“La musica è musica”: un’intervista con Gabriele Ciampi sul suo nuovo “The minimalist evolution”

“La musica è musica”: un’intervista con Gabriele Ciampi sul suo nuovo “The minimalist evolution”

gabriele-ciampiIn occasione della presentazione del suo ultimo lavoro “The minimalist evolution” la nostra Redazione ha incontrato Gabriele Ciampi. Poco prima dell’inizio dell’evento il Maestro ha accettato di rispondere alle nostre domande in un’intervista che chiarisce non solo il contenuto del suo ultimo CD, ma che diventa una lezione di musica, una spiegazione del suo scopo e della sua funzione, delle differenze tra Stati Uniti ed Europa. Alla ricerca di una ridefinizione del concetto di musica “contemporanea”.

Partiamo dal titolo del CD, che è appunto “The minimalist evolution”. In che senso lei si riferisce al minimalismo? Come spiegherebbe questo concetto?

In realtà è un titolo che può trarre in inganno: non si parla di minimalismo in senso stretto della parola. Erroneamente il minimalismo viene inteso principalmente come una musica semplice in cui una melodia viene costantemente ripetuta; ma in realtà non è così. Il minimalismo tende a mostrare semplice ciò che armonicamente e musicalmente è molto complesso. Il mio lavoro è proprio questo: cercare di prendere dei frammenti melodici molto semplici, che sono tipici del post-minimalismo e su cui hanno lavorato anche i compositori russi del ‘900, per costruire un mio linguaggio personale, e per trasmettere questa nuova idea a un pubblico che non è elitario, ma a 360 gradi. Quindi in questo possiamo dire che ci sono delle basi che vengono dal post-minimalismo, ma non che il mio lavoro, che la mia musica sia poi minimalista.

Anche perché quello che mi piace è comunicare. Non credo molto alle distinzioni tra una musica colta,  una musica pop, e così via. La musica è musica. Può arrivare, può non arrivare. E per un compositore la cosa importante è provare a trasmettere un messaggio; se questo messaggio non arriva, il problema non è “vostro”, del pubblico, ma è del compositore.

Come va inteso il termine “evoluzione” presente nel titolo? È “The minimalist evolution” un’evoluzione del genere minimalismo?

È un’evoluzione del concetto di minimalismo, questo è corretto, che prende dei frammenti tipici di un periodo e che io ricreo in un mio linguaggio personale. L’evoluzione nel CD è proprio il prendere alcuni passaggi, alcuni temi del post-minimalismo e ricreare un linguaggio che al primo ascolto può anche sembrare contrario a questo genere. Poi però, ascoltandolo fino in fondo, si possono percepire questi temi costanti che poi vengono sviluppati nel corso dell’opera.

Nel CD si può trovare anche una parte contemporanea, in cui abbiamo pezzi che armonicamente sono anche molto complessi, ma che poi torneranno alla semplicità di partenza. C’è anche una parte centrale costituita dalla suite per chitarra e orchestra. Io utilizzo molto le chitarre, a me piace mischiare un linguaggio moderno, come quello della chitarra classica ed acustica, con l’orchestra da camera, con la mia CentOrchestra.

Questo ci fa ritornare al tema di prima, alla fruibilità a 360 gradi della musica.

A me piace molto la chitarra e credo che alla fine non ci debba essere la divisione tra quella che è una musica che può essere pop o rock. La musica è musica, appunto, e allora che male c’è a prendere gli strumenti e a farli dialogare tra di loro? Ciò che cerco è un linguaggio universale, che possa parlare a tutti.

Altro tipo di evoluzione sarà invece quello che presenterete all’Auditorium Parco della Musica…

Sì, noi il 21 dicembre presentiamo “The minimalist evolution” in esclusiva per “Musica per Roma”. Principalmente sarà sul palco l’anima del compositore, interpretata da Carmela Colaninno. Lo spettacolo sarà diviso in varie fasi: ci sarà la fase delle regole, più accademica, in cui non c’è tanto spazio per la composizione libera, fino ad arrivare poi all’America, a una nuova forma, più aperta alla novità, che permette poi al compositore di esprimersi. Nello spettacolo c’è una storia, c’è questo crescendo.

Recentemente sei stato insignito del premio PrimiDieci, che viene conferito ai dieci italiani di maggior successo negli USA. Quanto c’è di italiano nel suo lavoro?

Direi il 50%, perché alla fine il mio studio, la mia scuola è tutta quanta italiana. E proprio in questo l’Italia, l’Europa è certamente il numero uno, siamo i numeri uno. Poi vai in America e scopri che loro sono molto più aperti alla novità e quindi ti fanno fare; l’America è il “paese del fare”, anche se questo può andare anche a discapito della qualità. E quindi io sono fortunato perché ho preso il buono da tutte e due le realtà.

Che differenza c’è quindi tra la situazione della musica negli Stati Uniti e in Italia o in Europa? Qual è la tua esperienza personale a riguardo?

Lì [in America] c’è più attenzione per la qualità: un progetto nuovo viene preso sul serio. E questo ti permette di sognare. Io mi sento italiano, e faccio musica per il mio paese. Magari non sono un esempio per tutti, perché alla fine io il mio paese l’ho lasciato. Il problema però è che dobbiamo provare a cambiare la mentalità: dobbiamo tornare a sognare, e lì effettivamente puoi farlo e provare a raggiungere i tuoi obiettivi.

di Daniele Di Giovenale
Twitter: @DanieleDDG
29 novembre 2014

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