«This Is All Yours», l’atteso ritorno degli Alt-J

«This Is All Yours», l’atteso ritorno degli Alt-J

cover-second-album-alt-jÈ finalmente stato pubblicato il nuovo album degli Alt-J, This Is All Yours, atteso dopo un primo da grandi numeri, An Awesome Wave, che ha venduto più di un milione di copie e avuto oltre duecento milioni di album streaming, capace di assicurare una serie di live sold out (la loro unica data italiana in programma il prossimo 15 febbraio all’Alcatraz di Milano è stata anticipata al 14 febbraio, spostandola al Forum di Assago per soddisfare la grande richiesta di biglietti), vincitore del Mercury Prize 2012, ricevuto tre nomination ai Brit Awards e vinto come Album of the Year all’Ivor Novello Awards Album nel 2013.

Questo secondo album arriva dopo l’abbandono a gennaio per motivi personali del bassista Gwil Sainsbury, considerato il «leader silenzioso» di una band nata nel 2008 quando Joe Newman (voce e chitarra), Gwil Sainsbury (chitarra e basso), Gus Unger-Hamilton (tastiere) e Thom Green (batteria) frequentavano l’Università di Leeds. Gus letteratura inglese mentre gli altri belle arti. Al secondo anno di Università Joe mostra a Gwil alcuni brani e da lì la coppia inizia a realizzare pezzi nel dormitorio universitario. Amici prima che musicisti, che si ritrovano per suonare e divertirsi, senza aver minimamente idea che quello che loro consideravano un passatempo sarebbe poi diventato un lavoro. La consapevolezza arriva lentamente, con sempre più amici ad apprezzare e chiedere cose nuove. Solamente dopo tre anni firmeranno però il loro primo contratto con la Infectious Records. Tre anni spesi a concludere gli studi universitari, a provare e scrivere canzoni. Il nome Alt-J (∆), scelto dopo Daljit Dhaliwal e Films (cambiato perché simile a quello della band americana The Films), prende spunto dalla combinazione di tasti su un computer Macintosh per ottenere ∆, simbolo matematico che indica cambiamento. E nella loro musica si percepisce una trasformazione in atto difficile da classificare. Indie rock, alternative rock, indie pop. Accostati ai Radiohead e definiti dalla critica i pionieri del folk-step, a loro non piace essere etichettati perché ciò che producono non è intenzionale ma frutto della combinazione dei gusti di ognuno di loro, gusti totalmente differenti come background musicale. Le canzoni nascono quindi dall’approccio diverso che ogni componente ha, con l’intento di fare brani senza compromessi, già sentiti o banali. Senza saper bene che tipo di musica si sta veramente componendo, puntando soprattutto su ciò che ognuno riesce a fare con il proprio strumento, usando la voce di Joe come unico elemento costante in tutti i pezzi. Il loro primo album non nasce per creare un sound nuovo ma per fare un disco che per primi piacesse a loro, senza l’intenzione di emulare o diventare icone di generi nuovi. Il legame fra i testi e le musiche è descritto da Joe Newman come una raccolta di «elementi che mi colpiscono, le cose che ho amato o con cui mi sono confrontato in un determinato momento. Può essere un libro, il personaggio di un film, una frase detta da un amico, qualsiasi cosa legata ad un’emozione. (..) Mi capita di restare con una melodia in testa per mesi perché non sono riuscito a trovare le parole. Tutta una questione di pazienza».
Con This Is All Yours gli Alt-J avevano una dura eredità da sostenere, abbracciare nello stesso tempo la popolarità ottenuta grazie al primo disco e la particolarità di uno stile che li ha resi unici nel panorama musicale. Una prova superata nonostante la preoccupazione di Joe Newman per la mancanza di Gwil: «Non credo che ce la faremo a riprenderci» perché «dopo il suo addio, ho sentito come se tutto il peso fosse caduto sulle mie spalle, e non sono sicuro di essere abbastanza forte per reggerlo. In ogni modo, ci siamo messi in gioco». Un album che riesce ad essere diverso da An Awesome Wave pur avendo la stessa impronta musicale. L’apertura e la chiusura è affidata a brani che raccontano l’arrivo e la partenza da Nara, antica capitale giapponese dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, dove i cervi sono liberi di girare per i parchi. Un inizio delicato dalle sonorità orientali, melanconico e nostalgico, come un alzare il sipario e introdurre in un mondo che cambia costantemente. Quasi ad ogni ascolto, spinti compulsivamente a riascoltarlo da un ritmo ipnotico e incalzante. Il primo assaggio ci viene dato a giugno dal singolo «Hunger of the pine», brano che usa l’assonanza delle parole e il campionamento del verso «I’m a female rebel» di una canzone di Miley Cyrus (fan del gruppo) per esprimere come la mancanza di una persona possa essere percepita fisicamente quanto la fame. Un’aggiunta quella della citazione che inizialmente lascia perplessi ma che fa parte di quel mix di novità e di ricerca del dettaglio che rende eccezionale il modo di operare della band. Infatti quello che inizialmente sembra un inserimento superfluo, con l’ascolto diventa parte essenziale e caratterizzante del brano. Ogni pezzo fa storia a parte, sfidando la convenzionalità e la noia con continue e geniali innovazioni. In «Warm foothills», ad esempio, la sperimentazione viene affidata a quattro ospiti che si alternano nel canto per completare i versi, mentre «Every other freckle» sembra l’unione di cinque diverse canzoni dove si rimane colpiti dall’originalità dell’arrangiamento vocale e da metafore sessuali volutamente goffe, un miscuglio di elettronica ed atmosfere folk. «Left hand free» è stato dichiarato dagli stessi musicisti come «il meno Alt-J di sempre», scritto in venti minuti dopo che la Atlantic, loro etichetta americana, aveva definito «Hunger of the Pine» non un grande singolo. Nato «come uno scherzo», queste le parole del batterista Thom Green, con una batteria «con più cliché possibili, con nulla che metta in mostra la mia personalità», con riff e testo fatti dal cantante e chitarrista Joe Newman volutamente banali e scontati, con un improbabile assolo di organo di Gus Unger-Hamilton che lui stesso afferma di «non sapere da dove sia venuto fuori».
Un album che merita l’ascolto di chi già li conosce e di chi volesse immergersi per la prima volta in questa musica avvolgente che se conquista entra in circolo come il sangue nelle vene.

Paola Mattavelli
23 settembre 2014

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