Niccolò Contessa. Il deus ex machina dell’indie italiano

Niccolò Contessa. Il deus ex machina dell’indie italiano
(Fonte: SuperEva)

Realizzare un’agiografia di Niccolò Contessa nell’ Anno Domini 2021 forse ai più potrà sembrare una scelta fuori tempo massimo, a molti altri risulterà come l’ennesimo rigurgito legato a un genere musicale — l’indie — che fatica ad estinguersi, mentre a moltissimi altri ancora genererà una totale, sana, sacrosanta indifferenza.

E forse è già questa una situazione contessiana per definizione. Perché mai si dovrebbe tornare a parlare di un personaggio che sa vivere sotto mille forme differenti — dimostrando ogni volta di saper fare benissimo a meno della critica intellettuale —,  se è lui stesso a voler annegare in piscine ricolme di nichilismo, nascondendosi in ombre di silenzio e anonimato?

Per rispondere citiamo delle sue stesse parole, pronunciate a chiusura dell’ultimo disco realizzato con la band che lo ha reso celebre, I Cani: «perché pure a sparire ci si deve abituare».

E, ancor più, perché ciò che ci piace di Niccolò Contessa è l’efficacia del suo percorso artistico, capace di ritornare a galla e far parlare di sé soltanto quando davvero è il momento, senza troppe chiacchiere di contorno.

Spazi di Calabi-Yau

Da diverso tempo si fa largo la teoria per cui le dimensioni del nostro Universo non sarebbero soltanto 3, bensì almeno 10, e che la sua forma geometrica sia costituita dal prodotto vettoriale tra una varietà quadridimensionale — che conosciamo come spazio-tempo — e un oggetto matematico noto come varietà di Calabi-Yau (dai nomi dei due matematici che teorizzarono questo tipo di spazio, Eugenio Calabi e Shing-Tung Yau).

In buona sostanza, oltre a mettere in discussione secoli e secoli di fisica quantistica, la riscrittura dell’Universo secondo le varietà di Calabi-Yau dimostrerebbe tanto la fallacia percettiva degli esseri umani, quanto la possibilità di accedere a nuove dimensioni fino a questo momento a noi sconosciute.

«Miliardi di vite per fallire ancora» è la soluzione di Contessa, in un brano che si ispira proprio agli spazi di Calabi-Yau per restituire una narrazione dell’essere umano tutt’altro che lusinghiera, in cui i corpi biologici, già infinitamente piccoli, diventano ancor più microscopici se descritti nelle loro paure, nelle loro preoccupazioni spicciole, nel loro autocompiacimento borghese. Siamo ad un passo da David Foster Wallace, dietro di lui soltanto l’Oblio.

Calabi-Yau — esattamente questo il titolo della canzone —  era forse l’apice di un disco, Aurora, che in molti già elessero a pietra miliare del post-rock italiano nell’oramai lontano 2016.

Un disco di solitudini e ansie, di campionature synth e loop elettronici, di aurore boreali e big data, che all’epoca elessero il progetto I Cani ad aggiornamento hypster dei Subsonica, ma che, col senno di poi, fu l’inizio di una nuova zoologia musicale riconosciuta anni dopo col nome di “It-pop”.

Per rendere un po’ l’idea di quanto diverso fosse il panorama, visto dai palcoscenici bazzicati al tempo da Contessa, ad aprire i concerti de I Cani quel periodo c’era Calcutta, noto più per i live improvvisati alla fermata dell’autobus che per gli ancora impensabili passaggi radiofonici.

Per il nostro Niccolò, il successo di stream e critica generato da Aurora sembrava l’inizio di una digievoluzione che lo avrebbe portato dritto dritto nell’Olimpo della musica italiana. E invece poi il buio.

Alla fine del sogno

Dopo l’ebrezza di Aurora, Niccolò, anziché calcare la mano, decise di tirarsi fuori dalla scena. «La mia vera passione è il cinema!», e così, ecco una colonna sonora originale candidata ai prossimi David di Donatello. Il film in questione è I predatori, scritto e diretto da Pietro Castellitto, altro lavoro che — così come buona parte delle canzoni di Contessa — ripropone conflitti intergenerazionali alla Sartre e traccia spaccati di una società ferma ancora alla legge del taglione.   

Per quanto centellinate, le uscite pubbliche del musicista romano sembrano parte di un progetto chiaro, che si dipana verso differenti direzioni, ma che poi, dopo giri immensi, ritorna sempre all’origine di tutto. Che sia la colonna sonora di un film o la produzione di artisti tipo Coez, quello tracciato da Niccolò Contessa è un Cinematic Universe costruito su differenti entità narrative, progetti paralleli che spesso riescono a convergere dialogando tra di loro (l’alter ego “Tutti Fenomeni” non potrebbe essere considerato un episodio cross-over dell’epopea “I Cani”?).

Quella proposta è un’ estetica in cui coesistono tanto La jetée di Chris Maker, quanto Wes Anderson, Franco Battiato e Mogol, un percorso in cui i riferimenti sono più cinematografici che musicali e ciò che conta, ancor più che i dischi, i testi, il suono, è la costruzione di un immaginario di contorno riconoscibile da qualsiasi angolatura.

Come succede per altri progetti musicali nostrani tipo Liberato, con cui Contessa condivide il seppur iniziale anonimato, le uscite a sorpresa su SoundCloud, i riferimenti aulici nei videoclip, le velleità di Niccolò debordano ben oltre il live o la autocelebrazione di sé: «Vediamo ogni giorno troppe band, troppi nomi, troppi servizi fotografici, troppe facce. Credo che il pubblico sia desensibilizzato all’immagine di band e alla rappresentazione classica di band, quindi conviene puntare su altro, ad esempio foto di cagnolini».    

Del resto, in un momento di bulimia dell’informazione in cui ogni attività fa parlare di sé generando dibattiti e polarizzando l’audience, chi fa davvero rumore è chi, quando non serve, riesce a rimanere in silenzio. Perché pure a sparire ci si deve abituare. 

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