The Rime of the Ancient Mariner. Quando Coleridge ispirò gli Iron Maden

The Rime of the Ancient Mariner. Quando Coleridge ispirò gli Iron Maden
Fonte: Rockol

Nel 1798 Samuel Taylor Coleridge pubblica una delle opere centrali del Romanticismo. Una ballata scritta e ripresa più volte, che si incentra su concetti complessi, quali la colpa e la punizione. I caratteri soprannaturali dell’opera, insieme alla sua sofisticata trattazione, rendono The Rime of the Ancient Mariner una gran fonte di ispirazione per molti altri lavori riconducibili ai diversi settori artistici. In questo senso, il 3 settembre del 1984 gli Iron Maiden pubblicano il loro quinto album in studio dal titolo Powerslave. All’interno di questo disco, fra i più apprezzati della band, vi è proprio una traccia omonima all’opera di Coleridge.

Una ballata in contrasto

I Maiden sono fra le realtà musicali in grado di plasmare qualsiasi cosa facciano. Il marchio della band è inequivocabile, perfettamente distinguibile e – ancora oggi – affascinante. La scelta di lavorare su tale ballata risulta intelligente e suggestiva. Coleridge inghiotte chiunque si approcci alla sua opera, compresi gli Iron Maiden, all’interno di una realtà che si situa perfettamente al centro di un universo scisso fra un mondo reale e sovrannaturale.

Evento centrale della ballata è l’uccisione, da parte di un marinaio, dell’albatro. Animale sacro che unisce l’essere umano e il mondo che lo circonda. L’uomo – a seguito del suo atto – scatena la veemenza dell’intera natura, lacerata dalla morte di un simbolo di unione e di innocenza. Da questo momento partono i contrasti, il caos inizia a prevalere sull’ordine e la serenità dell’uomo è turbata dall’incombenza della morte, quasi a voler riprendere il concetto di “Peccato originale”.

Traslare queste contrapposizioni non è cosa semplice. Nonostante ciò, gli Iron Maiden mantengono ben salda l’identità dell’opera, apportando la loro attitudine con naturalezza e aderenza. La versatilità della band, anche in questo caso, consente a Dickinson e soci di giungere a un lavoro di pregevole fattura. Emerge una gran cura nel tenere insieme tutti i giri e le soluzioni insite nella traccia, testimonianza della complessità di tale impostazione. Il pezzo è nelle corde della band e ciò è testimoniato dal bassista Steve Harris che ha affermato come il brano sia stato realizzato in tempi relativamente brevi. Sul piano strumentale i Maiden riprendono il tema dei contrasti in modo intuitivo e semplice. La lunghezza del brano (13 minuti e 45 secondi) ha permesso di dislocare con cura le varie trame selezionate dalla stessa band.

Il marinaio è costretto a vivere con il peso del suo sacrilegio, con la pressione di dover sopportare questo stato di agonia e sofferenza. La maledizione si spezza nella quarta parte della ballata quando l’uomo, ammaliato dalla presenza dei serpenti marini, inizia a pregare. In questo preciso istante la maledizione viene spezzata e l’albatro, attaccato al collo del marinaio, si stacca e cade nelle profondità del mare.

iron-maiden-2
Fonte: Rockol

Powerslave

Il quinto lavoro in studio degli Iron Maiden rappresenta un agglomerato di significati storici e divini. Fin dalla copertina dell’album, raffigurante una processione egizia, è possibile immaginare quale sarà la direzione intrapresa dalla band. Un disco completo, caratterizzato da molte peculiarità: preciso, potente, ben amalgamato e tecnico.

Il gruppo riesce nell’intento di incastonare brani di difficile gestione, soprattutto sotto il profilo del significato. Si pensi alla title track che narra di un faraone, desideroso di immortalità, che si domanda del perché sia soggetto alla morte. Trame complesse, non facili da collocare all’interno di un prodotto. Nonostante ciò, i Maiden riescono a gestire impeccabilmente l’intera opera. The Rime of the Ancient Mariner costituisce l’apice di un disco eccezionale e dall’impronta unica nel genere.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook