Prima del successo dei Green Day, l’età innocente del punk

C’è un istante che precede sempre la leggenda, quello in cui una band non è ancora un mito ma soltanto un gruppo di ragazzi con una chitarra scordata e la benzina contata. È da quel fotogramma sospeso, sottratto alla retorica del biopic, che nasce Nimrods, la commedia on the road sviluppata insieme ai Green Day e diretta da Lee Kirk, in arrivo nei cinema italiani dall’11 al 18 agosto in un evento speciale distribuito da Nexo Studios. Il film racconta di Tommy, interpretato da Mason Thames, convinto da uno scherzo del fratello maggiore di essere stato scelto per aprire il concerto di Capodanno dei Green Day a Los Angeles. Un equivoco che diventa pretesto narrativo per un viaggio da Kansas City alla California, tre giorni di strada, imprevisti e amicizie messe alla prova, insieme alla sua band fittizia, gli Analog Dogs. Accanto a Thames recitano Mckenna Grace, già vista in Gifted e nel recente capitolo dei Ghostbusters, oltre a Jenna Fischer, Angela Kinsey e Fred Armisen, in un cast che mescola commedia adolescenziale e memoria televisiva americana. C’è però qualcosa che eccede la semplice operazione promozionale, ed è la scelta di raccontare non il mito ma la sua vigilia. Il rock, e il punk in particolare, ha sempre custodito un paradosso, quello di essere una musica nata per l’urgenza del presente e destinata poi a diventare storia, patrimonio, quasi liturgia. Nimrods prova a riportare quella storia alla sua condizione originaria, restituendo dignità narrativa al tempo dell’attesa, ai palchi vuoti, alla fatica anonima che nessuna biografia ufficiale racconta mai con la stessa cura riservata al trionfo. La scelta del titolo non è casuale. Presentato al Toronto International Film Festival 2025 con il nome New Years Rev, il film è stato poi ribattezzato in omaggio a Nimrod, l’album del 1997 con cui i Green Day allargarono il proprio orizzonte sonoro, tra deviazioni stilistiche e la ballata immortale di “Good Riddance”. Un titolo plurale, quasi affettuoso, che trasferisce sui protagonisti la stessa goffaggine incosciente che animava il trio di Berkeley agli esordi, quando l’identità di una band si misurava più nei chilometri percorsi che nei dischi venduti. Lee Kirk, già regista di Ordinary World con Billie Joe Armstrong, dichiara di aver guardato al cinema di formazione degli anni Ottanta, da The Breakfast Club a I Goonies, per costruire un racconto capace di parlare tanto ai quindicenni di oggi quanto a chi aveva la loro età quando uscì Dookie. L’idea del progetto arriva proprio da Armstrong, che pose a Kirk una sola condizione narrativa, quella per cui il film doveva chiudersi su un concerto di Capodanno della band, come se l’intera vicenda dovesse essere pensata a ritroso, partendo dal punto d’arrivo per riscoprire tutto ciò che lo precede.A completare l’operazione arriva una colonna sonora di trenta tracce, in uscita il 31 luglio, con ventidue brani storici dei Green Day, quattro registrazioni live inedite incise al Palladium di Los Angeles e il nuovo singolo “I’m Never Gonna R.I.P.”, una dichiarazione d’intenti quasi programmatica per una band che, quarant’anni dopo la fondazione, continua a rifiutare l’idea di reliquia da museo. Più che un biopic, Nimrods sembra voler restituire la logica segreta di ogni formazione musicale, quella secondo cui il gruppo nasce prima ancora delle canzoni, nell’attimo in cui qualcuno decide di condividere la stessa strada senza sapere dove porti. C’è, in questa idea, qualcosa di universale, un’eco di tutte le età dell’esistenza in cui il desiderio precede ancora la realtà e la si può inseguire senza il timore di perderla. Il concerto resta un miraggio, la vera meta del film. Il viaggio, semmai, è la sola sostanza autentica che resti quando la giovinezza finisce e comincia, per chi guarda, la nostalgia di ciò che non ha vissuto ma riconosce comunque come proprio.




