The Car degli Arctic Monkeys è una sublime opera introspettiva
È uscito, dopo quattro anni, il nuovo album degli Arctic Monkeys: tra innovazione e sound lounge, ecco qual è la nuova dimensione di Alex Turner e soci.

Un’attesa durata quattro anni
Quattro anni sono lunghi. Quasi un intero ciclo universitario. Tra Tranquility Base Hotel & Casino e The Car c’è un’immensità. Tra pandemia e stop forzato dei concerti, un cambiamento di sound che lasciò i fan letteralmente sbigottiti dopo AM, gli Arctic Monkeys si sono ripresi la scena con un album dalle tinte soft ma con una narrativa dura e potente. A partire dall’artwork, confezionato per l’occasione dal batterista Helders che, forte della sua Leica, ha scattato The Car in un parcheggio newyorkese. Una macchina, da sola, in cima. Niente nomi, niente titoli stampati. Semplicemente un veicolo, a rappresentare l’assenza di questi anni, a voler confermare, però, che questa macchina (metafora per gli Arctic stessi) non se n’è mai effettivamente andata via da quel parcheggio. È rimasta sempre lì, in attesa di qualcosa, probabilmente dell’ispirazione giusta per un nuovo album e nel 2022 questa ispirazione è divenuta propizia. Per aprire un album con un brano come There’d Better Be A Mirrorball serve coraggio, fegato e questo si nota in praticamente tutto The Car. Un album diverso, nel senso che taglia i ponti con gli altri lavori precedenti, compreso Tranquility Base Hotel & Casino che, alcuni, forzatamente, continuano a definirlo come il più simile nella discografia. Sarebbe più puntuale dire di ascoltarlo come un unicum, non per forza legato ai dischi precedenti, perché a The Car il carattere non manca e vi assicuriamo che, ascoltandolo, passerete dei buoni 37 minuti.
Blocco uno: da Mirrorball a Body Paint
Dicevamo: iniziare con un brano come There’d Better Be A Mirrorball pone delle aspettative molto alte, ma soprattutto crea nell’immaginario dell’ascoltatore una dimensione sonora per cui egli si debba preparare a dovere. In altri termini, The Car non si può ascoltare dappertutto: può essere un sottofondo nelle giornate buie o può essere messo a tutto volume mentre si gusta un buon bicchiere di vino. The Car rifugge la mondanità per ergersi a disco adatto soltanto a determinate e speciali occasioni. Quest’aura di specialità viene meno in brani come I Ain’t Quite Where I Think I Am, dove il movimento la fa da padrone, ma ritorna (e anche prepotentemente) in tracce come Sculptures Of Anything Goes, probabilmente la vera gemma dell’ultima fatica delle scimmie. Il brano, inserito in terza posizione, è una cavalcata delle valchirie in un’atmosfera dark: da solo regge tutto l’impianto costruttivo dell’album e dal vivo potrebbe rivelarsi la vera qualità nascosta. Meno convincente, se proprio vogliamo trovare qualcosa che non suoni come dovrebbe, è la seguente Jet Skis On The Moat la quale, anche dopo tanti ascolti, non prende la china musicale che dovrebbe e passa un po’ in sordina rispetto alle altre. La chiusura del paragrafo la dedichiamo al singolo Body Paint che ha una costruzione musicale e testuale a dir poco impeccabile: le estemporanee variazioni e soprattutto le pause (ricordate lo stile Balaclava?) permettono ad Alex & Co. di riflettere sulle parole che si dicono. Sono proprio i termini, i lemmi scelti da Alex Turner a influenzare il progetto The Car, sembra quasi che dica: “Ora ho capito: le parole hanno finalmente un peso nelle canzoni” e Body Paint sintetizza perfettamente questa sensazione.
Blocco due: dalla title track al trovare un… Perfect Sense
La seconda, ideale, parte del disco, inizia proprio con la title track. The Car e Mr Schwartz sono collegate tra loro per un uso inedito che gli Arctic Monkeys fanno della chitarra acustica, ormai strumento centrale nella composizione dei due pezzi (e non solo). The Car contiene entro di sé il manifesto programmatico dell’intero album: “But it ain’t a holiday until you go to fetch somethin’ from the car”. Alex, il narratore, si chiede se il suo partner si stia intrufolando nella macchina come mezzo per sfuggire alla sua compagnia, anche se solo per un breve periodo, nel mentre che ci pensa, un lungo intermezzo musicale accompagna i pensieri dell’artista. Mr Schwartz fa dell’accompagnamento acustico il suo cavallo di battaglia e in un’intervista rilasciata a 3FM, Turner ha effettivamente detto che la canzone fosse dedicata ad un poeta e che non fosse una coincidenza che il brano avesse questo nome. La tematica del “vivere nascosto” torna, poiché si dice che il poeta Delmore Schwartz si era nascosto dagli amici per oltre un anno prima di morire da solo. È una storia tormentata quella di The Car, solo all’apparenza semplice come il termine di sole tre lettere. Possono accadere molte cose all’interno di un auto: Big Ideas, che con dei mini-stacchetti e tempi quasi in levare danno l’idea che si accenda una lampadina nella testa dell’autore o Hello You, quando è proprio dentro una macchina, a volte, che il ruolo di sensualità prende tutto un altro significato, per chiudere in bellezza, con Perfect Sense (che però sembra essere, a lungo andare, dopo molteplici ascolti, stucchevolmente scontata) che chiude il cerchio, lasciando l’ascoltatore, comunque, con un dissidio cominciato fin dalla prima nota di Mirrorball.
È la capacità di comunicazione degli Arctic Monkeys, quasi mai scontati, quasi infallibili. Un talento che, possiamo dire, dopo quattro anni, sembra essersi evoluto verso vette ancora più elevate.




