Guida per artisti: come riempire uno stadio
È il 29 giugno del 1980 quando Bob Marley, qualche mese prima di morire, calca il palco di San Siro davanti a migliaia di spettatori. Sette anni dopo, a seguito di un tour europeo che resterà nella storia, sarà il Duca Bianco, David Bowie, con un parterre di più di 45.000 fan a riempire la Scala del rock, è il 10 giugno del 1987, in scaletta c’è anche Heroes.
Frank Zappa, il 12 luglio del 1982, si innamora di Napoli e suona al San Paolo, oggi stadio “Diego Armando Maradona”. È questione di giorni e a riempire quello stesso stadio saranno i Rolling Stones che si esibiranno in un concerto epico.
Da Vasco…
Dovremmo chiedere a Vasco, lui si che sa cosa significa riempire uno stadio. Che vi piaccia o no la sua musica, è lui ad avere la residenza a San Siro, con all’attivo più di 29 esibizioni. Il primo concerto del “Fronte del palco live”, il 10 luglio del 1990, è una pietra miliare degli eventi musicali negli stadi. Riempire un palazzetto non era roba da poco in quegli anni, significava davvero avere raggiunto la vetta. I nomi che abbiamo pronunciato finora non sono da poco. È evidente che è il rock uno dei coinquilini preferiti, o perlomeno il primo colonizzatore di questi luoghi – dopo le squadre di calcio ovviamente. Fa strano pensare che dopo Zappa e i Rolling Stones, negli anni ’90 saranno Madonna e Michael Jackson a intasare le strade del Municipio 7 di Milano. Però che dire di quella scenografia, con The King of Pop che sbuca fuori da una navicella spaziale e inizia a cantare Scream.
…a Gazzelle
E oggi? Cosa significa oggi riempire uno stadio? Gazzelle si è esibito il 9 giugno scorso allo Stadio Olimpico di Roma in un concerto che ha visto la partecipazione di più di 47.000 fan, solo due giorni fa i Pinguini Tattici Nucleari si sono esibiti in un mega concerto sempre a Roma, biglietti introvabili da mesi e un successo che ormai ha ben poco di inaspettato. I Måneskin, anche loro, hanno piazzato la bandierina a San Siro, ma per un gruppo neo-rock che ha avuto una così grande risonanza internazionale c’era da aspettarselo. A dicembre sarà la volta di Calcutta, che ancora non punta lo stadio e si accontenta del Palazzo dello Sport.

Non parliamo di qualità o gusti musicali, più che altro ci chiediamo cos’è cambiato in noi che la musica la andiamo ad ascoltare. Noi che siamo disposti a macinare kilometri con i più disparati mezzi di locomozione. Forse davvero è merito della globalizzazione e della tanto bistrattata società capitalista, del miglioramento e dell’efficienza dei trasporti ma anche di un cambio effettivo di mentalità. Andare a un concerto, soprattutto un concerto rock negli anni ’80 non era proprio ben visto dalle borghesi famigliuole italiane. Vasco era un ragazzaccio e sentire Bob Marley significava per forza essere hippie. Adesso ai concerti ci possiamo andare senza troppe preoccupazioni e ci andiamo, compriamo i biglietti mesi prima, iniziamo a seguire un’artista dalle sue prime esibizioni nel localino sotto casa e infine, data la velocità del successo di questi tempi siamo pronti a stare in piedi sul prato per ore, anche se il cantante che sentiremo, tra cinquant’anni, sarà già dimenticato anche da noi. Nonostante ciò, porteremo il ricordo di quell’evento per sempre perché, diciamoci la verità, il concerto allo stadio non si dimentica mai.




