“Nel caos rimaniamo in superficie, dovremmo essere più subacquei” – Intervista al pianista e compositore Roberto Cacciapaglia

“Nel caos rimaniamo in superficie, dovremmo essere più subacquei” – Intervista al pianista e compositore Roberto Cacciapaglia

Roberto Cacciapaglia torna ad emozionare e a sperimentare con Diapason, un album di inediti che arriva a quasi quattro anni da Tree of Life contenente l’omonima suite composta per il night show dell’Albero della Vita all’EXPO 2015. Il compositore milanese è attualmente impegnato in un tour in Italia e all’estero con uno spettacolo musicale frutto dell’incontro tra natura e tecnologia, un viaggio fino all’essenza del suono e dell’animo umano. 

Diapason è il titolo del tuo nuovo album, che cosa rappresenta per te questo oggetto? 

Il diapason è il simbolo del la, è quello strumento che si usa per accordare le orchestre. Oltre ad essere la fonte del suono puro, ha la proprietà di accordare i corpi sonori e di farli vibrare sulla stessa frequenza; è un simbolo di incontro profondo attraverso il suono, rappresenta bene il lavoro che faccio io con la musica. 

In riferimento al tuo ultimo lavoro cosa intendi quando parli di musica senza confini? 

La musica mi interessa a 360 gradi, senza gerarchie e senza confini appunto. In quest’epoca possiamo usare tutte le influenze, sia storiche che geografiche, abbiamo la possibilità di sperimentare nel significato più ampio del termine. 

Il tuo tour oltre all’Italia farà tappa in Russia, Siberia, Turchia, Cina, America, il pubblico cambia in base al paese nel quale ti trovi? Hai mai notato delle differenze rispetto a quello italiano? 

Girando il mondo ho notato che il mio pubblico è costituito da una voce unica, quella di persone che ricercano un rapporto profondo con la musica. Per me la musica è un mezzo di evoluzione, un mezzo per toccare degli spazi profondi che nella realtà caotica di tutti i giorni non abbiamo modo di frequentare. Spesso tendiamo ad usarla come un salvagente, nel caos quotidiano rimaniamo in superficie, al contrario penso che dovremo diventare più dei subacquei ed inoltrarci nelle profondità di quest’arte che ha tanto da dare. Dal vivo di solito faccio intonare un la al pubblico; in quel momento non ci sono divisioni, ci incontriamo in un’unica nota. 

 

Quando dai forma ad una musica nuova, parti da un’intuizione oppure è il frutto di una ricerca fatta appositamente? 

Quando compongo parto sempre dal silenzio che è come uno spazio, come un mare calmo; se riesco a raggiungere uno stato dentro di me abbastanza profondo, il suono esce come una freccia e si dirige verso chi ascolta.

La tua musica è un incontro tra strumenti acustici, musica classica e sperimentazione elettronica, che ruolo ha quest’ultima nel tuo lavoro? 

Non uso l’elettronica per generare altri suoni elettronici ma per catturare ed espandere nello spazio, attraverso software moderni, i suoni del pianoforte facendo sentire quelli armonici di solito non udibili all’orecchio umano, quelli stessi suoni che che Pitagora definiva l’essenza dell’universo. Io li chiamo biologici, non  perché di moda (scherza) ma perché questa tecnologia non è in antitesi con la natura, anzi le due vanno assieme! Di solito intendiamo il suono come qualcosa di molto forte, concreto, materiale, in realtà la natura del suono è trasparente, attraversa muri e montagne. Con questo uso dell’elettronica possiamo seguire il percorso del suono come si seguono le onde circolari quando si butta un sasso in uno stagno. Le vibrazioni sonore sono autostrade energetiche che ci permettono di comunicare. 

Credi nella definizione di musica colta che sarebbe comprensibile solo a pochi?

Personalmente considero la mia musica popolare, nel senso che io lavoro sulla melodia che è il centro dell’emozione, è quella che si ricorda, quella che ci fa innamorare. Pensiamo al mito di Orfeo che incanta i delfini e fa danzare gli alberi, la melodia è quella delle canzoni, quella delle arie d’opera. Nell’Italia dell’Ottocento c’erano molti analfabeti che tuttavia conoscevano le opere a memoria. La melodia ti prende e ti affascina, non devi pensarci proprio. Lavorando su questa penso quindi che non ci sia bisogno di fare distinzioni, quello che mi interessa è una non divisione perché si può accogliere la musica in tutti i modi, anzi a volte l’emozione ti permette proprio di fermare la mente che crea ostacoli ed interferenze quando pensa troppo. La musica è un’arte libera e un’esperienza straordinaria, facciamoci prendere da lei. 

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