Capire se stessi per poi arrivare agli altri con le canzoni – Intervista a Kaze
Musica
20 Dicembre 2021

Capire se stessi per poi arrivare agli altri con le canzoni – Intervista a Kaze

Cantautore, ma soprattutto artista a tutto tondo. Viaggio nel piccolo e intrigante universo di Kaze.

di Giovanni Maria Zinno

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Di artisti interessanti nella scena musicale cosiddetta “di nicchia” ce ne sono a bizzeffe, ma Kaze, nella sua diversità espressiva, si pone come un importante compositore che merita di essere approfondito.

Helmut è il suo primo (e, finora, unico) singolo uscito, che spazia tra il cantautorato e le atmosfere più sperimentali, tipiche della formazione dell’artista romano.

Classe 1989, attualmente è in Francia dove, un po’ per amore e un po’ per necessità, sta inseguendo svariati interessi, ma con il cuore sempre rivolto alla musica.

L’artwork della copertina di Helmut è molto particolare: qual è la spiegazione che si cela dietro?

Questo artwork è nato come rappresentazione di copertina di un EP che poi non ho più pubblicato. Al centro c’è proprio questo personaggio, Helmut, che è il protagonista dell’EP e ho scelto di utilizzarlo come copertina del singolo. Sarebbero stati sei brani e ciascuno avrebbe avuto la propria rappresentazione nella copertina. È stato realizzato da una cara amica che ho conosciuto a scuola di musica, Michela Esposito: studia architettura ed è anche una bravissima cantante. Le ho detto che volevo un disegno fatto da lei, abbiamo collaborato e ha messo su carta tutte le mie idee in musica. Le ho dato una traccia e poi è andata libera. Il risultato mi è piaciuto molto: è una commistione di mie idee e sue ispirazioni… questo anche per dirti che io a disegnare non sono per niente capace, quindi lei era la mia unica ancora di salvezza per l’artwork! [ride, ndr.]

Come mai l’EP non è stato più pubblicato?

Fondamentalmente per paura. La mia. Avevo timore del confronto col pubblico, nonostante avessi già fatto dei concerti, anche in diverse situazioni. Mi ha lasciato sempre qualche dubbio l’interfacciarmi con l’esterno. Tutto questo, poi, si è miscelato con la mancanza di tempo dovuta allo studio e inizialmente ho parcheggiato l’idea. Poi ho firmato un contratto di management e ho deciso, insistendo, di pubblicare proprio Helmut. 

Restiamo su Helmut. Come mai, alla fine, ti sei deciso a pubblicarlo?

Non è un brano easy listening e, per di più, credo sia anche pericoloso da far uscire come singolo. In effetti, non sembra essere un brano che potrebbe andare particolarmente di moda; oggi. È stata una scelta: volevo mantenermi distante dalla tematica (quella dell’Alzheimer, ndr.) ma farla comunque comprendere a chi ascoltava, anche se non esplicitamente.

Siccome mi hai parlato della tematica dell’album, ti chiedo: hai mai avuto esperienze dirette con la malattia dell’Alzheimer oppure è stata un’idea coltivata più dai racconti di altri?

Viene da fuori. Mio padre è psichiatra e non ha stretto rapporto con la malattia, ma mi è capitato di fare del volontariato e l’argomento della salute mentale, in generale, mi ha sempre preso molto. Entrando in contatto con queste realtà un po’ marginali, che non sempre consideriamo, mi ha spinto a connettermi con questi mondi celati. Un giorno, però, mi è venuta in mente una frase: “Paura di sparire”. Ho ragionato proprio sul suo significato più profondo: ho riflettuto sui ricordi che non si riescono a mettere bene a fuoco: quello è un modo di sparire da te stesso, che perdi il contatto con la tua identità. Un’onda che ti erode pian piano. Il brano continua a darmi molto, soprattutto dal punto di vista umano: ho partecipato anche ad un convegno in cui ho presentato il mio pezzo e ho iniziato una collaborazione con un liceo di scienze umane di Velletri. Inoltre, ho chiesto a persone vicine a me se avessero avuto esperienze con la malattia e una mia amica mi ha raccontato della sua. È stato molto toccante, perché ha parlato del nonno, il quale, afflitto da Alzheimer, non ricordava bene chi avesse intorno e quando le persone gli mostravano affetto, lui era come sommerso da un conflitto interiore talmente profondo che reagiva in modo violento. In sintesi, l’affetto, quindi, non trovava riscontro nella memoria e questo mi ha colpito non poco.

Quali sono le influenze musicali e non che ti hanno portato a scrivere il brano?

