Thomas Waits, un cantautore di tempi eterni
Una voce sgraziata come quella di Thomas Waits è un tratto stilistico raro. Ruvida, spezzata, che non cerca l’eleganza, ma solo la musicalità. Tra i cantautori migliori di tutti i tempi, ottantesimo secondo la classifica Rolling Stone, Waits è l’esempio di un’icona che è anche un po’ pop star, ma senza esserlo.
La sua influenza, dalla passione per il jazz degli anni Trenta al blues sperimentale che lo ha impegnato dagli anni Ottanta in poi, ha segnato la scena musicale degli ultimi secoli. Dopo di lui il cantautore è diventato una figura in grado di narrare mondi marginali, di realizzare performance teatrali. Un’artista in grado di decostruire la sua musa, la musica, ma senza epurarla della sua bellezza originale.
L’avant-rock e il post-rock sono generi che Waits ha collaudato sulla sua idea di comporre musica, passando da un estetica notturna e urbana ad abbracciare il gusto del grottesco e del surreale. Egli ha reso centrale l’immaginario narrativo, quale modo di raccontare musica, oltre che di suonare una melodia, un suono o attraverso una voce.
La vita
Statunitense di fatto, nato nel 1949, Tom Waits, cresciuto Thomas Alan Waits, è l’unico figlio maschio di una famiglia di origine scozzese, irlandese e norvegese. Un ragazzo con tanti sogni che coltiva la musica fin da adolescente, unita alla scrittura di poesie.
A 14 anni inizia a lavorare prima per un ristorante e poi per un club dove ha occasione di esibirsi sul palco. In seguito intensifica la sua attività musicale fino a che nel 1971, durante un concerto in un nightclub di Los Angeles, il Trobadour, suscita l’interesse di Herb Cohen, noto produttore di alcuni artisti famosi dell’epoca, che gli propone di produrre un album.
Da quel momento in poi la sua carriera decolla e nel 1973 pubblica il suo primo disco, Closing Time. Successivamente si interessa anche di cinema e produce la colonna sonora per One from the Heart di Francis Ford Coppola.
Negli anni Duemila Tom sperimenta uno stile più maturo, l’unione del jazz malinconico degli anni Settanta e del blues sporcato da un ritmo irregolare, quasi teatrale, che culmina con Real Gone, disco molto sperimentale in cui il pianoforte, lo strumento più caro a Waits, si sostituisce con una grande ricerca nei campionamenti vocali e l’uso del vocal beat box.
Un’eredità
Ogni fase della sua carriera riflette una continua ricerca di verità, lontana dai canoni del successo commerciale, con ogni album abitato da un mondo di perdenti, vagabondi e sogni infranti. Una vita che con tutta la stanchezza e le esperienze vissute, roca, irregolare, ha lasciato in lui un timbro di imperfezione.
Ma è in questa imperfezione che si concentra la sua forza: una voce che rifiuta la grazia per raccontare, che non vuole piacere eppure cattura involontariamente chi la ascolta. Una voce che comunica autenticità e profondità e che diventa il simbolo di tutto ciò che ha fatto e di chi è stato: un artista silenzioso, inafferrabile, ma anche capace di trasformare la musica in racconto e il racconto in eredità.




