INTERVISTA A LUIGI GRECHI: “Sono un vagabondo, mi trovo meglio mentre viaggio”

INTERVISTA A LUIGI GRECHI: “Sono un vagabondo, mi trovo meglio mentre viaggio”

 luigi-grechi-de-gregoriLuigi Grechi, cantautore di indiscutibile spessore, ci concede un’intervista in cui ci racconta un po’ di sé e delle sue canzoni raccolte in “Tutto quel che ho”, compilation che racchiude gli ultimi dieci anni di lavoro.

Buongiorno, Luigi.
La prima domanda sorge abbastanza spontaneamente: come nasce l’idea di una raccolta?
Be’, più o meno come nascono tutte le idee delle raccolte. Avevo del materiale di tre CD e volevo farli conoscere, quindi si pubblica una raccolta- poi della mia carriera è la prima, quindi è anche ovvio che a un certo punto venga in mente.

Quanto i viaggi quanto hanno influenzato questa compilation?
Be’, diciamo che non è una raccolta di viaggi- in generale non hanno a che fare con le mie canzoni. Ho fatto viaggi in Italia e anche all’estero, ma non ne parlo nelle mie canzoni, non tendo a trascrivere le mie avventure.

E per quanto riguarda il suo genere?
Be’, anche il mio genere… io suono per lo più musica acustica, mi ispiro alle ballate del folk di tutto il mondo, soprattutto di quelle anglosassoni, americane, il viaggio c’entra relativamente.

Ma secondo lei esistono ancora cantautori che seguono questa linea del folk americano?
Io non è che seguo la linea del folk americano, seguo la mia linea. Io ascolto musica di tutti i generi: il folk americano non mi piace perché è americano, mi piace perché in America c’è la possibilità di fare canzoni in un certo modo, possibilità che in Italia è minore. Di cantautori che scrivono ballate qua da noi non ce ne sono molti, ci sono i più anziani: De Andrè, Guccini, Vecchioni, Bennato, natualmente De Gregori. Poi ce ne sono molti che nessuno conosce, per cui è anche inutile farne nomi… è che in Italia il mercato sembra chiuso a canzoni di significato o di spessore, mentre in America e in Inghilterra dove la musica dal vivo è molto più presente anche in spazi piccoli -mentre qua in Italia ci sono solo grandi eventi- è chiaro che, essendoci più aperture nei confronti di questi artisti, anche la produzione è maggiore e per questo io mi ispiro a loro. Mi ispiro, che non significa imitare o copiare, significa muovermi sullo stesso sentiero.

Tornando, invece, sul sentiero della musica italiana: oggi viene definita musica commerciale. Può dirci, secondo lei, cos’è e, soprattutto, cosa ne pensa?
Commerciale non è un genere. Tutta la musica è commerciale nel momento in cui viene fatta su dischi che vengono messi in vendita e quindi no, posso parlare solo di musica sincera e di musica fatta strizzando l’occhio o cercando di adagiarsi sulle mode del momento.

Lei proviene dallo storico Folk Studio degli anni ’70. Trova differenza tra i live di oggi e quelli di prima?
Be’, il Folk Studio era un posto unico, ma piccolo, altri così non ne conosco- non so magari sono nelle periferie, ma nessuno ne parla. Ormai in Italia vanno solo i grandi spazi: non so di grandi eventi che succedono in piccoli spazi. Quindi sì, c’è una bella differenza.

Immergendoci un attimo nella raccolta, invece, la canzone più celebre è sicuramente “Il bandito e il campione”. Come nasce?
Nasce attraverso un racconto di un amico che era di Novi Ligure, lo stesso paese dov’erano nati sia il bandito che il campione (Sante Pollastri e Costante Girardengo), e dalle chiacchiere del paese che raccontavano di queste vicende avvenute negli anni ’20 del secolo scorso. Una storia-leggenda che il grosso pubblico non aveva mai sentito, non era uscito nessun libro, nessun articolo di giornale… e quindi dai racconti della gente mi è venuta in mente questa ballata.

“Le vespe” è di un’ironia particolarmente pungente e racconta uno spaccato di vita quotidiana dopo un ritorno a casa. Quando suona in giro che cosa le manca di più della routine di tutti i giorni?
Direi niente, anche perché poi non ho una vera e propria routine quotidiana. Sto sempre in giro per motivi di lavoro, di musica, ma anche personali, quindi non ho vere abitudini, non sono affezionato a, che ne so, al bar sotto casa o luoghi particolari. Sono un vagabondo, quindi mi trovo meglio mentre viaggio.

Il titolo della raccolta, invece, è tratto dalla canzone “Ma che vuoi da me” in cui si trova a scegliere tra una donna e la chitarra. Personalmente, lei crede di più nella musica o nell’amore?
Io per fortuna non ho mai avuto di questi problemi, ma, sì, è una canzone che parla di gelosia e di scelte. In realtà, sono due cose completamente diverse, poi io non credo a niente. Cioè, la musica mi piace e l’amore è un sentimento che abbiamo tutti- non sono due cose necessariamente connesse e in paragone una con l’altra.

Ma guardandosi indietro cambierebbe qualcosa della sua carriera?
Mah, forse non avrei dovuto accettare dieci anni di lavoro regolare in una biblioteca e avrei dovuto continuare a fare musica e basta. Negli anni in cui lavoravo nella biblioteca civica di Milano ho iniziato a fare dischi, ma se fossi stato libero dal lavoro avrei fatto di più, avrei potuto anche muovermi. Però in fin dei conti, stando dieci anni in biblioteca ho avuto l’occasione di imparare diverse cose e di arricchirmi di tutto quello che poi mi è stato anche utile per andare avanti a scrivere canzoni.

L’ultima domanda: progetti futuri?
Progetti futuri? Un disco di pezzi nuovi e spero che succeda presto. Ancora non ho scritto niente, aspetto di vedere come va questa raccolta, ma c’è questa idea per ora.

Attendiamo, quindi, nuove canzoni e nel mentre ci gustiamo ancora qualche vecchia meraviglia.

Martina Simonelli
29 giugno 2015

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