Musicalmente ti dico che come modello di scrittura c’è Niccolò Fabi. Anche un po’ di grunge, di rock e un pizzico di sperimentazione. Per quanto riguarda le meno musicali, ti dico che io faccio sempre associazioni molto libere nella testa: il nome Helmut, di una canzone che parla di Alzheimer, è un riferimento alla memoria dello sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, in cui c’è questo dottor Helmut Alzheimer che si dimentica sempre i nomi… mi sono chiesto un miliardo di volte: “Ma quanto può essere irrispettoso?!”, però alla fine dei conti mi pareva un paragone carino da realizzare. L’origine del nome, però, anche se non l’ho detto mai a nessuno, è proprio questa. La sua forza è non arrivare direttamente a far comprendere questa associazione, ma lasciarla soltanto intendere, magari a livello subliminale.

Chi ha tempo non lo può aspettare/Perché il tempo non aspetta”, in Helmut, è una frase che mi ha colpito fin dal primo ascolto: come ti è venuta?

Questa è sempre la paura di sparire nel tempo. C’è un po’ di Seneca, mi sa… L’idea del tempo come una risorsa della quale dobbiamo padroneggiare i mezzi. Più il tempo passa, più l’identità si erode. L’idea è quella di non aspettare troppo tempo, sennò i ricordi, poi, svaniscono. È il momento in cui Helmut dà un consiglio: prendere in mano la vita e farci qualcosa, perché è il tempo stesso a non aspettare.

In cantiere hai pronto un EP o anche qualcosa di più sostanzioso?

Non so se per il 2022 uscirà qualcosa. Ho numerose tracce su cui stiamo o sono prossime ad essere lavorate. Il materiale c’è, mi piacerebbe, ma, al contempo, vorrei anche realizzare dei videoclip per il mio singolo. Vorrei creare un prodotto che abbia futuribilità, non per forza realizzare un vero e proprio concept album, ma un qualcosa che abbia un ordine, una logica nel sistema della mia esperienza.

Torniamo alle origini: quando hai cominciato ad ascoltare musica e quali sono stati gli artisti che ti hanno formato?

Ho iniziato, consapevolmente, ad ascoltarla, a dodici anni. Ricordo abbastanza bene la prima volta che ho preso il mio primo disco in mano: un’edizione rimasterizzata, una raccolta dei Led Zeppelin che ho letteralmente consumato. Sono poi passato ai Genesis durante la mia adolescenza e più avanti ho riscoperto qualcosa di più moderno, esplorando rock e grunge dei nostri giorni (Soundgarden, Nirvana…). Le prime cose che ho scritto erano anche un po’ più complesse, anche dal punto di vista dei tempi rispetto ad Helmut…

Ti fermo un attimo: mi racconti di molte esperienze e hai un’ampia conoscenza musicale, quindi ti chiedo se hai mai avuto una band con la quale hai suonato…

Diverse, ma attualmente con l’ultima non ci riusciamo a vedere spesso, siccome mi sono trasferito in Francia. È un progetto parallelo, chiamato Vërmüth, dedicato al rock indipendente in italiano. Poi ho suonato la batteria nei Forum Princes e la tastiera nel gruppo Strade. L’esperienza da solo, comunque, è sempre stata lì, latente, un’attività solitaria in sottofondo nata fin da quando avevo 19 anni e non è mai finita. Quello che mancava, rispetto ai gruppi, era il confronto con l’esterno, l’esperienza diretta con le persone che giudicavano.

Che rapporto hai con la musica che componi? In che modo ti approcci al pezzo che stai scrivendo, fai prima la melodia o…

È una domanda che sento fare spesso e, in realtà, ti dico che faccio tutto assieme, imbracciando la chitarra. Salvo poi, dopo aver steso il testo, fare qualche piccolo aggiustamento. Normalmente parto da una frase, interfacciandomi con la sua metrica e di come essa, potenzialmente, potrebbe adattarsi nell’arco di tutto il brano. Un po’ a spirale, no? Principalmente deve avere significato per me, ma poi sono io stesso che trovo un senso che ha significato per gli altri attraverso il contenuto sia musicale che testuale. Ti dico, comunque, che se faccio una canzone solo strumentale, è molto difficile (se non impossibile) che ci possa mettere in seconda battuta una traccia cantata sovraincisa. Quello che esce al momento è la sua forma-canzone (quasi) definitiva.

Se dovessi associare ad un etichetta la tua musica, come la descriveresti?

Sicuramente c’è del cantautorato, ma come tutti i generi d’oggi, sono molto liquidi ed ibridi, quindi alcune cose del cantautorato non mi appartengono, mentre molte altre sì. C’è molta fluidità all’interno di questa categoria, come se si pretendesse che il cantautore abbia o debba avere una maggiore profondità del cantante pop e questo non sempre è vero. Mi piace anche restare sul generale, così da riuscire ad abbracciare più generi ed etichette, non solo quella intellettuale-cantautoriale, che, comunque, resta un punto fisso della mia musica perché riesco a riconoscermi con più facilità. Ma siccome è un’etichetta, essa possiede i suoi limiti.