Hatecore Connection (ed. Passaggio al Bosco): Maspero e Ribaric ci raccontano il loro viaggio nell’anima nera dell’hardcore
Benvenuti ad entrambi, partiamo da una domanda semplice, come è nata l’idea di scrivere questo libro?
Max: Innanzitutto grazie per la vostra ospitalità. “Hatecore Connection – L’anima nera dell’Hardcore” nasce come diretta filiazione del nostro saggio musicale precedente, ossia “Come lupi tra le pecore – Storia e ideologia del Black Metal nazionalsocialista”. In questo tomo, uscito quasi dieci anni fa, avevamo trattato la frangia più estrema e militante del black metal, ma già al suo interno trovava spazio un capitolo di approfondimento sull’hatecore americano. In seguito abbiamo realizzato come ci fosse una realtà molto più articolata e stratificata in seno alla scena hardcore che meritava di essere raccontata. È su queste basi che è nato “Hatecore Connection”.
La vostra è stata una ricerca minuziosa, attenta, che parte proprio dalle origini del genere per arrivare fino ai giorni odierni, come vi siete suddivisi il lavoro?
Davide: Come appena accennato questo è il secondo libro che facciamo a quattro a mani, quindi avevamo già alle spalle una certa esperienza da cui trarre insegnamento. In prima battuta abbiamo definito la struttura del volume, le aree tematiche e l’organizzazione dei capitoli. Da lì siamo partiti per quella che è la parte più complessa (ma anche più divertente) del lavoro: la ricerca. Scandagliare mailorder, siti e archivi alla scoperta di riviste, fanzine e dischi ormai introvabili. Roba che magari circolava negli anni Novanta o inizio Duemila, in era pre-Internet, e che oggi è dispersa in qualche scantinato in attesa di finire al macero. Fortuna vuole che nella nostra rete di contatti ci siano persone che, come noi, hanno la tendenza ad archiviare e conservare “reperti” che oggi sembrano provenire da un’altra era geologica.
Una volta recuperato tutto il necessario si è trattato di un lungo lavoro di selezione e montaggio. Ci siamo divisi i capitoli sulla base del gusto personale. Ovviamente c’è stato un continuo confronto lungo tutta la fase di scrittura, più volte alcune cose sono state spostate, ampliate, stralciate o riscritte, e questo ci ha obbligato a rivedere alcuni snodi e incastri del testo. Un lavoro che ci ha completamente assorbito nell’arco di un triennio, a cavallo tra il 2017 e il 2020.

Entrare e addirittura riuscire ad avere interviste non è proprio semplice, come siete riusciti a farlo?
Davide: In questo caso ci è stata d’aiuto la buona nomea che ha accompagnato il libro precedente. Durante la realizzazione di “Come lupi tra le pecore” abbiamo ricevuto qualche metaforica porta in faccia. Alcune persone non erano inclini a entrare nel dettaglio delle loro idee, altre non ci conoscevano direttamente e ha quindi vinto la generale ritrosia verso la “stampa”. Tuttavia, a giochi fatti, in molti si sono poi complimentati per il lavoro svolto. Le credenziali che ci siamo guadagnati sul campo, per così dire, e i contatti che si sono creati, ci sono tornati utili quando abbiamo iniziato a lavorare a “Hatecore Connection”. Anzi, ci siamo ritrovati con un quantitativo enorme di materiale e con molte persone desiderose di dare un contributo, consapevoli che non avremmo cercato di alterare o manipolare le loro idee per secondi fini.
Nel libro citate tantissimi gruppi, italiani ed internazionali, quale secondo voi è stato il più rivoluzionario per il genere? (perché?)
Max: Si tratta di una domanda che implica una risposta fin troppo estesa – temo tediosa – e complessa, ma cercando di sintetizzare la faccenda all’osso la metterei in questi termini: per la scena internazionale (che poi di riflesso ha necessariamente influenzato anche il panorama italiano) un nome che svetta sopra tutti è quello dei Blue Eyed Devils. La loro discografia è altamente emblematica di un percorso e una visione (non solo strettamente musicale) che poi ha fatto scuola in giro per il mondo. Restando invece entro i nostri confini il nome in assoluto più rappresentativo – oserei dire vitale – per comprendere appieno il significato dell’acronimo NSHC è quello degli Hate for Breakfast.

Andiamo sui gusti personali, il vostro disco preferito tra quelli citati tra le pagine?
Max: Inizio io con una tripletta di gran pregio:
- Ethnic Cleansing “Hail AIDS!”
- Blue Eyed Devils “Retribution”
- Still Burnin’ Youth “Brucia ancora”
Davide:
- Hope for the Weak “The Underdogs Call”
- Blind Justice “Terra e sangue”
- Hold Fast “Chute Libre”
E ci aggiungo un outsider che, pur non essendo hardcore NS, riesce a essere provocatorio e divisivo come pochi:
- Kickback “Et le Diable Rit avec Nous”
Diamo uno sguardo dentro casa, quanto margine di visibilità ci sarà per l’hardcore, intendo per entrambi i colori politici, sul mercato musicale italiano?
Davide: È importante fare dei distinguo. L’hardcore propriamente detto, quello che si è sviluppato in Italia sulla falsa riga di quanto avvenuto in USA, è un genere che negli anni d’oro ha raggiunto una notorietà non trascurabile (pur nel circuito underground che gli è proprio). Molte band italiane hanno avuto riscontri anche all’estero e hanno influenzato schiere di gruppi a venire, divenendo parte di un movimento globale.
L’NSHC è invece un fenomeno di nicchia (vuoi per le tematiche indigeste e i numeri nettamente inferiori) esploso tra la fine dei Novanta e inizio millennio, in ritardo rispetto agli anni d’oro della scena originaria. La sua esistenza va contestualizzata nel macrocosmo della “musica d’area”, con le sue necessità propagandistiche, che spesso travalicano la proposta musicale in sé.
Fatta tale premessa c’è da dire che questa è una fase di calma per entrambi i fronti, che continuano a esistere ed evolversi lontano dai riflettori. Il disagio e l’insofferenza giovanile, che hanno caratterizzato la nascita di ogni sottocultura musicale, sembrano oggi convergere verso altri lidi sonori, in particolare il rap e la trap, che infatti godono di grande popolarità. Tutto ciò in attesa di nuovi corsi e ricorsi storici che cambino le carte in tavola.

Il libro, nonostante il numero di pagine, scorre abbastanza veloce e scrivere a quattro mani non è sempre facile, avete in mente altri progetti assieme? Come progetti personali invece?
Max: Sono oltre dieci anni che lavoriamo assieme e avendo maturato una sorta di ideale alchimia collaborativa direi che per noi operare a quattro mani è ormai più semplice e naturale del contrario.
Per questo motivo, anche nel prossimo futuro, non vedo “progetti personali” ma piuttosto un’assidua collaborazione incentrata su nuove uscite di natura editoriale.
È stato un piacere leggervi ed intervistarvi, grazie ancora e in bocca a lupo per i progetti futuri.
Max: È sempre bello poter parlare di buona musica in buona compagnia. Ancora grazie per lo spazio e il tempo che ci avete voluto dedicare.




