisa e avvolgente di star entrando, in qualche modo, in un mondo nuovo. E così, piano piano, grazie anche al Wi-Fi dell’albergo, ho passato i successivi 5 giorni ad ascoltare, scoprire, incuriosirmi, e col tempo anche ad amare quel che le grandi voci del jazz volevano dirmi. Camminavo per le strade canticchiando Duke Ellington o Etta James; e ogni sera aspettavo con ansia il nuovo locale, il nuovo CD, il nuovo duo o trio. Poi un giorno eravamo scesi a prendere la metro. Dovete sapere che gli inglesi stanno avanti anche in questo: lungo i corridoi del serpentone sotterraneo che collega qualsiasi angolo della città a qualsiasi altro praticamente senza nessun tipo di problema, lo Stato mette a disposizione un quadrato di tre metri per tre con prese elettriche e cose del genere per permettere agli artisti di strada di esibirsi senza rischiare una denuncia per occupazione di suolo pubblico. Ecco, in Piccadilly Circus c’era un ragazzo di qualche anno più grande di noi che, tromba alla mano, mi ha fatto incontrare Summertime di Gershwin per la prima volta. Il suo suono, il suo modo di farlo uscire fuori da quello strumento, era di una malinconia straziante. E là, incantata di fronte a lui, ho capito cos’è il jazz.

Gli anglofoni lo definirebbero “mood”, a me piace chiamarlo “umore”: il jazz segue il tuo stato d’animo. Ecco perché i brani non sono mai uguali a loro stessi, perché dentro ad ogni nota non c’è l’artista, ma la sua personalissima allegria, la sua personalissima malinconia, il suo personalissimo abbandono di quel preciso momento. Ed è semplicemente fantastico.
Insomma, in sintesi: la prima (e unica) regola del jazz è seguire quello che senti.

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