Un concerto pieno di Mus(e)ca

Un concerto pieno di Mus(e)ca
https://tg24.sky.it/spettacolo/musica/2019/07/11/muse-concerto-milano-scaletta.html

Alcuni momenti nella vita di ciascuno di noi possono provocare emozioni talmente forti e particolari da poter essere tranquillamente definiti come esperienze sensoriali.

Ognuno le categorizza a seconda dei propri gusti personali, delle proprie passioni, delle proprie distrazioni, ma poco cambia: la tachicardia, la pupilla che si allarga per lo stupore, il sorriso che si disegna sul viso, la pelle d’oca lungo la schiena, le lacrime che scivolano lungo le guance improvvisamente e inaspettate.

Questo è quello che è successo lo scorso venerdì 12 luglio, dentro lo stadio di San Siro, che si è riempito di 40.000 persone, in occasione della prima data italiana del nuovo tour dei Muse “Simulation Theory World Tour”.

Tutto all’aperto, sotto un sole cocente di circa/quasi/percepiti 40° anche all’ombra, che però non ha affatto fermato il pubblico, che ha cominciato ad affollarsi davanti ai diversi ingressi già dal primo pomeriggio, soprattutto per chi desiderava arrivare in braccio al palco, munito di biglietto per il prato.

Una volta preso posto, l’agitazione era palpabile a tutti i settori e anelli, perché non c’era niente di più entusiasmante che attendere l’ingresso di tre dei musicisti più talentuosi che il panorama musicale di oggi sia in grado di offrire, pronti a dare la loro versione rock del mondo come si sta muovendo oggi.

Intorno alle 21.20 di colpo si sono catapultati sul palco, insieme ad un corpo di attori/ballerini/esecutori delle loro follie visionarie, bardati da robot con delle tute che probabilmente hanno causato un principio di soffocamento a ciascuno di loro. Il brano di partenza che ha scaldato con cautela gli animi del pubblico è “Algorithm”, proposta in versione più breve e differente dall’originale.

Un forte richiamo agli anni ‘80, sia per quello che riguarda la copertina dell’album sia per quanto riguarda l’abbigliamento di Matthew Bellamy: giacca con led luminosi, occhiali in tono, pantaloni di pelle neri attillati, sottofondi alla Stranger Things (riferimento molto presente, a tal punto da far partire la famosa sigla della serie TV pochi minuti prima dell’inizio del concerto, mandando in puro visibilio il pubblico intero).

Il nuovo album sperimenta, perché i Muse sono innovativi, i Muse si lanciano, loro intraprendono strade diverse, per non tediare mai i loro fan, facendo sì che ogni traccia sia particolare e completamente differente dalla precedente: la scaletta ha proposto alcuni dei brani del nuovo album, con qualche minuto di puro raccoglimento nel momento in cui i tre musicisti si sono raccolti in punta al palco, Chris e Dom intorno a Matthew, che esegue al pianoforte una versione lenta di “Dig Down”, facendo richiesta al pubblico di accendere le torce dei propri telefoni per creare un gioco di luci e musica, insieme.

Così si crea quel tipo di tecnologia a servizio dello spettacolo: non è affatto la prima volta che la band inglese usa ampiamente i virtuosismi tecnologici non soltanto sul palco, ma anche nella sperimentazione musicale che li contraddistingue dalla notte dei tempi, anche se in questo frangente ha vinto la loro musica, perché si rivela decisamente più potente di qualche luce artificiale.

Dopo aver proposto alcuni dei brani di “Simulation Theory”, Matthew salta come un grillo da una parte all’altra del palcoscenico proponendo grandi classici come “Plug in Baby”, “Time is Running out”, “Starlight” e “Supermassive Black Hole” (anche se l’elenco in realtà sarebbe ben più lungo e variabile) ed è proprio durante queste tracce che lo stesso frontman del gruppo riesce a coinvolgere il suo pubblico allungando il microfono verso la platea e lasciando cantare direttamente la folla, che non si perde una sola sillaba.

Due ore tirate di concerto, intense, bollenti, entusiasmanti, che hanno raggiunto il loro culmine negli ultimi 20/30 minuti, durante i quali la band ha tirato fuori il suo vero lato rock aggressivo, riproponendo una dietro l’altra “The Handler, “Reapers”, “Assassin”, “New Born” e una delle loro tracce meno presenti nei concerti “Take a bow”, con la quale è partito insieme alla chitarra un gioco di luci ritmiche da togliere il fiato.

A chiudere un’esperienza musicale così potente il loro brano “Knights of Cydonia”, con il quale salutano il pubblico, lanciando un messaggio o forse per meglio definirlo, un appello: al di là di ogni cambiamento che la vita ci pone di fronte, ciò che resta immutabile è l’inesorabile trascorrere del tempo che non si ferma mai, non ci aspetta. Siamo solo noi che dobbiamo cercare di sfruttarlo al meglio possibile, soprattutto perché “How can we win, when fools can be kings?”.

 

 

 

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