RECENSIONE dell’album DRONES dei Muse

RECENSIONE dell’album DRONES dei Muse

 muse-dronesAnticipato il 23 marzo dal singolo Dead Inside, “Drones” è l’ultimo capolavoro dei Muse, dal 9 giugno sul mercato anche in CD. Un concept album alla Orwell, in cui la progressiva disumanizzazione del mondo ci fa diventare tutti droni, metaforicamente psicopatici che fanno cose da psicopatici senza particolari problemi o dilemmi etici. A differenza dei precedenti lavori,quindi, “Drones” è un album cinico e spietato, in perfetta carreggiata con i tempi moderni, che racconta del viaggio di un uomo dalla sua umanità alla sua disumanità. La domanda che ci si pone è :quanto è sottile la linea che divide questi due aspetti?

L’album si apre proprio con il brano già uscito nel marzo scorso: Dead Inside. Musicalmente abbastanza vicino ad entrambi i precedenti lavori (The Resistance e The 2nd law), è l’inizio del viaggio: qui c’è ancora qualcosa di umano; lui chiede aiuto ad una lei, chiedendole di abbracciarlo, di salvarlo, di regalargli la sua presenza prima che diventi totalmente un drone, ma in realtà si sente già morto dentro.

Tecnicamente, il tutto appare molto fantascientifico, l’intero concept, le sonorità. Ma Bellamy è stato molto chiaro nella chiave di lettura del loro lavoro: “Questo album esplora il viaggio di un uomo, dal suo abbandono e della perdita di speranza, per il suo indottrinamento dal sistema nell’essere un drone umano e la sua eventuale defezione degli oppressori”.

Legate proprio a questa “eventuale defezione degli oppressori”, troviamo due tracce fondamentalmente antitetiche: “Defector”, che significa letteralmente disertore, e “Psycho”. Nella prima, un uomo- consapevole innanzitutto di non essere un drone, ma soprattutto che l’intera società si è trasformata in tanti burattini al servizio di un ordine superiore non meglio identificato- sfida il potere accentrativo raccontato nell’album, ribellandosi e urlando che è finita, che lui ha capito e che non permetterà mai più a nessuno di fargli il lavaggio del cervello. Un bel messaggio da parte dei Muse, una provocazione a qualche governo che sta tirando un po’ troppo la cinghia? Verrebbe da pensare all’America, ma i Muse sono inglesi. E’ facile, però, pensare che la loro sia semplicemente una denuncia al grande impero della psicologia utilizzata al fine di renderci, appunto, tanti robot, tanti DRONI.

Mentre, quindi, in Defector buttano lì un messaggio positivo, in Psycho troviamo l’opposto. Il video si apre con la faccia di un comandante dell’esercito che dà ordini ad un soldato-drone di uccidere senza pietà solo per un suo ordine. Chiaramente, l’uomo –che di umano non ha ormai più nulla- ripete “yes, Sir” senza esitazioni.

Interessante, in realtà, anche “The Handler”, dalla traduzione equivoca (il supervisore, il gestore, colui che monitora le cose, insomma, colui che controlla, che doma). Si parla qui di controllo mentale, più precisamente di menti programmate ad obbedire agli ordini dei superiori senza domande o senza esitazioni. Nonostante un inizio cupo, in realtà il protagonista presto si ribella, ricerca la libertà e la verità: l’ennesima traccia di fiducia. Questo fa pensare a due scenari possibili, in fin dei conti: o il messaggio dei Muse vuole essere di grande fede nell’umanità, oppure ci stanno lanciando i dadi per aiutarci a far suonare la sveglia della consapevolezza e della libertà, come nel protagonista di Defector.

In entrambi i casi, questo risulta essere uno degli album più impegnati di questa band. Anche a livello sonoro, risultano freschi, pur non essendosi totalmente reinventati. Si sono inevitabilmente allontanati dalle sonorità arroganti e violente di “The 2nd law”, mantenendone però l’imprinting di base e tornando un po’ al livello precedente, quando c’erano più chitarre distorte e meno sintetizzatori.

“Drones” è, quindi, l’ennesima conferma della validità dei Muse, ma stavolta potrebbe anche diventare un album a “scopo pedagogico”. Potremmo imparare tutti molto da queste canzoni.

Martina Simonelli
11 giugno 2015

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