«God Is an Astronaut», il gruppo irlandese in concerto a Milano

«God Is an Astronaut», il gruppo irlandese in concerto a Milano

God Is An Astronaut - MilanoVenerdì 12 settembre il gruppo «God Is an Astronaut» ha suonato al Circolo Arci Magnolia a Milano. Era un’occasione da non perdere per ascoltare dal vivo la band irlandese fondata nel 2002 dai fratelli gemelli Torsten e Niels Kinsella, anno di pubblicazione anche del loro primo album «The End of the Beginning» con la loro etichetta Revive Records. Vengono definiti come una delle migliori realtà del genere post-rock melodico. Ma questa definizione sta stretta ad un gruppo che, di anno in anno, album dopo album, è riuscito a ritagliarsi una propria identità ben definita. Una musica «progressive», con un persistente crescendo che inesorabilmente prende corpo per poi magicamente esplodere con un ritmo pressante che gioca tra armonie sonore e piede pigiato sul pedale dell’elettronica nei punti giusti. E così questo gruppo, dal nome altisonante tratto da una frase pronunciata da un personaggio del film Cabal (Nightbreed) dello scrittore e regista inglese Clive Barker, nel giro di poco più di dieci anni è riuscito a guadagnarsi una bel seguito, frutto del costante passaparola on-line con recensioni entusiastiche attraverso i blog, e della loro capacità di rendere i live esperienze uniche. Quel passaparola entusiasta che li ha fatti arrivare fino a me, con la curiosità sempre crescente di ascoltare i loro album. Questo tour, che li vede impegnati in Italia in due date (oltre a quella di Milano, il 13 settembre si sono esibiti all’Orion Club di Roma) è nato per promuovere il loro ultimo album «Origins», pubblicato nel 2013. La setlist del loro concerto milanese era di tutto rispetto, ben sequenziata, ogni brano suonato come a concorrere ad una armonia complessiva. Non è semplice però descrivere a parole ciò che andrebbe vissuto con i sensi, quel meraviglioso insieme di emozioni che solo un concerto dal vivo può dare, dove tutto il corpo viene coinvolto per produrre un’esperienza fisica fatta, oltre che dal suono pompato dalle casse, da mani che si muovono sugli strumenti e da quel palpito corale che si forma nel pubblico con l’irrefrenabile e costante ondeggiare. Un pubblico in movimento al ritmo della musica eppure composto, quasi all’unisono, senza sbavature o eccessi, come se il corpo fosse un amplificatore per ascoltare e gustare meglio il suono. Non serve molto a questa band per imporsi sin dall’inizio del concerto e catalizzare lo sguardo verso l’essenzialità di un palco dove da padroni ci sono loro, chi suona da una parte, e noi, chi ascolta di fronte. La musica al centro. Una melodia a tratti quasi ipnotica, con un gioco di luci minimo come a non voler disturbare quell’atmosfera impregnata di note. Bravi nel non creare un distacco con il pubblico ma a rimanervi incollati senza aggiungere alcunché di artificioso in uno spettacolo grande perché non ha nessun’altra pretesa oltre a quella di fare appunto musica. E con quella musica produrre emozioni. Alla fine del concerto l’impressione rimasta è quella di aver viaggiato, di aver esplorato qualcosa di nuovo ed unico. La band di Glen of the Downs, nella piccola contea di Wicklow, è riuscita a conquistare chi era presente. Non deludono perché live aggiungono qualcosa che il solo ascolto non riesce a dare. Le note sono solo sette ma hanno la capacità di esprimere ciò che tutte le lettere dell’alfabeto non riescono a fare perché, come diceva lo scrittore inglese Aldous Huxley, «dopo il silenzio, ciò che meglio descrive l’inesprimibile è la musica». E le occasioni per vivere la musica non mancano. Percorrere la tangenziale deserta delle ore notturne dopo aver toccato con mano i «God Is an Astronaut» fa star bene. Con quella sensazione che per quanto possa soddisfarti un paio di cuffie nelle orecchie, l’unica vera esperienza è quella che porta a muoversi, a stare in piedi con le mani alzate e dire «io c’ero» perché, usando le parole di Giorgio Gaber, «c’è solo la strada su cui contare / la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia e il bisogno di uscire / di esporsi nella strada e nella piazza / perché il giudizio universale / non passa per le case / le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada / nella strada per conoscere chi siamo».

Paola Mattavelli
14 settembre 2014

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