Chopin e i 432 hertz: la storia di una frequenza diventata mito

C’è un numero che, negli ultimi anni, ha assunto nella cultura musicale contemporanea un’aura velatamente esoterica: 432.
Questo numero magico si incontra nelle playlist per la meditazione, nei video dedicati alla musica “rilassante”, nei racconti sulla cosiddetta frequenza naturale dell’universo. Secondo una leggenda ormai diffusissima, grandi compositori come Mozart, Chopin e Verdi avrebbero composto la loro musica a 432 hertz, prima che la modernità imponesse il più artificiale 440. È una storia affascinante Ma la verità, come spesso accade, è più complessa e di certo più interessante.

432 e 440
Quando parliamo di 432 o 440 hertz ci riferiamo al La sopra il Do centrale, il cosiddetto La4. Se questo viene accordato a 440 oscillazioni al secondo, tutte le altre note vengono determinate a partire da quel riferimento. Questo sarà scontato per qualsiasi musicista della domenica, per gli analfabeti musicali, basti pensare che il 440 è stato scelto come convenzione musicale e nessun fondamento fisico stabilisce che debba essere lo standard per l’accordatura.
Per secoli non è esistito un unico diapason. L’altezza del La poteva cambiare considerevolmente a seconda dell’epoca, della città e dell’orchestra. Il musicista dell’Ottocento viveva dunque in un mondo sonoro nel quale la stessa composizione poteva essere eseguita a un’altezza diversa da quella cui siamo abituati oggi.
La storia del diapason è, in fondo, la storia di una progressiva standardizzazione.
Il mondo sonoro di Chopin
E qui Chopin entra a far parte della nostra storia. Nato nel 1810 e morto nel 1849, il poeta del pianoforte appartiene a un’epoca nella quale il nostro 440 non era ancora lo standard internazionale. Nel 1859, dieci anni dopo la sua morte, la Francia avrebbe fissato ufficialmente il proprio diapason normal a 435 Hz.

Non possiamo dunque sapere con certezza a quale frequenza Chopin immaginasse ogni singola nota; sappiamo però che il suo universo sonoro era profondamente legato agli strumenti disponibili nella Parigi romantica di Baudelaire e soprattutto a uno strumento in particolare: il pianoforte Pleyel.
Chopin conobbe Camille Pleyel poco dopo il suo arrivo a Parigi e nel febbraio 1832 tenne proprio nei saloni Pleyel il suo primo concerto parigino. Da quel momento sviluppò con la casa un rapporto straordinariamente stretto, rimanendo fedele al marchio per tutta la sua esistenza. Non fu però una mera preferenza estetica, bensì una necessità dettata dal timbro, dalla risposta del meccanismo, dalla delicatezza che il Pleyel restituiva al suo tocco.
Chopin non sembra interessato a una musica astratta, separata dalla materia che la produce. Il suo suono nasce dal rapporto fra compositore, pianista, strumento, sala e ascoltatore. Anche per questo il genio di Chopin ci appare anticipatore dei tempi, proprio come un compositore che avrebbe semplicemente “scelto” una frequenza universale di 432 Hz, ancor prima che la convenzione glielo imponesse.

Verdi e il 432
La storia dei 432 Hz inizia a trovare concreto riscontro quando, quasi giunti alle soglie del XX secolo, incontriamo sulla nostra strada Giuseppe Verdi.
Nel corso dell’Ottocento, il progressivo innalzamento del diapason preoccupava molti musicisti, soprattutto per le conseguenze sulle voci dei cantanti. Verdi fu contrario a questa “corsa all’acuto” e sostenne un’intonazione più bassa. Nel 1881 il Congresso dei Musicisti Italiani riunito a Milano si orientò verso il La a 432 Hz e nel 1884 il Governo italiano lo adottò ufficialmente per le proprie formazioni musicali. La documentazione conservata negli atti parlamentari italiani collega esplicitamente questa scelta alla richiesta di Verdi e dei musicisti italiani.

Questo è il punto in cui la leggenda rivela il suo aspetto storico. Il 432 non è un’invenzione di Internet, è realmente esistito come riferimento storico.
Dalla storia al mito
Il passaggio dalla storia alla leggenda avviene successivamente.
Il 432 possiede caratteristiche matematiche che lo hanno reso particolarmente seducente per costruzioni simboliche e numerologiche. Da qui sono nate associazioni con la geometria, l’astronomia, le proporzioni naturali e persino con presunte proprietà terapeutiche.
Ma una relazione matematica elegante non dimostra che una frequenza sia biologicamente o cosmicamente “naturale”.
Alcuni studi hanno confrontato gli effetti fisiologici dell’ascolto a 432 e 440 Hz, osservando in determinati casi differenze come variazioni della frequenza cardiaca. Sono risultati interessanti, ma non sufficienti per affermare che una determinata frequenza possieda proprietà terapeutiche specifiche.
Forse il fascino dei 432 Hz nasce proprio da questo equivoco: la leggenda racconta di una frequenza naturale perduta e poi sostituita artificialmente dal 440; la storia della musica racconta qualcosa di diverso.

Non esiste un unico La naturale.
Nel 1939 il 440 Hz venne nuovamente proposto come riferimento internazionale e sarebbe poi diventato lo standard che conosciamo oggi.
Chopin probabilmente non conosceva il nostro 440; Verdi discusse davvero del 432. E tra loro non c’è alcun misterioso filo esoterico: c’è la storia concreta di uomini, giganti della nostra cultura, che cercavano, ciascuno a modo proprio, il suono che ritenevano più giusto.
La leggenda ci racconta di una frequenza perduta, la storia ci dice qualcosa di più interessante: non abbiamo perduto il La naturale. Abbiamo semplicemente cambiato il modo di ascoltare il mondo.





