How ‘bout that, Nina Simone?

How ‘bout that, Nina Simone?
Fonte: photos.com

Esistono alcune voci nella musica con le quali prima o poi ci scontriamo, e alle volte il momento della scoperta, col tempo, si sfoca o si dimentica del tutto. Ma da quando abbiamo sentito la voce di Nina Simone, non l’abbiamo più dimenticata. Una voce di donna con un timbro così grave, quasi baritonale, da far tremare le corde del cuore.

Dopo, si apprezza l’incredibile versatilità e la perizia nel pianoforte, una dote che scuote o pietrifica, ma che di certo non lascia indifferenti. Il 21 aprile 2003 ci lasciava Nina Simone, un nome leggendario, se presentarla è superfluo, ripercorrerne i passi, anche frettolosamente, è necessario.

Da Debussy a Sinnerman

Se nasci in North Carolina negli anni ’30 e sei nera, è inutile aggiungere che sei povera e con poche possibilità di avere una vita dignitosa. La piccola Eunice Kathleen Waymon, aveva nel nome già qualcosa di profetico e, per nostra fortuna, venne presto scoperta e affidata alle cure della musica classica. Studia pianoforte e le sue dita si allungano sempre di più sulle note di Bach, Beethoven, Debussy. Incredibile ma vero, per arrivare a Sinnerman ci sono volute le lezioni di piano dei soliti ignoti. Per un breve periodo tenta di continuare gli studi, ma il colore della pelle si mette sempre in mezzo, nessuno vuole una nera pianista classica.

È per necessità che entra in un locale di Atlantic City e non solo suona il piano, ma le viene l’irriverente idea di cantare, da quel momento tutto cambia ed Eunice si trasforma in Nina Simone. Il mondo del jazz non sarà più lo stesso.

La Carnegie Hall

Il successo arriva immediatamente e gli anni ’60 saranno per Nina gli anni d’oro. Dopo I loves you, Porgy, sua vera prima hit indiscussa, la sua voce profonda e ipnotica fa breccia ovunque e la trascina fino all’olimpo bianco del Carnegie Hall. È il 1963, e finalmente una pianista donna nera calca quel palco e incanta. Sembra l’apice del successo, ma è l’inizio di una nuova metamorfosi che porta alla luce tutte le contraddizioni di una delle personalità più influenti del panorama jazz.

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Fonte: medium.com

La lotta per i diritti civili

New York è magica, ma nel profondo sud gli afroamericani vengono ancora trattati come bestie. Uccisi e appesi agli alberi, penzolano come strani frutti:

“Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root”

Nina non riesce ad accettarlo, ha tutto quello che una donna bianca può avere, ma non puoi vivere una vita da wasp se hai un’anima nera che grida giustizia.

Così, il 25 marzo del 1965, cammina insieme a migliaia di altre persone verso Montgomery, Alabama. La persona che conduce la marcia è Martin Luther King e Nina canterà Mississipi Goddam, canzone ritenuta oltraggiosa e che segna il suo matrimonio con le lotte per i diritti civili. Se davvero riuscissimo a concepire quei passi e quelle voci, forse avremmo davvero una società migliore.

Il candido establishment discografico può accettare una donna di colore, ma non può perdonare un’estremista di sinistra impegnata nella lotta per i diritti dei neri.

Nina si spezza, divisa dall’odio per il mondo bianco che ripudia ma che al tempo stesso la acclama. E in questa crepa si insidia una depressione che l’accompagnerà per il resto della vita. Gli anni ’60 non torneranno più e la sua stella continuerà a brillare, consapevole che i momenti migliori sono passati.

How ‘bout that, Nina?

Se sia giusto che cultura e politica si influenzino tra di loro, le biblioteche universitarie sono pieni di libri. Fin(t)i intellettuali non smetteranno mai di scontrarsi su questo tema. Ma una domanda vogliamo proprio farla, perché ancora oggi strani frutti vengono calpestati, privati dei loro diritti, la loro voce strozzata da un ginocchio che non permette di respirare. L’America ingiusta degli anni ’60 è davvero così lontana? How ‘bout that, Nina?

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